Prima Lezione: da Bloch alle leggende metropolitane
In un testo sulla prima guerra mondiale le prime riflessioni sulle false notizie. Le leggende metropolitane non sono altro che la versione moderna di vecchie favole.

Presentazione del corso e dell'insegnante
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tgffgPer prima cosa mi presento: Mi chiamo Valentina Piattelli, sono laureata in storia contemporanea. Nella vita mi sono occupata di pubblicazioni e ho scritto alcuni libri su argomenti legati alla storia e ai diritti umani. In particolare, relativamente all’argomento del corso, ho scritto un libro sulla “pulizia etnica” nella ex Jugoslavia, mentre la guerra era in corso, cosa che mi ha permesso di valutare “sul campo” la questione delle false notizie. Ho lavorato per Amnesty International e da un anno gestisco un sito contro la pena di morte per la Provincia di Firenze.
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Quando mi è stato proposto di tenere questo corso, mi sono subito chiesta, cosa potrei insegnare a studenti di “giornalismo”, io, che in fondo sono una storica? In realtà gli storici, soprattutto se contemporanei come me, e giornalisti hanno molte cose in comune. Per questo ho voluto fare un corso in cui si affrontasse in una prospettiva un po’ diversa un problema relativo alle fonti, quello delle false notizie, analizzandolo nei suoi vari aspetti: dalle cosiddette “leggende metropolitane” fino alle false notizie fabbricate dagli uffici stampa addetti alla propaganda. Ho scelto questo argomento perché da quando esiste Internet c’è un mezzo molto efficace e al passo con i tempi per diffondere le false notizie.

Come sapete, questo corso si chiama “Giornalismo on line software”. Approfondiremo ogni termine di questa dizione: Con “Giornalismo” impareremo alcuni punti fondamentali su come si scrive un articolo e si fanno ricerche; con “on line” declineremo quanto imparato al mondo della rete; con “software” impareremo alcune tecniche pratiche per inserire gli articoli on line tramite un programma professionale.
L’obiettivo del corso in sintesi è insegnarvi a lavorare in una redazione web.
Per far questo è necessario:
- saper cercare il materiale sul web (e fuori),
- saper scrivere un articolo,
- saper scrivere per i motori di ricerca,
- saper scrivere secondo i dettami della Webcredibility,
- saper rispettare il diritto d’autore
- saper inserire l’articolo sul web.

Ho scelto un piano di lavoro un po’ particolare perché credo che uno dei modi migliori per insegnare sia quello di far provare le persone a fare le cose. Per questo vi valuterò soprattutto in base all’articolo che vi chiederò di scrivere per l’esame.
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Per farvi esercitare su qualcosa di concreto, ho scelto di approfondire un argomento, quello delle False Notizie, sul quale vi inviterò a scrivere i vostri articoli. L’argomento delle False Notizie è anche interessante perché fra i tanti ostacoli che un giornalista on line trova sul suo cammino, è uno di quelli più perniciosi e le cui caratteristiche negative vengono amplificate dal mezzo della Rete.

Per gli articoli di questo primo gruppo, ho comprato un dominio www.studenticomunicazione.it e il Prof. Marco Morandi ha creato un programma apposito per inserire i contenuti tramite il quale voi stessi pubblicherete i vostri articoli, frutto delle vostre ricerche sull’argomento concordato.

Poiché già l’anno scorso sono stati scritti molti articoli per questo corso su questo argomento, è possibile che non si riesca a trovare sufficienti argomenti per tutti voi. Per questo, se qualcuno preferisce, vi chiederò di scrivere per il mio sito Web, www.squilibrio.it.

Dato che il lavoro che farete qua è potenzialmente interessante per tutti gli studenti, vorrei che chi di voi ha fatto i lavori migliori nelle ultime lezioni li illustri ai colleghi. Ovviamente terrò conto in sede di esame della scelta di accettare di presentare in pubblico i risultati della propria ricerca.

So che questo modo di fare lezione non è molto comune in questa università. Si tratta di corsi di tipo seminariale, molto comuni dalla facoltà da cui provengo (Storia), dove sono stati introdotti da un mio ex professore, recentemente diventato “famoso”, e cioè Paul Ginsborg.

Le lezioni quindi saranno strutturate in questo modo:
Tendenzialmente alla prima ora vi parlerò delle False Notizie, delle bufale e delle varie teorie del complotto.
Nelle ore successive vi parlerò invece di questioni più tecniche relative a questo lavoro e faremo anche alcune esercitazioni.
Negli ultimi giorni del corso vorrei che foste voi a presentare il vostro lavoro, trasformando il corso in una specie di redazione.

I libri di testo che ho scelto sono due, ma è richiesta la lettura di uno solo a scelta. Si tratta di

"Disinformation technology: dai falsi di Internet alle bufale di Bush. Come si manipola l’informazione per divertirsi, fare soldi e magari provocare una guerra". Di Walter Molino e Stefano Porro, Apogeo 2003.
"Leggende tecnologiche ..... e il batto bonsai mangiò la fragola pesce" di Lorenzo Montali, Avverbi edizioni 2003.
Di quest’ultimo verrà anche l’autore a presentarci il suo lavoro.
Biografia di Lorenzo Montali:
http://www.cicap.org/enciclop/at100305.htm
Recensione del suo libro:
http://www.proteofaresapere.it/contributi/le%20fragole%20al%20pesce.htm

Prima e seconda guerra mondiale: notizie false e notizie vere
Le false atrocità della prima guerra mondiale impedirono che le vere atrocità della seconda fossero credute.
Veniamo adesso all’argomento del corso: Le false notizie.

Il testo fondamentale sull’argomento è stato scritto circa 80 anni fa. Il saggio dello storico Marc Bloc, La Guerra e le False Notizie, è stato scritto subito dopo la Prima Guerra Mondiale ed è il primo saggio ad affrontare il problema, enfatizzando le questioni antropologiche ad esso connesse.

Marc  BlocMarc Bloch era uno storico medievalista, noto per aver fondato con Lucien Febvre la rivista Annales d'histoire économique et sociale attraverso la quale promosse una nuova metodologia dell'indagine storica ispirata al concetto di «storia globale», cioè storia di strutture non soltanto politico-militari ma anche geografiche, sociologiche economiche e sociali. In seguito all'avvento del governo filonazista viene espulso dalla Sorbona a causa delle sue origini ebraiche. Impegnatosi nella Resistenza, venne arrestato dalla Gestapo e fucilato nel 1944.

La riflessione di Bloch parte dalla psicologia della testimonianza: “Non esiste un buon testimone – scrive - , né deposizione esatta in ogni sua parte; ma su quali punti un testimone sincero e che ritiene di dire il vero merita di essere creduto?” Bloch fa quindi riferimento a una serie di esempi tratti dalla storia europea (es. i processi per stregoneria, in cui le streghe “confessavano” di aver avuto rapporti sessuali con il demonio), ma anche da esperimenti concreti. Ad esempio ad un gruppo di studenti è stato chiesto di descrivere con quanti più particolari potessero l’atrio della loro facoltà. Ne è venuta fuori una descrizione fantasiosa e bizzarra, scarsamente corrispondente al vero. Come scrive Bloch “tutto avviene come se la maggior parte degli uomini si muovesse con gli occhi aperti a metà”.

Questo fatto, cioè la scarsa attendibilità dei testimoni oculari, soprattutto per i particolari, era già noto ed è tutt’ora noto agli investigatori. L’interesse del saggio di Bloch deriva dal salto di qualità che riesce a far fare a questo particolare. L’errore, da cui si genera la falsa notizia, diventa con Bloch il soggetto di studio. “Falsi racconti hanno sollevato le folle. Le false notizie, in tutta la molteplicità delle loro forme – semplici dicerie, imposture, leggende – hanno riempito la vita dell’umanità. Come nascono? Da quali elementi traggono la loro sostanza? Come si propagano, amplificandosi a dismisura che passano di bocca in bocca, o da uno scritto a un altro?”.

Queste domande sono oggi più attuali che mai. Internet infatti – fra le altre cose - è anche veicolo quasi incontrastato di false notizie. Mano a mano che diminuisce il divario culturale fra i propagatori di false notizie e chi dovrebbe essere addetto a verificare le fonti, come i giornalisti, diventa sempre più difficile scoprire il tranello, che si traveste di forme alla moda con i tempi.

Come fa notare Bloch , le false notizie nascono spesso da osservazioni individuali inesatte, o da testimonianze imprecise. Su questo Bloch fa un esempio concreto:
Verso la fine dell’agosto del 1914 si diffuse al fronte e nelle retrovie la notizia che stavano arrivando cospicui rinforzi russi. Questa notizia si diffuse simultaneamente e spontaneamente in Francia e in Inghilterra. In Inghilterra si diceva che i rinforzi russi erano sbarcati in massa in Scozia, mentre in Francia si diceva fossero arrivati a Marsiglia. È stato dimostrato che almeno nel caso dell’Inghilterra, la notizia potrebbe essere nata dal fatto che alcuni ufficiali russi erano effettivamente presenti nel porto di Edimburgo. Nell’immaginario collettivo la Russia veniva vista come fonte inesauribile di uomini, e le speranze di una fine veloce delle guerra erano così forti che fu sufficiente l’ascolto fortuito di lingue straniere o la visione di uniformi straniere per generare la voce, arricchita in ogni passaggio di notizie più dettagliate.

Nelle parole di Bloch. “L’accidente originario non è tutto; in realtà, da solo non spiega niente. L’errore si propaga, si amplia, vive infine a una sola condizione: trovare nella società in cui si diffonde un terreno di coltura favorevole. Solo grandi stati d’animo collettivi hanno il potere di trasformare in leggenda una cattiva percezione. Una falsa notizia nasce sempre da rappresentazioni collettive che preesistono alla sua nascita; la sua messa in moto ha luogo soltanto perché le immaginazioni sono già preparate e in silenzioso fermento.

L’esempio illuminante che fa Bloch, ripreso dallo storico belga Fernand van Langenhove, è quello delle presunte atrocità commesse dai civili belgi contro i soldati tedeschi, e precisamente la leggenda dei “franchi tiratori “ belgi. [i “franchi tiratori” non sono altro che quelli che adesso vengono chiamati “cecchini”. La parola stesa “Cecchino” deriva dal nomignolo dell’Imperatore Austrongarico Francesco Giuseppe, in uso fra i soldati italiani durante la Grande Guerra, e cioè “Cecco Beppe”].

Nei primissimi giorni di guerra si diffuse incontrollata la falsa notizia di queste presunte atrocità. Per capirle va compreso lo stato d’animo dei soldati tedeschi. Scrive Bloch: “Il soldato tedesco che, subito dopo l'inizio della guerra, entra in Belgio, è stato di punto in bianco strappato ai suoi campi, alla sua fabbrica, alla sua famiglia (…) Combattenti novizi, gli invasori sono ossessionati da terrori tanto più forti in quanto necessariamente assai vaghi (…) Aggiungete infine che negli animi perdura, allo stato di ricordi inconsapevoli, una folla di vecchi motivi letterari, tutti quei temi che l'immaginazione umana, nel fondo assai povera, ripete incessantemente dall'alba dei tempi: storie di tradimenti, di avvelenamenti, di mutilazioni, di donne che cavano gli occhi ai guerrieri feriti, cantate un tempo da aedi e trovatori e oggi divulgate dal romanzo d'appendice e dal cinema”.

Va tenuto presente infatti che la guerra franco-prussiana del 1870 aveva generato una serie di racconti sulle prodezze dei Franchi Tiratori francesi, sicuramente note ai soldati tedeschi.

Perché la leggenda nasca sará ormai sufficiente un evento fortuito: una percezione inesatta, o ancora meglio una percezione interpretata in maniera inesatta.

Nella maggior parte delle facciate delle case belghe vengono praticate strette aperture, chiuse per mezzo di placche metalliche mobili. Si tratta di «fori in muratura, destinati a físsare le impalcature per gli stuccatori o gli imbianchini delle facciate», analoghi al dispositivo di ganci che in altre regioni svolge la stessa funzione. Sembra che l'abitudine di costruire in questo modo sia tipicamente belga; per lo meno é estranea alla Germania. II soldato tedesco nota le aperture; non ne comprende la ragione e cerca una spiegazione. «Ora egli vive in mezzo a immagini di franchi tiratori. Quale spiegazione potrebbe immaginare che non gli sia suggerita da questa idea fissa?». Gli occhi misteriosi che bucano la facciata di tante case sono quelli degli assassini. Preparandosi da lunga data a una lotta di guerriglie e di imboscate, i belgi le hanno fatte preparare (come sostiene un libro venduto, ahimé!, a benefício della Croce Rossa), da «tecnici specializzati»: questo popolo non é soltanto omicida, ma ha premeditato i suoi assassinii. Cosí un'innocente particolarità architettonica diventa la prova di un crimine sapientemente preparato. Supponiamo ora che in un villaggio costruito in questo modo vengano a perdersi alcuni proiettili, partiti non si sa da dove. Come non pensare che sono stati sparati attraverso le «feritoie»?[/i]” ) (Bloch p. 106)

E su congetture di questo tipo che furono attuate in alcuni casi rappresaglie con esecuzioni sommarie e distruzione delle abitazioni.

Queste false notizie non erano frutto della propaganda. Si sono formate fra i soldati stessi e dai soldati si diffusero nelle retrovia attraverso le lettere scritte ai familiari e le licenze dei convalescenti.

I giornalisti si limitarono ad amplificarle ulteriormente dandone notizia sui giornali. Se qualcuno sollevava perplessità sul fatto che i bonari belgi potessero essere diventati così crudeli, ecco che venivano intervistato su quotidiani come “Nationale Rundschau” il professore universitario che spiegava che la crudeltà belga era già iscritta nell’arte fiamminga.

Ecco quindi che una falsa notizia nata al fronte, diventa tramite i giornalisti una falsa notizia destinata ad aiutare la propaganda.


Sul fronte opposto, fra gli Alleati, possiamo invece vedere il caso contrario.

atroc2All’inizio della guerra, nell’agosto del 1914, le truppe tedesche violarono la neutralità del Belgio e ne invasero gran parte del territori. Si trattò di un crimine di guerra, perché il paese si era dichiarato neutrale.

Subito furono diffuse voci su tedeschi che avevano violentato donne e bambini, impalato e crocifisso uomini, mozzato lingue e seni, cavato occhi e bruciato interi villaggi. Come disse un generale inglese dopo la guerra: “per mandare i soldati ad ammazzarsi l’un l’altro è necessario inventare bugie sul nemico”. E queste menzogne sortirono il loro effetto. Alessandro Curzi qualche tempo fa ha ricordato che suo padre, socialista e da sempre contrario alla guerra, nel 1915 divenne interventista, quando apprese dai giornali che i tedeschi tagliavano le mani ai bambini del Belgio.

atroc1Nel dicembre del 1914 Herbert Asquith, il primo ministro inglese, nominò un gruppo di avvocati e storici, sotto la presidenza di Lord Bryce per indagare le voci sulle atrocità in Belgio. Nel loro rapporto, pubblicato in 30 lingue, veniva sostenuto che vi erano stati moltissimi casi di brutalità da a parte di soldati tedeschi contro non-combattenti, soprattutto anziani, donne e bambini. Vi si parlava, con abbondanza di particolari raccapriccianti, dello “sgozzamento di donne, di giovinette, di fanciulli, spesso accompagnato da circostanze ripugnanti in cui le baionette ebbero gran parte”. E poi notizie “certe”, riferite dai soliti anonimi “testimoni oculari”, su casi di “estirpazione di mammelle alle donne”, o di “un bambino di tre anni crocifisso”.

Cinque giorni dopo la pubblicazione del Rapporto Bryce, le autorità tedesche pubblicarono un loro “Libro Bianco” in cui venivano denunciate le atrocità commesse dai belgi contro i soldati tedeschi, e di cui abbiamo visto la genesi folkloristica: agguati tesi da vecchi, donne e bambini del Belgio ai soldati tedeschi rimasti isolati, a cui venivano inflitte crudeli mutilazioni. Sui giornali tedeschi comparivano perfino foto di volti atrocemente sfigurati di soldati a cui – si diceva – erano stati strappati gli occhi. In realtà si trattava delle foto di militari vittime dell’esplosione degli shrapnel.

atroc2Questa propaganda raggiunse il suo culmine nella primavera del 1915. Fu in quei giorni, in quelle “radiose giornate di Maggio” - come le chiamò D’Annunzio – che l’Italia decise di entrare in guerra. Il 14 maggio 1915 (dieci giorni prima dell’entrata in guerra dell’Italia) sia il Corriere della sera sia Il Messaggero pubblicarono con grande rilievo il Rapporto Bryce. Un pamphlet bellicista dal titolo Sangue belga, scritto da Achille De Marco, descriveva con fantasia perversa altre orrende mutilazioni, stupri conditi da crudeltà inaudite, e perfino il caso di “bimbe mutilate dei piedi e obbligate a correre sui moncherini per il passatempo spirituale della soldataglia tedesca”.

atroc3In realtà, è vero che alcuni civili belgi furono giustiziati sommariamente perché accusati, spesso senza alcuna prova, di resistenza armata. Ed è vero anche che vi furono anche alcune distruzioni immotivate. Comunque furono episodi di cui gli stessi alleati non potevano dirsi innocenti. Ed in ogni caso, come hanno dimostrato ricerche fatte in seguito, vi furono sì casi isolati di brutalità commesse da singoli individui di ambo le parti, ma furono episodi assolutamente non coordinati dalle autorità. Anche il padre di Curzi, arrivando in Belgio dopo la guerra, scoprì con stupore che non si vedevano bambini con mani e piedi tagliati.

Nell’aprile del 1916 questa propaganda di guerra contro i tedeschi riprese vigore quando la stampa britannica cominciò a pubblicare notizie e commenti sull’uso dei cadaveri dei soldati da parte dei tedeschi per la produzioni di lubrificanti, glicerina e sapone. Anche in questo caso la falsa notizia si origina da un fatto vero. In Germania c’erano degli impianti chiamati Kadaververwertungsanstalten per la produzione di sapone e glicerina, ma si trattava di cadaveri di animali, non di esseri umani.

atroc4Simili notizie di atrocità venivano pubblicate da tutti i giornali, e sostenute anche da uomini di cultura e scrittori fra cui anche Arthur Conan Doyle, tanto per citarne uno. Il “Financial Times” ad esempio pubblicava resoconti secondo i quali lo stesso Kaiser avrebbe ordinato di torturare bambini di tre anni e avrebbe personalmente specificato quali torture dovessero essere eseguite. Il “Daily Telegraph” nel marzo del 1916 riferì che gli austriaci e i bulgari avevano ucciso 700.000 serbi usando gas asfissianti.

Alla metà degli anni ’20 il Ministro degli Esteri britannico Austen Chamberlain ammise in parlamento che la storia delle fabbriche di cadaveri erano false. Nel febbraio del 1938, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, Harold Nicolson, sempre nel Parlamento Britannico ammise che nella Grande Guerra “abbiamo maledettamente mentito”., che le menzogne avevano nuociuto alla Gran Bretagna e che sperava di non rivedere mai più una simile propaganda.

Come forse qualcuno di voi avrà già intuito, questo precedente sulle false notizie di atrocità nella Prima Guerra Mondiale ebbe un effetto particolarmente infausto sulla Seconda Guerra Mondiale, quando le prime notizie che giunsero sulle atrocità naziste e in particolare sullo sterminio degli ebrei non furono credute.

Il “Daily Telegraph”, che nel 1916 aveva annunciato con grande enfasi la gassazione di 700.000 serbi da parte sei bulgari con gas asfissianti, fu anche il primo a denunciare le camere a gas di Auschwitz nel 1942, e casualmente la cifra fornita era la stessa: 700.000 persone gassate. Nessuno ci credette, anche se stavolta era vero. Poi giunsero altri notizie sull’uso dei cadaveri per farvi sapone, ma nuovamente non furono credute.

Se ci si pensa bene ci sono alcune differenze sostanziali. Innanzittutto il regime al potere in Germania in quegli anni era una dittatura totalitaria, assai diversa dal regime del Kaiser al potere durante la Prima Guerra Mondiale.

Anche se è comprensibile la reazione di scetticismo dell’opinione pubblica, diverso è il caso delle autorità dell’epoca, che stavolta sapevano benissimo che non si trattava di false, ma decisero che si trattava di un problema marginale. Perché avrebbero dovuto dargli credito ed importanza? L’opinione pubblica non faceva pressioni e lo riteneva falso. Dar credito a simili notizie e agire di conseguenza, ad esempio bombardando Auschwitz, come fu chiesto, avrebbe significato esporsi al rischio di essere considerati dall’opinione pubblica simili ai politici della Prima Guerra Mondiale che usarono la propaganda delle atrocità per demonizzare il nemico.

In proposito ricordo un brano scritto da un giornalista dell’epoca, Arthur Koestler. Koestler era ebreo e profugo dalla Germania. Gran parte dei suoi conoscenti erano in campo di concentramento e aveva raccolto informazioni di prima mano su quanto stavano facendo i nazisti nell’Europa occupata. In uno dei suoi libri racconta l’incubo di non essere creduto, nel cercare di svegliare l’opinione pubblica dei paesi alleati su quello che accadeva in Europa, senza riuscirci.

Cosa sarebbe successo se questi eroici giornalisti che cercarono di far sapere cosa accadeva fossero stati creduti? Difficile dirlo, forse non sarebbe cambiato molto. Ma alcune piccole cose, come bombardare i centri di sterminio, avrebbero potuto essere fatte e la macchina di sterminio rallentata. D’altronde, e parlo per esperienza personale, può anche succedere che un genocidio accada sotto gli occhi dei giornalisti e quindi dell’opinione pubblica – com’è successo in Bosnia, oltre che in Ruanda – e non venga fatto niente per fermarlo.

In ogni caso ho voluto parlarvi di questi due casi estremi, la falsa propaganda di atrocità nella Prima Guerra Mondiale e le vere notizie di atrocità nella Seconda, quali paradigmi della difficoltà del lavoro di giornalista di fronte a notizie sulla veridicità delle atrocità.

Quando si viene a sapere di notizie relative a fosse comuni o campi di concentramento, la tentazione di sparare la notizia subito è forte, ma in realtà proprio in quei casi è opportuna una maggiore attenzione e anche maggiore scetticismo.


Altri esempi di false notizie: dalla guerra dei mondi alla guerra del Golfo
Il ruolo dei media nella diffusione delle false notizie e delle leggende metropolitane.
Vorrei adesso provare ad affrontare alcune false notizie più recenti che riguardano più strettamente il ruolo dei mezzi di informazione nella diffusione di false notizie. Parlerò prevalentemente di false notizie vecchiotte, prima di Internet. In seguito ci occuperemo anche come Internet abbia cambiato lo scenario delle false notizie. Per oggi mi fermerò alla Prima Guerra del Golfo, che è il vero spartiacque per queste notizie, dato che è stato il primo caso in cui l’informazione ha diffuso più false notizie che fatti veri.

Comincio da un caso divertente ed emblematico del rischio della diffusione inconsapevole di un falsa notizia. Il caso è noto ed è stato oggetto di film (lo si intravede anche nel film di Woody Allen, “Radio Days”).

wellesLa sera del trenta ottobre del 1938 il network radiofonico Cbs mandò in onda in tutti gli stati Uniti un radiogramma tratto dalla Guerra dei mondi dello scrittore H.G. Wells. Il libro, per chi non l’avesse letto, racconta dell’invasione del mondo da parte di marziani.

Le voci di un narratore, di numerosi testimoni, di poliziotti e giornalisti – tutti ovviamente attori – raccontavano l’invasione della Terra da parte dei marziani in tono estremamente realistico.

wellesApparentemente, riconoscere nella Guerra dei mondi uno spettacolo di prosa, peraltro annunciato nei programmi pubblicati dai giornali, doveva essere agevole per chi ascoltava. Non fu così. Almeno sei milioni di persone ascoltarono la trasmissione e almeno un milione di esse rimasero terrorizzate e sconvolte.

Intervistando, a distanza di giorni, le vittime della trasmissione, il sociologo H. Cantril notò che la situazione di emotività generata dal radiodramma, e il panico che ne conseguì, furono evitati – o quantomeno affrontati con razionalità – da coloro che erano in possesso di un «atteggiamento critico verso il mondo esterno». Se chi riceve il messaggio è messo in grado di affrontare le notizie in modo critico e consapevole, si riduce il vantaggio di chi fabbrica l’universo informativo.

guerra dei mondi2Esattamente cinquantasei anni dopo la storica trasmissione di Orson Wells, la Cbs – nel frattempo trasformatasi in uno dei giganti televisivi nordamericani – decise di celebrare l’anniversario serale del 30 ottobre 1994 con un nuovo spettacolo di fiction sulla «Fine del mondo», stavolta diffuso attraverso gli schermi televisivi. Stavolta, tuttavia, ci si premurò di dissipare alla radice ogni possibilità di equivoco, sullo schermo appariva, a intervalli regolari, la scritta in sovrimpressione: «Nulla di ciò che vedete sta realmente accadendo».

L’esito fu stupefacente: con grande sorpresa degli stessi programmatori decine di migliaia di telefonate di allarme raggiunsero l’emittente, mentre in molte delle città della California le strade si riempirono di colonne di auto in fuga. Il terrore, si osservò poi, fu apparentemente temperato soltanto dal fatto che gli altri network concorrenti della Cbs e le tv locali avevano proseguito la loro programmazione, senza preoccuparsi delle notizie sulla «Fine del mondo». Il dubbio, insomma, si era insinuato in una parte, ma solo in una parte, dei telespettatori. Inoltre, fenomeno significativo nell’era della «marmellata elettronica», era stato giudicato evidentemente irrilevante il fatto che anche quella drammatica diretta fosse intervallata, ogni tanto, dalla pubblicità.


Passo adesso a un'altra falsa notizia di tutt’altro genere, i morti della presunta strage di Timisoara.

Il colpo di Stato mascherato da rivolta popolare che nel dicembre dell'89 detronizzò in Romania Nicolae Ceaucescu conquistò supporto mediatico all'antivigilia di Natale, con le celebri immagini dei "morti di Timisoara".

Ecco un caso in cui la propaganda (alquanto grossolana, ma per qualche momento efficace) seguiva le ondate migratorie dell'informazione. Con l'inizio degli scontri la maggior parte dei giornalisti occidentali era entrata in Romania attraverso il nord della Jugoslavia, dunque Timisoara (o Temisvar, nella dizione ungherese) era il solo luogo dove in quel momento si potesse colpire la loro fantasia.

Autori del "colpo", deciso in situazione di emergenza, furono due colonnelli dell'esercito in lotta con i comandanti della Securitate. Ceaucescu a Bucarest era ancora nascosto, s'illudeva di resistere, l'appoggio delle forze armate era ancora incerto. Dunque, tredici cadaveri vennero tirati fuori dalla "morgue" cittadina, rivestiti in fretta ed allineati in una piazza.

La prima notizia dall'eccidio giunse dalla Tanjug, agenzia jugoslava, che immediatamente dopo diffuse orribili sequenze televisive. Le immagini erano "tagliate" in un modo che avrebbe dovuto mettere in sospetto gli specialisti. Nessuno sfondo, nessun riferimento che potesse consentire verifiche. I morti, aggiungeva l'agenzia con precisione sospetta, erano già 4.632. E la rivolta era iniziata appena quarantott'ore prima.

Quell'immagine aveva comunque una forza devastante ed in qualche modo autentica: mostrava quali forme primordiali potesse assumere la violenza nella Romania di allora. Le sequenze fecero il giro del mondo.

Anche se l’evento fu in seguito smentito, nell'opinione pubblica, per molti anni, è rimasta impressa la certezza che Ceaucescu fosse stato catturato e fucilato non per le lunghe malefatte del suo regime, ma per una strage mai avvenuta.


Infine l’ultimo esempio di falsa notizia, in ambito medico scientifico. Questa falsa notizia, così come le due precedenti, è raccontata nel libro “Le notizie hanno le gambe corte” del giornalista Claudio Fracassi, direttore di “Avvenimenti”. Questo libro avrebbe potuto degnamente essere il libro di testo per questo corso, ma purtroppo è fuori catalogo e ho pensato che era meglio non obbligarvi a penose ricerche mettendolo come libro di testo.

In ogni caso, la notizia risale alle metà degli anni ’90, periodo in cui cominciava a farsi strada la pratica dei trapianti di organi, fra paure ataviche delle gente e voci di atrocità varie quali il commercio di organi etc. (anche dei morti di Timisoara fu detto che avevano subito l’espianto degli organi, mentre invece erano i segni dell’autopsia).

La notizia è la seguente:
John Martin, di ventun anni, dopo un incidente era stato operato al cervello al Marin General Hospital di San Francisco ed era rimasto in stato di incoscienza per due settimane. Poi era gradualmente migliorato, fino a cominciare a respirare autonomamente, rendendo inutile il meccanismo di respirazione meccanica nella sala rianimazione. A quel punto i medici avevano deciso di staccare la spina dell’apparecchio. Poche ore dopo John era uscito dal coma e aveva finalmente sorriso alla mamma che lo assisteva, facendola gridare al miracolo.

La notizia, appena nata, morì subito (come del resto meritava) sui giornali americani; né se ne trovò alcuna traccia nel mondo, eccetto che in Italia, dove un vero e proprio reportage – non una semplice notizia-flash – dell’agenzia Ansa diede origine a un colossale corto circuito informativo, in cui alla fine risultò difficile mettere in luce le leggerezze, le imperdonabili distorsioni e le responsabilità. Il racconto dell’Ansa da Washington, battuto alle 17,20 del 16 febbraio 1995, diceva testualmente: «Un ragazzo di ventun anni ha ripreso conoscenza mentre i medici staccavano la spina dell’impianto che lo teneva in vita. “Ti amo mamma”, ha mormorato John Martin alla madre che si asciugava gli occhi mentre i medici, perduta ogni speranza, si preparavano a lasciarlo morire. L’episodio, avvenuto a San Francisco, getta una luce nuova e inquietante sui criteri con cui viene deciso di proseguire o abbandonare la terapia di rianimazione di un paziente in coma».

Cammin facendo, la storia del resuscitato John si arricchì di nuovi e sconvolgenti particolari, a partire dai titoli sulle prime pagine. Per un quotidiano, John era uscito dal coma «dopo che i medici avevano perso ogni speranza». Per un altro, la sua esclamazione «mentre gli staccavano la spina» non era stata la struggente «Ti amo, mamma», ma la più familiare – perché tratta da uno spot di successo – «Mamma, quanto ti amo». Notarono più tardi due componenti della Consulta nazionale di Bioetica: «Si sono letteralmente inventati particolari come il ragazzo che parla appena spento il respiratore (con un tubo endotracheale in gola è impossibile parlare) o l’infermiere che caccia un urlo e riattacca la macchina». Si apprese inoltre che il resuscitato John non si era limitato a parlare alla madre, ma l’aveva «abbracciata» e infine, allegro, aveva «chiesto una Pepsi-Cola».

La preoccupazione prevalente della macchina dell’informazione non fu quella di verificare i particolari della storia, ma di trarne le conseguenze più emotive a beneficio dei lettori. Il secondo giorno dopo il «miracolo», l’oggetto delle prime pagine non era già più la vicenda di John, ma il dibattito su «morte e resurrezione».

La notizia dell’episodio americano, enfatizzata dalle tv, avrebbe potuto essere tranquillamente archiviata nel museo degli orrori del giornalismo se nel suo cammino non avesse inaspettatamente incrociato, a un certo punto, quella strana e imprevedibile cosa che si chiama realtà. L’incontro tra i due universi – quello dell’informazione e quello della vita – avvenne però non a San Francisco, dove forse sarebbe servito a rimettere le cose a posto, ma in Italia, dove la notizia era stata diffusa con enfasi, e aveva particolarmente colpito coloro che erano in attesa di un trapianto di organi prelevati da persone appena decedute e soprattutto i parenti di chi quegli organi era destinato a donare. Il contraccolpo fu, ovviamente, drammatico. Al di là delle rassicurazioni degli scienziati sull’irreversibilità della morte celebrale, molti – di fronte all’evidenza della straordinaria avventura di John – si chiesero: e se fosse possibile un miracolo? I dubbi si tramutarono in fatti: gli espianti furono rimandati. L’allarme fu tale da indurre la magistratura di Torino ad aprire un’inchiesta.


Torniamo alla guerra e alle false notizie con un saggio dell’intellettuale francese Boudrillard sulla guerra e i nuovi media.

http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/intervis/b/baudrillard.htm

La riflessione di Baudrillard su questi argomento è nata in realtà con la Guerra del Golfo, sulla quale ha scritto il saggio dal titolo provocatorio “La Guerra del Golfo non ha avuto luogo”. In esso viene analizzata la crescente distanza fra notizie e realtà, soprattutto in guerra.

A questo proposito racconta Giuseppe Zaccaria, inviato de "La Stampa", “Alcuni anni fa, mi trovai fra i pellegrini spediti in Somalia per seguire la famosa operazione Restore Hope, quella preparata da cameramen sbarcati sull'Oceano Indiano prima ancora dei marines. Un giorno, via telefono satellitare, il giornale mi chiede un commento comunicandomi che tutte le prime pagine stanno "saltando" per via delle immagini di una bellissima donna aggredita, picchiata, pubblicamente spogliata da una folla di diseredati.
In una secca didascalia (probabilmente stesa da un impiegato) qualcuno aveva scritto che la Venere nera era stata denudata e malmenata da gente che la disprezzava per l'essersi accompagnata ad un soldato americano. L'elemento che prevaleva su tutto era naturalmente quello del nudo, di una rilucente nudità svelata dalla violenza.
Nei giorni successivi, sui principali media del mondo si rincorsero disquisizioni sul rapporto fra Islam e morale, morale ed Africa, Africa e Somalia, Somalia e precedente occupazione italiana, bellezza muliebre e pratica dell'infibulazione. Tutto finché emerse la semplice verità: la povera Venere nera aveva afferrato un pacco di pasta lanciato dai "soccorritori", e tutti gli altri volevano prenderglielo.

Anche secondo Zaccaria però il vero spartiacque dell’informazione romanzata è stata la Guerra del Golfo. Infatti la Guerra del Golfo, come hanno acutamente evidenziato Jean Baudrillard, e anche Claudio Fracassi ne "L'inganno del Golfo", si basò su una sapiente regia che costruì un'illusione collettiva, la quale fece vittime sia tra i capi di governo (il re saudita Fahd fu convinto a ospitare l'operazione "Scudo nel deserto" con false fotografie satellitari) che tra l'opinione pubblica mondiale.

Gli specialisti dell’agenzia di pubbliche relazioni Hill & Knowlton girarono a Hollywood falsi filmini amatoriali sul Kuwait liberato, fecero raccontare alla figlia adolescente dell'ambasciatore kuwaitiano presso le Nazioni Unite (assente da anni dal suo paese, ma spacciata come “infermiera proveniente dal Kuwait”) di come i soldati iracheni toglievano la corrente alle incubatrici, impedirono che venissero visti i 200 mila iracheni uccisi, fecero recitare più volte ai marines la scena della riconquista dell'ambasciata americana a Kuwait City, facendo calare i soldati sui tetti dell'edificio quando la capitale era libera da due giorni.

D'altra parte molti giornalisti, salvo poi fare atto di pubblica contrizione, si prestarono senza troppo recalcitrare alla manipolazione, quando poi non ne furono gli artefici. Reporter della Cnn prelevarono da uno zoo e poi impeciarono il cormorano intriso di petrolio che commosse tutto il mondo, si fecero riprendere in studio bardati con maschere antigas senza che ci fosse alcun pericolo di contaminazione, mentre fotografi dell'agenzia Reuter misero in vendita fotografie scattate durante la guerra Iran-Iraq del 1983. e via così.

cormoranoPrendiamo ad esempio la vicenda delle foto del cormorano impeciato, ben raccontata da Carlo Cerchio sul un sito professionale di fotografia http://www.fotoinfo.net/speciale/detail.php?ID=152Durante la Prima Guerra nel Golfo apparve in prima pagina su “The Washington post” il 26 gennaio 1991 fu diffusa questa immagine di un cormorano incatramato dal petrolio uscito da un pozzo petrolifero kuwaitiano.

Scrive Carlo Cerchio “Solo nelle polemiche sulle censure e la propaganda di guerra il "caso" verrà alla luce. Sono gli ornitologi francesi consultati da “L’Evènèment de jeudi” a sostenere che i baby cormorani con quelle piume sul collo, nel Golfo, non ci sono in quella stagione ma soltanto in primavera; quindi, secondo Antoine Rielle le fotografie distribuite dalla Reuter (non si parla di AP, Sygma, Gamma) risalgono alla guerra Iran-Irak del 1983.
L'uscita del comunicato del Pentagono, l'arrivo nei circuiti internazionali dei filmati e delle fotografie, la mancanza di informazioni globali sulle fasi del conflitto da parte di fotografi e operatori autori delle immagini sul campo, tutto, unito alla facilità con cui nelle redazioni si ricorre ad immagini d'archivio o filmati di repertorio, ha favorito la scarsa attenzione nella stesura delle didascalie. A questo si aggiunga la prassi corrente nei media di cercare sempre immagini spettacolari e simboliche - più che mai forte in questa occasione - e il "caso" del falso cormorano è fatto, pronto per riempire, come si diceva, gli spazi vuoti lasciati dalla censura militare nelle pagine di quotidiani e periodici.


Cerchiamo di tentare una schematizzazione delle false notizie, rifacendosi a quanto scritto da Bloch.

Per Bloch le false notizie a stampa si differenziano in due categorie:
- la falsa notizia che riproduce in buona fede una voce diffusa nel paese o in un determinato gruppo sociale;
- la falsa notizia consapevole usata in malafede. In questo caso ciò può essere fatto per vari motivi; proviamo ad elencarli:
o per influenzare l’opinione pubblica in obbedienza alla propaganda,
o per “fare notizia”,
o per scherzo
o oppure semplicemente per infiorettare il discorso.

Queste ultime sono false notizie di scarsa importanza e scarso interesse. A volte i giornalisti che non si trovano sul posto o che non si ricordano bene un particolare, possono inventarlo o modificarlo, senza che questo crei particolari problemi: il colore del vestito della moglie del presidente, il menù del pranzo ufficiale o altre sciocchezzuole inventate, non creano particolari problemi, almeno di solito. A volte però anche questi piccoli artifici retorici possono servire a dipingere un personaggio in modo da orientare il pubblico, sottolineando le caratteristiche negative (inventate o presunte) oppure enfatizzando quelle positive. Si tratta di piccole scorrettezze che comunque sarebbero da evitare.

La tentazione di “Fare notizia” con le false notizie invece è molto forte.
Su questo vi racconto un ricordo personale. Quando avevo suppergiù la vostra età mi ritrovai nel bel mezzo della guerra in Croazia. False e vere notizie di atrocità si confondevano e forte era la tentazione di prendere tutto per oro colato e lanciare la denuncia ai quattro venti. Ciononostante è sempre utile mantenere il sangue freddo e la lucidità necessaria per distinguere il vero dal falso.

Ricordo che in quei giorni i prigionieri croati dei serbi venivano costretti a confessare atrocità terribili commesse ai danni dei serbi. Infermiere croate venivano costrette a raccontare di aver ucciso bambini serbi in Krajina con l’obiettivo genocida di ridurne il numero. A me parvero subito false notizie, ma non così a una giornalista della trasmissione di RaiDue “Mixer” che si recò personalmente nei campi di concentramento dei serbi per intervistare queste persone, evidentemente torturate e lanciò la notizia come “Ecco come i croati cercavano di sterminare i serbi.”

La diffusione consapevole di false notizie create dalla propaganda, può sembrare oggigiorno un’evenienza rara, ma in realtà non è così, soprattutto in certi paesi del mondo non democratici, dove i giornalisti se vogliono vivere, devono per forza piegarsi agli interessi del regime. Una volta creata la falsa notizia, essa può essere ripresa, più o meno in buonafede, anche dai media dei paesi democratici.

Se poi si pensa all’informazione come a un racconto, può succedere che vengano nascoste notizie scomode, che non rientrano nella logica del racconto che si persegue, perché magari dipingono come negativo un gruppo o una persona che invece si vogliono dipingere come positive.



Leggende metropolitane e ''bufale''
Leggende moderne e bufale via internet
Innanzitutto il termine “leggenda metropolitana” o “urban legend” è improprio perché spesso queste bufale non hanno niente di “metropolitano”, a volte neanche l’ambientazione. La definizione serve essenzialmente per distinguerle dalle vecchie e antichissime leggende. Infatti la leggende metropolitane non sono altro che versioni moderne di vecchie favole. Il discorso mitologico accompagna l’essere umano fin dagli albori dell’umanità. Miti religiosi, leggende, fiabe, o anche parabole con intenti morali (come nel Vangelo) sono note in tutte le culture e in tutti i tempi. Può sembrare strano, ma i nostri tempi non fanno eccezione.

Le leggende raffigurano i sogni, o gli incubi, dell’umanità. Spesso le leggende vengono fuori dopo una catastrofe e servono a dare un senso a quello che è accaduto e come monito affinché non accada. Secondo Levi-Strauss la leggenda serve a stabilire ciò che fa parte di una comunità e ciò che ne è fuori e quindi serve a rafforzare il senso di appartenenza ad una comunità. Raccontare queste storie serve in alcuni casi a superare un trauma collettivo. In altri casi serve a criminalizzare interi gruppi o per auto-assolversi incolpando altri.

L’esempio più evidente di questa mentalità sono le leggende che si generarono negli anni ’80, dopo che era stato individuato il diffondersi di una nuova malattia, l’Aids.

Una delle leggende metropolitane racconta, con mille varianti, una storia assai semplice. Ve la racconto nella variante presente sul libro “Il bambino è servito” di Cesare Bermani.

Uno studente universitario di Bologna, conosce una ragazza e perde la testa per lei. Dopo averle fatto la corte per un po’ di tempo alla fine riesce a portarsela a letto. La mattina al risveglio la ragazza non c’è più, ma c’è scritto sullo specchio sopra al comò ”Benvenuto nel mondo dell’Aids”. Si fa subito le analisi e scopre di essere sieropositivo.

Fra le vari varianti ce ne erano alcune secondo le quali si sarebbero formate vere proprie sette di malati di Aids dediti al contagio dei sani, per vendetta.

Molti giornalisti riportarono queste leggende come fatti veri. Ad esempio nel marzo del 1988 Paolo Guzzanti, adesso parlamentare di Forza Italia, scrisse su “La Repubblica” un articolo intitolato “I nuovi legionari dell’Apocalisse” (9/3/1988), in cui denunciava il comportamento da “untori” di alcuni malati di Aids: “Benvenuto nel paradiso dell’Aids. È la scritta tracciata con il rossetto sullo specchio del bagno che uno stewart dell’Alitalia trovò al mattino, svegliandosi, dopo una notte movimentata”

Niente di nuovo sotto il sole. Nel libro di Bermani si fa vedere come racconti assai simili circolassero già per la tubercolosi e prima ancora per la sifilide e che in entrambi i casi avevano portato alla criminalizzazione degli ammalati, esattamente come è accaduto con i malati di Aids.

Il termine “Leggenda metropolitana” si diffuse all’inizio degli anni ’80, con la pubblicazione di un antropologo, Jan Harold Brunvand, sul folklore moderno. Con queste definizione si voleva sottolineare l’aspetto moderno di queste leggende, ma in realtà non hanno niente di diverso dalle vecchie leggende, se non il fatto che si tramandano non solo oralmente, e quindi in un ambito limitato geograficamente, ma anche attraverso i moderni mezzi di comunicazione, e quindi sono in grado di arrivare in ogni parte del pianeta.

Nell’uso comune il termine “leggenda metropolitana” significa credere in qualcosa che non è vero. In realtà si tratta di un fenomeno un po’ più complesso e cioè della trasmissione, orale o via internet, di racconti, quasi sempre falsi, ma talvolta anche veri.

Ma di cosa parla una Leggenda Metropolitana? Secondo Jean-Noël Kapferer (Le voci che corrono, Longanesi, Milano 1987) nelle leggende medioevali così come in quelle moderne si ritrovano sempre gli stessi temi che possono essere raggruppati in 9 gruppi: “Il ritorno di Satana, il veleno nascosto, il complotto sotterraneo per conquistare o recuperare il potere [lo vedremo nella prossima lezione], le carestie artificiose (nel medioevo il grano nascosto, oggi la finta penuria di petrolio o la scoperta tenuta segreta del motore ad acqua), la paura del “diverso” (es. antisemitismo), il rapimento dei bambini, le malattie dei principi, i loro amori e i loro compromessi finanziari o morali”.

Come si intuisce il termine “leggenda metropolitana” non è molto adatto a parlare di qualcosa che in realtà ha ben poco di “metropolitano” ed è piuttosto il residuo di una tradizione antichissima: quella di raccontarsi storie e leggende.

Cesare Bermani (Il bambino è servito”) fa notare come gli argomenti più quotati sono quelli che hanno a che fare con il “perturbante” come lo chiamava Freud, e cioè “ciò che ha a che fare con la morte, con i cadaveri e con il ritorno dei morti, con spiriti e spettri” ed elenca: l’animismo, la magia e l’incantesimo, l’onnipotenza dei pensieri, la relazione con la morte, la ripetizione involontaria e il complesso di evirazione . A questo elenco di Freud dobbiamo aggiungere alcuni ulteriori elementi perturbanti e cioè tutto ciò che è alieno, sia nel senso di straniero, sia nel senso di diverso, sia nel senso di “extraterrestre”. Anche la paura per le nuove tecnologie e per le scoperte scientifiche può essere fatta rientrare in questo elemento, e molte sono le leggende metropolitane che fioriscono intorno ai nuovi strumenti tecnologici (dal cellulare al computer) che tutti usiamo ma che per la maggior parte delle persone funzionano in modo misterioso e quindi, in ultima analisi, in modo “magico”.

Le Leggende Metropolitane quindi nascono da situazioni di angoscia collettiva e si diffondo proprio perché queste paure sono diffuse in ampi strati della popolazione. E spesso non a torto!

Se queste leggende fossero soltanto un passatempo ozioso, non ci sarebbe nulla di male, ma il problema è che spesso vengono ritenute vere e vengono prese decisioni in base ad esse. E così ad esempio, in quegli stessi anni in cui si diffondeva la storia degli untori dell’Aids c’era chi proponeva seriamente di tatuare tutti i sieropositivi in modo da renderli riconoscibili a colpo d’occhio. Non dobbiamo, insomma, trastullarci con queste paure, ma cercare di comprenderle per poterle padroneggiare ed evitare che diventino paranoie collettive.

Vediamo adesso alcune caratteristiche stilistiche ci permettono di riconoscere una Leggenda Metropolitana da un racconto veritiero. Secondo gli studiosi del folklore la “leggenda metropolitana”, scritta od orale che sia, ha le seguenti caratteristiche (nove):
- è un racconto (anche se scritto, mantiene lo stile del racconto “orale”);
- viene presentato come vero;
- anche se strano, si tratta di un fatto abbastanza plausibile e verosimile da poter essere creduto;
- è di origine spontanea o comunque non se ne può individuare l’origine;
- riguarda un fatto curioso, bizzarro, orrendo, umiliante o comunque interessante, accaduto a una persona comune;
- in mancanza di prove, chi racconta il fatto deve basarsi sulle sue capacità oratorie per fare credere in quanto racconta e spesso cita un qualche legame indiretto con quanto accaduto (“È successo all’amico di un mio amico”);
- ha la forma di racconto di avvertimento, per avvertire contro l’infrazione di un comportamento abituale, di una norma o di un tabù;
- in genere di una stessa storia se ne conoscono più varianti, che si creano quando il racconto passa di bocca in bocca.
- Quando leggete una di queste storie che circolano in rete, cercate quindi di valutare la coerenza interna della storia. È una storia che ha un inizio e una fine. Ha forse un fulmen in clausola, come le barzellette? Se è così, può essere che si tratti di una leggenda metropolitana.
Le leggende metropolitane possono essere raccontate da chiunque, ma ultimamente più che altro circolano su Internet e chiunque può esserne inconsapevole vettore.
Da notare: non sempre le leggende metropolitane sono false. A volte si basano su una notizia vera, ma sono modificate per migliorarne l’effetto.
Le storie via email perdono la spontaneità del racconto orale, però hanno loro peculiarità, per esempio: per rendere più verosimile il fatto non verrà citato “un amico”, ma magari un giornale o una televisione.

Se alcune di queste storielle possono essere interessanti per gli antropologi, molte altre sono più maligne. Si passa dalle vere e proprie truffe (es. le proposte di trasportare ingenti somme di denaro fuori dalla Nigeria, o altri paesi “a rischio”), a fastidiose catene di Sant’Antonio, passando per avvertimenti di falsi virus etc.

In inglese si chiamano Hoaxes, in italiano in genere vengono chiamate “bufale”. Per riconoscerle vengono date le seguenti indicazioni:
- Cerca di capire se il testo è stato scritto da chi te l’ha mandato. Se non è così, sii scettico. Infatti quasi tutte le catene di Sant’Antonio sono bufale, quindi siate scettici quando vi arriva un messaggio inoltrato più volte.
- Se il testo cerca di fornirti informazioni importanti, di cui non avevi mai sentito parlare tramite mezzi più credibili, sii sospettoso.
- Leggi attentamente e cerca di essere critico sul messaggio, cercando incoerenze logiche, assurdità e pretese palesemente assurde.
- Guarda se c’è scritto “inoltra questo messaggio a tutti quelli che conosci” oppure “Non è una leggenda metropolitana” o simili. In genere significano che lo è.
- Nota se il testo cerca di persuadere più che di informare. Le bufale premono sul tasto emozionale (frasi enfatiche, in maiuscolo e punti esclamativi etc.).
- Guarda se ci sono riferimenti a fonti esterne. Di solito le bufale non ce li hanno, e soprattutto non hanno mai link diretti. A volte citano giornali famosi, ma in realtà gli articoli non esistono o addirittura smascheravano la frode.
- Infine controlla sui siti appositi contro le bufale se il messaggio è stato smascherato.

Fra i siti appositi segnalo, per l’Italia, www.attivissimo.net di Paolo Attivissimo. Vi vorrei parlare di alcune delle sue indagini perché possono essere un punto di partenza per le nostre indagini.

Muore per aver bevuto da una lattina sporca di pipì di topo
Ultimo aggiornamento: 15 maggio 2002

Il testo della catena di sant'Antonio. Con le consuete piccole varianti, il testo è questo:
Articolo comparso su Caducée, giornale d'informazione professionale nel settore medico (MESSAGGIO PER LA SALUTE PUBBLICA):Una persona è morta recentemente in circostanze assurde. Era partita in barca con degli amici, una domenica, e aveva messo delle lattine di bibite nel frigorifero della barca. L'indomani, lunedì, è stata ricoverata d'urgenza allo CHUV (ospedale svizzero di Ginevra) per uscirne mercoledì, morta.L'autopsia ha constatato che si trattava di una Leptospirosi folgorante causata da una lattina che aveva bevuto, senza bicchiere, sulla barca..L'esame delle lattine ha confermato che erano infettate di urina di ratti e quindi di Leptospiras. La persona in questione probabilmente non ha pulito la parte superiore della lattina prima di berla e questa era contaminata di urina di ratto seccata, che contiene delle sostanze tossiche e mortali, quindi la leptospiras, che provoca la leptospirosi.Le bibite in lattina e altri alimenti simili sono stoccate in depositi che spesso sono infestati da ratti e simili e subito dopo vengono trasportate nei punti vendita senza che siano disinfettate o pulite.Ogni volta che comprate una lattina lavate coscienziosamente la parte superiore con dell'acqua e un detergente prima di metterla in frigo.Secondo uno studio realizzato da INMETRO (Spagna), il coperchio delle lattine è più contaminato dei gabinetti pubblici!Lo studio mostra una quantità di germi e batteri sul coperchio delle lattine tale da rendere indispensabile la pulizia con dell'acqua e un detergente.PER CORTESIA DIFFONDETE QUEST'INFORMAZIONE.Ricevuto dalla Direzione delle risorse umane dell'Ospedale Cantonale di Ginevra.

Perché è una bufala
Il consiglio igienico è senz'altro valido, ma il resto del messaggio è una delle solite bufale. Sono in debito con un fulmineo lettore, "ntucci", che promuovo sul campo Aiuto Detective Antibufala perché ha scovato a tempo di record la smentita, che trovate in francese qui:
http://www.hoaxbuster.com/hliste/01_09/leptospirose.html
Una bufala analoga è descritta in inglese presso http://urbanlegends.about.com/library/blrats.htm.
In sintesi: la bufala è originata in America e circola dal 1998, ma è stata come al solito riconfezionata con riferimenti locali per renderla più plausibile. Secondo Hoaxbuster, è vero che i topi sono portatori di leptospirosi e possono trasmetterla all'uomo, ma la leptospirosi non è una malattia folgorante come descritto nell'appello: ha un periodo di incubazione che varia da 4 a 19 giorni, ossia più che sufficiente per andare in ospedale e farsi curare con gli antibiotici.
Notate la solita mancanza di date, mentre i riferimenti ad aziende o istituzioni citano nomi ma non precisano altro, tipo un numero di una rivista, il titolo di un libro o l'indirizzo esatto di un sito Web dove queste dichiarazioni sarebbero state rese, e quindi sono da considerare totalmente inattendibili. Si parla di un “articolo” che sarebbe stato pubblicato da Caducée, descritto come “giornale d'informazione professionale nel settore medico”, senza però indicarne né titolo, né data di pubblicazione, né autore. Fra l'altro Caducée non è un giornale: è un sito Web francese, il cui indirizzo è http://www.caducee.net, che fra l'altro ha pubblicato una smentita consultabile solo con molta difficoltà, come spiegato qui sotto. Il CHUV di Ginevra esiste, ma questo non vuol dire nulla: non sarebbe la prima volta che vengono citati nomi di aziende o istituzioni per conferire maggiore autorevolezza a un appello.
La ciliegina sulla torta, però, è quel Direzione delle risorse umane dell'Ospedale Cantonale di Ginevra, segnalatomi da un lettore (manunta): sembra tanto un nome altisonante per l'ufficio del personale, che non si occupa di leptospirosi e di lattine, ma amministra il personale e basta e pertanto non avrebbe comunque alcun titolo di parlare di questioni mediche in tono così perentorio.
Comunque, anche se le ragioni esposte nell'appello sono false, pulire i recipienti dai quali si beve è una normale precauzione igienica altamente consigliabile, specialmente per le lattine.
La smentita di Caducee.net
Grazie a un lettore (francesco.r) ho potuto risolvere il mistero della smentita di Caducee.net. A causa del modo poco furbo in cui è stato progettato il sito, l'avviso compare soltanto la prima volta che lo si visita. Alla visita successiva compare una schermata che invita alla registrazione gratuita. La schermata di smentita dice testualmente: “Important : Caducee.net n'est pas à l'origine des fausses informations sur la leptospirose qui circulent actuellement sur le réseau.
Il s'agit d'un canular.


Prima di chiudere vi faccio un ultimo esempio, sempre citato da Attivissimo: l’email che avverte di attentati. Qualche giorno prima dell’ultima Pasqua, Attivissimo ha avvertito di questa ennesima bufala. Vi leggo il testo:

"Ciao ragazzi" dice l'appello "questo non è uno scherzo. Oggi ho saputo dalla mia collega che un'hostess dell'alitalia (il marito della mia collega lavora per l'alitalia), in un volo per il marocco, la ragazza ha trovato un portafoglio sul sedile, quando i passeggeri scendevano. Sapeva di chi fosse, e così l'ha restituito. Il signore arabo, l'ha ringraziata molto e prima di uscire dall'aereoporto è tornato da lei e gli ha detto, visto che lei gli ha fatto un grande piacere lui ne faceva uno a lei: 'Non prenda la metropolitana a Roma o a Milano a Pasqua, succederà qualcosa di VERAMENTE BRUTTO, mi raccomando mi ascolti.'
Ragazzi, fatelo girare il più possibile a tutte le persone che conoscete, Pasqua viene di 11 aprile ed il fatto non è irrilevante.
FATELO GIRARE E' IMPORTANTISSIMO."
Scrive Paolo Attivissimo prima di Pasqua: “Per favore, NON DIFFONDETE QUESTO ALLARME. E' UNA BUFALA. Lo scrivo grande e grosso, così anche quest'ennesima mandria di affetti da fettasalamite oculare con complicanze neuronali magari riesce a leggere prima di cliccare bovinamente sul pulsante Inoltra A Tutto Il Mondo Isole Comprese.
Come faccio a sapere che è una bufala? Sono in contatto telepatico con Osama bin Laden? Certo che no. Semplicemente, questa è l'ennesima variante di un copione bufalino già visto mille altre volte. Una persona fa un favore a un'altra persona, che per ricambiare la avvisa di stare lontano dal posto X perché succederà qualcosa di orribile.
Storie assolutamente analoghe circolano in tutto il mondo e puntualmente si dimostrano false. Hoaxbuster.com e altri siti antibufala ne hanno una grandissima compilation riguardanti i luoghi più disparati, e c'è sempre di mezzo qualcuno a cui viene fatto un favore e ricambia preannunciando un pericolo. Ne trovate un esempio qui:
http://www.hoaxbuster.com/hoaxliste/hoax.php?idArticle=1535
risalente al 30 ottobre 2001, ossia quasi tre anni fa. Il copione è appunto sempre lo stesso: in una versione in francese, un'amica è in metropolitana e scorge per terra un portafogli. Vi trova dentro un documento d'identità la cui foto corrisponde a un uomo di colore seduto non lontano. L'amica gli restituisce il portafogli e lui la ringrazia dicendole di evitare i mezzi pubblici il giorno di Halloween.
Altre varianti, sempre tratte da Hoaxbuster.com:
http://www.hoaxbuster.com/hoaxliste/hoax.php?idArticle=5987
Un'amica a una stazione della metropolitana di Lione trova un portafogli, ne identifica il proprietario (un arabo) e lui per ringraziarla le consiglia di non andare al centro commerciale e alla stazione il 15 dicembre 2002.
Una signora è in un centro commerciale. Davanti a lei un tipo arabo perde il portafogli. Lei glielo raccoglie e lo rincorre per restituirglielo. Lui la ringrazia e se ne va. La signora fa per allontanarsi, ma si sente battere sulla spalla: è il tipo arabo, che le dice "Signora, se vuole un consiglio, non venga al centro commerciale fra il 5 e il 31 dicembre".
Una signora a Strasburgo trova un portafogli, ne rintraccia il proprietario e glielo rende. Lui la ringrazia suggerendole di stare lontana dal mercato il 15 dicembre. Risulta poi che l'uomo era ricercato per terrorismo.
Anche presso Arachnophilia.com c'è un discreto repertorio di casi di "terroristi di buon cuore":
http://www.arachnophiliac.com/hoax/Caring_Terrorist.htm
Stavolta le città sono inglesi: Londra, Birmingham, Manchester, eccetera. E c'è sempre di mezzo qualcuno a cui cade il portafogli, una signora che glielo raccoglie, e il ringraziamento con avviso di stare lontano, in questo caso, da Londra intorno al 24 di ottobre.
Ce ne sono ulteriori varianti anche qui:
http://www.arachnophiliac.com/hoax/Halloween_Mall_Warning.htm
e qui:
http://www.urbanlegends.com/ulz/halloween.html
http://www.snopes.com/rumors/mallrisk.htm
Insomma, i casi sono due. O i terroristi di tutto il mondo hanno una anomala propensione a perdere il portafogli davanti alle signore e a contar balle su attentati che poi non avvengono, oppure tutte queste storie sono bufale che attingono alle nostre paure. Secondo voi?
Mi tocca ripetere quello che ho già scritto (newsletter 2004_01_16 - 012) a proposito dell'ultimo allarme di questo genere, secondo il quale Al Qaeda avrebbe "pianificato attentati contemporanei nella metropolitana di Milano e/o su mezzi pubblici" per il 18 gennaio 2004 e avrebbe preannunciato le proprie intenzioni tramite le catene di sant'Antonio; così, giusto per farci una cortesia. Attentati che poi puntualmente non ci sono stati.
Siamo seri. Anzi, siamo serissimi. Disseminare appelli come questo è totalmente irresponsabile. Non fa altro che seminare il panico senza la benché minima ragione, e quindi fa proprio il gioco dei terroristi. Che bisogno c'è di metter bombe e addestrare kamikaze? Basta mandare in Rete una bufala, tanto ci pensano i gonzi a diffondere il panico spontaneamente, con la scusa patetica e ipocrita del "non so se è vero, ma nel dubbio diffondo". Minimo sforzo, massimo risultato.
Volete davvero lasciare che un messaggio così palesemente fasullo decida dei vostri spostamenti e della vostra vita? E se domani ne inizia a circolare un altro che cita Torino e il 25 aprile, o un'altra qualsiasi località e data, che fate? E se poi ne arriva un altro, e un altro, e un altro ancora, vi chiuderete in casa per sempre?
Cerchiamo di ragionare un attimo col cervello invece che con il deretano.


( 05.06.2004 ) - Corso di Giornalismo on line