Tolleranza e rispetto dell’altro. I Intolleranza e razzismo

Come vi sarete resi conto, non dovevo essere io a trattare questo argomento e di conseguenza non sono stata io a scegliere il titolo della relazione. Confesso che la prospettiva di lavorare su un titolo non pensato da me mi ha intrigato profondamente.

Innanzitutto: la Tolleranza. Il nome stesso è equivoco e presuppone il ritenere non vere e inferiori le idee della controparte. Già Goethe aveva detto che essa deve essere soltanto un primo approccio, dato che tollerare significa insultare.

La parola "Tolleranza" trae origine da un istituto postribolare. Sant’Agostino diceva che la Chiesa doveva sopportare la prostituzione come un male minore. Si pone in questo modo, anche giuridicamente, il concetto di un’illiceità che al momento si decide di non perseguire. Infatti San Tommaso, rifacendosi a Sant’Agostino, dirà che chi comanda necessariamente tollera alcuni mali perché altre cose buone non diventino impraticabili e non si incorra in mali peggiori.

Non è mia intenzione qui fare una trattazione dei vari autori che hanno sostenuto o negato il concetto di tolleranza, ma di affrontare il tema in un senso un po’ più ampio. Voglio qui rifarmi alla seconda parte del titolo e soffermarmi sul rapporto che la cultura europea ha con chi è diverso da sé. Rapporto che, avverto subito, è decisamente intollerante.

Per far questo comincio da una data simbolica, la data che segna l’inizio dell’età moderna il 1492, quando l’Europa ha incontrato l’America, cioè un mondo completamente diverso dal proprio.

La scoperta del Mondo Nuovo suscitò grande impressione in Europa. Essa rimise in discussione molte credenze e l’ideologia europea occidentale necessitò di una revisione profonda.

Il primo atteggiamento di fronte ad un mondo così diverso fu quello di cercare di analizzarlo secondo le categorie interpretative note. Per questo troviamo continui i riferimenti mitologici alle Amazzoni, all’età dell’oro etc. Poiché tali paragoni non riuscivano a dare ragione della diversità, cominciò da una lato una riconsiderazione dei dati acquisiti dalla tradizione, dall’altro cominciò il primo vero tentativo di catalogazione su basi empiriche. Fu la prima vittoria della ricerca empirica sul dato d’autorità e dette inizio al metodo scientifico moderno. D’altronde, come ha fatto rilevare Adorno, alla ragione e alla pretesa oggettività, sottende sempre il desiderio di dominio, e questo caso mi sembra che illustri bene la questione: comprendere per conquistare, direbbe Todorov.

Ma la scoperta dell’America fu innanzitutto scoperta degli americani da parte degli europei. Cerchiamo di capire quali furono le reazioni dei primi europei di fronte agli indigeni americani.

Innanzitutto dobbiamo capire chi erano questi europei. Erano spagnoli e cioè figli dell’atmosfera della Riconquista. Pochi anni prima, nel 1478, era stata istituita l’Inquisizione Spagnola, cioè la prima forma di istituto repressivo centralizzato moderno. In quel clima da guerra santa, erano appena stati cacciati dalla Spagna tutti gli infedeli, musulmani ed ebrei, rendendola così omogenea.

Non era la prima volta che gli ebrei venivano cacciati da un paese, ma fu la prima volta che si affacciarono questioni propriamente razziali, dato che i cavalieri dell’Alcantara avevano sostenuto che non bastava la conversione degli ebrei, perché questa non cambiava la loro "natura". E fu sempre in Spagna che cominciò a strutturarsi l’idea della Limpiezza del sangue come distinzione, anche legale, dai "marrani".

Fu in America comunque che tali idee trovarono vasta applicazione e determinarono la prima legislazione propriamente razziale nota. Come si vede il razzismo nasce dall’antisemitismo; infatti i Conquistadores, per cercare di razionalizzare l’enorme differenza che notavano negli indigeni, ipotizzarono che essi discendessero dagli ebrei.

Come ha bene evidenziato Todorov, nell’incontro con un popolo "altro", completamente diverso, le reazioni possono essere di due tipi: la prima è quella di vedere in loro degli esseri umani uguali a noi; tale atteggiamento contiene il pericolo dividere in loro, in quanto uguali, delle persone identiche, con soltanto alcune piccole differenze che possono essere eliminate abbracciando la nostra cultura. Questa è, in nuce, la prospettiva della colonizzazione e dell’assimilazione. L’altro atteggiamento possibile è quello per cui riconosciamo la differenza dell’altro, ma il rischio è quello di trasformala in inferiorità. È questa la considerazione alla base della riduzione in schiavitù degli indigeni e dei neri.

Colonialismo e schiavismo come possibili esiti della Conquista sono rintracciabili fin dai primi rapporti scritti da Colombo. Entrambi gli atteggiamenti hanno coesistito nella storia della colonizzazione, a volte perfino nelle stesse persone, come nel caso di Colombo.

Colombo era partito con la certezza di andare dal Gran Khan, ricordandosi delle parole di Marco Polo secondo le quali questi avrebbe voluto dei monaci che gli insegnassero il cristianesimo. Lo scopo della sua missione, anche se in modo confuso all’inizio è quindi duplice, da un lato portare il cristianesimo al Gran Khan, dall’altro far raccogliere soldi ai reali spagnoli in modo che questi portino a termine la Riconquista e in particolare conquistino i Luoghi Santi. Egli ebbe a dire: "La ragione, la matematica e il mappamondo non mi furono di nessuna utilità. Si trattava solo del compiersi di ciò che Isaia aveva predetto" e cioè: "Porterò al neonato un vento di Nordest e dirò: porto i miei figli lontano", dove quest’ultimo riferimento veniva generalmente interpretato come la previsione della cacciata degli ebrei dalla Spagna. Inoltre Colombo aveva infarcito i suoi libri di profezie riprese da Gioacchino da Fiore e la Scoperta del Nuovo Mondo venne quindi interpretata come parte di una prospettiva apocalittica per la realizzazione del nuovo regno di Dio.

Come si vede, la conquista dell’America pose ai cattolici la questione dell’origine degli indigeni e soprattutto del loro ruolo nel progetto salvifico cristiano. Il problema era che se li si riteneva degni di esser cristiani, si ammetteva che erano esseri umani e quindi non si aveva diritto di farli schiavi. Per farli schiavi era necessario ritenerli inferiori, così come presupposto dalla teoria della schiavitù naturale di Aristotele, santificata da San Tommaso.

La soluzione fu di accettarne l’umanità, anche di considerarli degenerati perché cannibali e dediti ai sacrifici umani. Todorov ha bene illustrato come non vi fosse poi una grande differenza fra gli autodafé e i sacrifici umani; ma è la questione del cannibalismo che è più interessante perché quasi certamente inventata.

Prima ancora che gli europei arrivassero in America vi era stata la credenza che, in alcune zone remote del mondo, vi fossero dei cannibali. Quindi, quando Colombo arrivò in America egli era convinto di incontrare cannibali, al pari di come era convinto di trovare le Amazzoni e gli uomini con la testa di cane o con la coda - che infatti registrò nei suoi libri al pari dell’esistenza dei cannibali. Non vi sono prove che il cannibalismo fosse praticato, non più almeno del fatto che esistessero le amazzoni. Esso però costituì un’arma propagandistica eccezionale per dimostrare l’inferiorità degli indigeni.

All’epoca furono poche le voci a levarsi contro questa visione, ma pure non mancarono. Cito Montaigne che, nel saggio sui cannibali, scrisse:

"Penso che ci sia più barbarie nel mangiare un uomo vivo, che nel mangiarlo morto, nel lacerare con supplizi e martirii un corpo ancora sensibile, farlo arrostire a poco a poco, farlo mordere o dilaniare dai cani e dai porci (come abbiamo non solo letto, ma visto recentemente, non fra antichi nemici, ma fra vicini e concittadini, e, quel che è peggio, sotto il pretesto della pietà religiosa), che nell’arrostirlo e mangiarlo dopo che è morto"

È proprio Montaigne il primo ad ipotizzare la molteplicità delle culture e il loro valore relativo. Un’idea che purtroppo ci metterà secoli ad essere accettata.

Tornando alla questione dell’inferiorità o dell’uguaglianza, se in un primo tempo prevalse la versione dell’inferiorità e della legittimità della schiavitù, negli anni finirono con il prevalere i sostenitori dell’eguaglianza, soprattutto missionari, i quali non potevano negare la comune umanità degli indiani, altrimenti avrebbero negato la contempo la necessità di convertirli. Gli esiti di ognuna delle due visioni ideologiche comunque restarono in vigore: schiavitù da un lato, assimilazione, conversione e in ultima istanza colonialismo, dall’altro.

Infatti le conversioni forzate di massa furono fin dall’inizio il punto iniziale della sottomissione degli indigeni, il passo logico successivo fu di giustificare la Conquista dell’America come necessaria proprio per la conversione degli indios. È questa la prima volta che si inventa il progresso come giustificazione di misfatti e genocidi: per portare la vera fede agli indiani era necessario che il 90% di loro morisse, era necessario in nome del progresso. Questa prospettiva infatti era comunque più umana perché li risparmiava dal Limbo ed è bene evidenziata da un aneddoto assai sintetico raccontato da Bernal Diaz: "Gesù permise che il cacicco diventasse cristiano: il monaco lo battezzò e chiese e ottenne dal governatore che il cacicco non fosse bruciato, ma impiccato".

È indicativo della compresenza e della doppia funzionalità del colonialismo e dello schiavismo un documento del 1514, il Requierimento, che rappresenta un curioso tentativo di dare base legale alla Conquista. Esso veniva letto agli indiani in presenza di un funzionario regio, ma senza un’interprete: se alla fine della lettura gli indiani si dicevano convinti dal documento, non si aveva il diritto di prenderli come schiavi; se invece non accettavano questa interpretazione della loro storia, venivano ridotti in schiavitù. Il contenuto del Requierimento è presto detto: consiste in una breve storia dell’umanità, il cui punto culminante è la venuta di Cristo, definito "capo della stirpe umana", il quale ha trasmesso il suo potere a San Pietro e quindi ai papi, uno dei quali ha fatto dono del continente agli spagnoli. Gli indios dovevano accettare questo stato di cose e sottomettersi, oppure sarebbe stati fatti schiavi.

Come disse all’epoca Las Casas, uno dei pochi a difendere gli indiani, "non si sa se ridere o se piangere davanti a tali assurdità". In ogni caso, il più alto scopo della conversione, di fronte al quale lo sterminio costituiva il male minore, costituì la base ideologica che rese possibile lo sterminio stesso. Fu così sancita l’entrata definitiva del concetto di progresso nel pensiero europeo. Da allora in nome del progresso sarebbero stati giustificati molti altri stermini e ingiustizie.

Il testo del Requierimento comunque mostra bene come colonialismo e schiavismo convivessero. Da un lato i conquistadores volevano schiavi per fare soldi subito, dall’altro i reali volevano invece trasformare gli indios in sudditi che potessero pagare le tasse. Data la politica di rapina e di sterminio dei primi anni della Conquista, dopo cinquant’anni restavano bene pochi indios da fare schiavi e la prospettiva colonialista prevale, anche se gli schiavisti cominciarono subito ad importare schiavi dall’Africa. Anche l’esempio della conquista coloniale dell’Africa poteva essere preso ad esempio, ma esso è più diluito nel tempo. Inoltre gli europei avevano sempre avuto conoscenza del’esistenza dell’Africa e degli africani neri.

Ma la storia coloniale americana è interessante anche in seguito. Per amministrare una zona tanto grande, furono preservati alcuni poteri locali dei cacicchi, i capi indiani. Furono create così due repubbliche: la Republica de los espanoles e la Republica de los indios, che in parte manteneva le antiche strutture feudali indigene. Chiaramente la seconda subordinata alla prima. È il primo esempio di segregazione razziale sancita per legge.

La segregazione però non era così netta da non far emergere, dopo appena qualche generazione, una categoria di persone che non faceva parte di nessuna delle due repubbliche: le persone di sangue misto, sia spagnolo, sia indigeno, sia africano. Nel sistema delle due repubbliche essi non trovavano alcuna collocazione sociale e per questo vennero identificati come vagabondi, parassiti etc. Furono presto emanate delle leggi che impedivano a queste persone di far parte della repubblica degli spagnoli, e addirittura per i nati da unioni con africani, si vietava addirittura di mostrarsi all’aperto nelle ore notturne. Fu regolato persino l’abbigliamento delle cosiddette castas.

Nonostante le barriere giuridiche, all’inizio del seicento (quindi circa cento anni dopo la Conquista) molti membri delle cosiddette castas avevano avuto un certo successo economico, prosperando negli interstizi fra le due repubbliche. A difesa della propria esclusività, l’élite spagnola creò allora un nuovo sistema giuridico di regolarizzazione delle castas, in modo da privilegiare le "limpiezza" del sangue. Furono definite oltre quindici categorie a seconda del grado di purezza del sangue; ma i teorici arrivarono a definirne fino a 53, alcune delle quali dai nomi assurdi come i "sospesi in aria", i "non ti capisco" etc. Tali distinzioni avevano come scopo di facilitare coloro i quali avevano nelle loro vene la maggior quantità di sangue spagnolo, giustificandone a posteriori l’ascesa sociale. Questa frammentazione aveva anche uno scopo pratico, cioè quello di dividere, indio, meticci e neri, dando a ciascuno una possibilità di successo con un matrimonio che migliorasse "la stirpe" ed impedendo la coesione sociale della maggioranza non di origine spagnola.

Abbiamo visto quindi come dalla scoperta del Mondo Nuovo, l’Europa e ancor più l’America, risultino cambiate. Della teoria aristotelica della schiavitù naturale permane la distinzione fra inferiori e superiori (nonché la schiavitù stessa, stavolta dei neri). Della missione civilizzatrice dei cristiani è rimasta l’idea di progresso come giustificazione della conquista e l’idea del colonialismo come giusto e necessario per la "civilizzazione" dell’inferiore. Progresso, purezza della razza, colonialismo sono le 3 idee fondanti su cui si è formata l’Europa moderna, e con le quali l’Europa ha modellato il resto del mondo. Sono infatti idee che si basavano su una pratica massiccia e le cui conseguenze influenzano la nostra vita di tutti i giorni e l’attuale disposizione geopolitica del mondo.

Il viaggio di Colombo sancisce la fine del Medioevo e l’inizio dell’Età Moderna, un’età in cui l’Europa diventa il continente leader del mondo intero, garantendosi quell’accumulazione di capitale che ha reso possibile in seguito la rivoluzione industriale. Per converso, le nazioni che ne hanno subito il dominio diretto o indiretto hanno visto la propria popolazione sterminata, resa schiava e deportata. La povertà del cosiddetto Terzo Mondo e la ricchezza del Primo Mondo sono ancora oggi la conseguenza diretta di quegli antichi crimini commessi in nome del progresso e della fede cristiana.

Di tutte queste conseguenze della scoperta dell’America, mi vorrei soffermare su quella per noi più interessante: la purezza della razza.

Molti autori, Mosse, Adorno, Horkheimer, hanno cercato di trovare le origini della teorizzazione razzista dell’800 e delle realizzazioni razziste del ‘900, nell’Illuminismo. Non che io voglia negare questa filiazione che sicuramente c’è stata, ma con questo mio intervento ho cercato di dimostrare come, lontano dall’Europa, certe teorie fossero state praticate ed elaborate ben prima che in Europa.

Fra le conseguenze della scoperta dell’America vi è stata anche quella di aver fatto diventare il mondo piccolo, e in questo mondo piccolo le notizie circolavano come mai prima di allora anche le idee di diseguaglianza. Simili principi erano stati diffusi da tutta una letteratura di viaggi e di scoperte che ebbe un gran successo per tutto il ‘600 e il ‘700, ma che comincia proprio con la scoperta dell’America.

Restando in Europa, l’Inquisizione, le guerre di religione l’intolleranza religiosa in genere, crearono il clima adatto alla diffusione di idee razziste, affermando sempre di più il desiderio di una società omogenea e "pura".

Fu effettivamente l’Illuminismo a cominciare una teorizzazione più articolata delle diseguaglianze fra gli esseri umani. E giustamente Mosse osserva come ogni corrente filosofica estetica, perfino ogni moda abbia interagito con il razzismo che non può essere definita un’ideologia a sé, ma piuttosto come parte di tutte le ideologie e quindi come concetto basilare per la definizione di cultura europea. In particolare l’Illuminismo, fanno osservare Adorno e Horkheimer, pone per la prima volta compiutamente la questione della conoscenza natura e anche del dominio di essa. Attraverso la loro critica Adorno e Horkheimer volevano liberare l’Illuminismo dalle tentazioni di dominio: conoscere per dominare.

Nella loro rivoluzione contro le "vecchie superstizioni del passato" (Voltaire), gli illuministi si rifecero ai classici e da essi fecero derivare nuovi criteri di virtù e bellezza. Scienza ed estetica finirono con l’influenzarsi reciprocamente.

Nel tentativo di determinare il posto dell’essere umano nell’universo, nacquero l’antropologia, la fisiognomica e la frenologia. Fu messo da parte l’antico racconto biblico e si cercò di classificare razze e popoli secondo altri criteri; purtroppo tali criteri furono spesso quelli estetici, necessariamente soggettivi.

Ogni individuo riceve percezioni che egli tende a difendere come "naturali" e universali e che invece sono dovute al suo retroterra culturale. Il "fattore visivo" del razzismo, di cui parla Mosse, è fondamentale perché pone la bruttezza come rivelatrice (e determinante) dello spirito: il fenomenico sul noumenico. Il linguaggio per immagini è assai efficace e duraturo e si può trovare una continuità fra le immagini dei "selvaggi" del ‘500 e i filmati nazisti, e ancor più fra le immagini medioevali dell’ebreo e quelle naziste. Attraverso il linguaggio delle immagini, la cultura della violenza crea e giustifica il suo mondo e le sue classificazioni.

In ogni caso, l’Illuminismo in un primo tempo almeno credette nell’unicità della natura umana e le differenze vennero imputate al clima e all’ambiente e quindi non innate, né immutabili. Lamarck è forse il rappresentante più noto di queste posizioni, ma altri ben presto ritennero che le caratteristiche fisiche fossero lo specchio delle caratteristiche interiori e quindi alle valutazioni, soggettive, sulla bellezza, facevano seguire valutazioni altrettanto soggettive sull’indole di certi popoli (Buffon, Blumenbach, Linneo). Linneo ad esempio riteneva che la razza banca fosse la razza superiore perché più bella e industriosa, mentre i neri erano brutti e incapaci di autogoverno. Anch’egli però riteneva che la razza umana fosse unitaria e che le differenze fossero dovute all’ambiente e quindi non immutabili.

Il primo a trascurare i fattori ambientali ed ad affermare l’immutabilità della razza fu Immanuel Kant, nel su Le Differenti Razze dell’Umanità del 1775. Egli affermò che si può definire "razza" quegli animali che conservano la loro purezza malgrado le migrazioni da una regione all’altra, e che la stessa cosa si applica agli esseri umani: "Così i negri e i bianchi non sono certo due differenti tipi di specie, ma nondimeno due razze differenti". Kant divise l’umanità in quattro razze, ma ritenne che le due razze fondamentali fossero la bianca e la nera perché presentano chiare differenze di personalità e carattere. L’immutabilità delle razze, nonostante gli influssi darwinisti successivi, fu essenziale in tutto il pensiero razzista.

Kant si basava ancora sul racconto biblico e comunque non metteva in dubbio l’unità originaria del genere umano. Per avvalorare le loro classificazioni gerarchiche, alcuni misero un dubbio tale unicità (poligenismo) e sostennero l’origine separata delle singole razze. In questo modo le differenze erano assolute e immutabili.

L’Illuminismo concepì la specie umana in via gerarchica, in una "Catena dell’essere" che, anche se priva dei suoi aspetti razzisti, continua ad apparire nei nostri libri di scienze. Nel ‘700, l’animale posto più in alto, la scimmia, era collegato all’essere umano posto più in basso, il nero. Alcuni cercavano un ipotetico "anello mancante" fra le due specie, altri ritenevano invece che la via gerarchica fosse diretta e che anche le scimmie fossero esseri umani neri che si astenevano dal parlare per non essere ridotti in schiavitù.

Nel secolo successivo anche il romanticismo e il nazionalismo dettero il loro contributo alla teorizzazione del razzismo. Va detto che in principio il nazionalismo moderno fu cosmopolita e tollerante, come lo furono i suoi ideologi, ad esempio Herder. Il culto della lingua nazionale introdotto dal Romanticismo fece tornare l’interesse per la filologia, che si dette a classificare le lingue ed a cercarne l’origine. La scoperta delle radici indoeuropee delle lingue dette vita all’infausto termine di "ariano" e dette luogo ad una vera e propria mania per l’India.

Anche tali classificazioni risentirono di giudizi estetici e ancor di più di giudizi emotivi. Ad esempio Schlegel sostenne che sanscrito greco e tedesco avessero radici comuni, non basandosi sulle radici o sulla struttura della lingua, ma basandosi sul "carattere interiore" delle lingue, che rispecchiava il carattere esteriore dei popoli, tutti e tre saggi, moderati etc. Le lingue che invece si supponeva che derivassero dal cinese, come ad esempio le lingue slave, vennero tacciate di essere prive di profondità, disarticolate e non ispirate.

Altri definirono le lingue semite prive dell’equilibrio proprio delle lingue indoeuropee e molti si trastullarono ad immaginare quale fosse stata la vita di questi mitici antenati indoeuropei o ariani, che dir si voglia, nell’antichità. La loro vita veniva dipinta come una specie di paradiso terrestre di contadini giovani e vigorosi che vivevano in comunità "libere" - il tema della libertà come tratto caratteristico degli antichi ariani ritorna sempre, senza essere mai ben chiarito.

Data l’importanza assunta dalla lingua per la nazionalità si sostenne che i non oriundi non potessero arrivare mai a padroneggiare la lingua nazionale e soprattutto lo si sostenne nei confronti degli ebrei e dei neri che nelle opere razziste parlano sempre una specie di gergo loro propri, degenerazione della lingua nazionale.

Ben presto però anche il termine "ariano" parve troppo vasto e alcuni autori cercarono di distinguere i tedeschi dagli altri popoli per dimostrarne la superiorità.

Chiaramente inglesi e francesi non stettero a guardare mentre i tedeschi si appropriavano del mito ariano e mentre i francesi ripiegarono ad idealizzare gli antichi celti, gli inglesi cercarono di avocare a se la discendenza ariani e di escluderne i tedeschi. Vi risparmio la sequela di cosiddetti pensatori che sostennero le varie tesi e soprattutto gli argomenti che portarono a loro favore. Quel che ci interessa è che:

"Prese sempre più piede l’idea che i germani e i celti fossero uomini liberi che avevano dato vita nelle loro remate istituzioni tribali a una rozza e spontanea forma di uguaglianza; i loro re o nobili si erano serviti della persuasione più che della forza. Probabilmente questo era dovuto al fatto che il nazionalismo moderno proclamava che soltanto la libertà del popolo avrebbe reso la libertà anche al singolo. L’immagine dell’uomo libero sulle sue terre libere, fosse nell’India o nella foresta di Teoutoburgo, esercitò la sua forze di attrazione su molti individui".

Fino a questo punto abbiamo assistito, nei loro differenti aspetti, al procedere di pari passo di due tradizioni del razzismo, che saranno poi riunite dai nazisti. La prima che comprende buona parte degli antropologi e dei linguisti era talmente soggettiva, che rinunciava spesso ad ogni pretesa di scientificità. Di pari passo però si andava sviluppando un’altra tradizione che invece ribadiva di continuo la propria presunta scientificità: la chiameremo la tradizione eugenetica. Essa prese grande forza dopo che furono annunciate le scoperte di Darwin.

Nel 1859, Darwin espose le sue teorie sull’evoluzione e concetti quali "selezione naturale" "sopravvivenza del più adatto", furono fatti propri dai razzisti, sebbene Darwin non fosse personalmente un razzista. Poiché tutti gli esponenti non razzisti dell’antropologia etc. erano stati favorevoli all’idea che fosse l’ambiente a determinare la natura umana, con la teoria di Darwin la principale teoria a sostengo dell’uguaglianza degli esseri umani fu sconfitta per sempre, e i razzisti, semplificando Darwin, ebbero così un’arma potente per giustificare le proprie asserzioni sul conflitto perenne fra razza superiore e razze inferiori e sulla necessità scientifica e storica della vittoria di queste ultime.

Già James Hunt, presidente della Società antropologica inglese, aveva desiderato che la scienza razzista venisse applicata e si facesse qualcosa per prevenire gli incroci interrazziali e per favorire la selezione naturale. Non a caso però quello che può essere definito il fondatore dell’eugenetica fu un fervente seguace di Darwin, Sir Francis Galton. Egli cercò di applicare i principi dell’ereditarietà e della selezione naturale alle razze umane e teorizzò la necessità di migliorare la razza tramite incroci selettivi e contenzione della fertilità degli inadatti. Egli intraprese perfino una specie di catasto umano degli inglesi, allo scopo di creare in futuro delle patenti eugenetiche etc.

Nel 1904 fu creato un laboratorio a suo nome per gli studi eugenetici, nello stesso anno in Germania nasceva l’"Archiv fur Rassen und Gesellschaftbiologie". Negli anni successivi nacquero un po’ in tutta Europa simili istituti statali, periodici e gruppi di ricerca. "L’esalante prospettiva di una nazione tesa a rendere la propria razza adatta alla sopravvivenza fece passare sopra a qualsiasi infamia che un programma di questo genere potesse comportare."

La seconda corrente del razzismo di fine secolo è la corrente mistica. Fra i suoi precursori sicuramente il più importante è Gobineau. Egli fu un grande sintetizzatore e semplificatore dell’ideologia razzista, ed ottenne fama internazionale con le sue speculazioni razziste, per le quali attinse anche a teorie filologiche, linguistiche e antropologiche dell’epoca, ma che in gran parte sviluppò sulle sue idee e rifacendosi al presente. Nel Saggio sull’Ineguaglianza delle Razze umane del 1853-55, Gobineau identificò, nelle tre razze ormai canoniche (bianca nera e gialla), caratteristiche tratte dal presente e dalla sua visione conservatrice e aristocratica. Così la razza gialla aveva un impulso al benessere materiale e al commercio - e rappresentava la borghesia, che Gobineau riteneva responsabile di aver distrutto lo stupendo ordine feudale francese, basato sulla superiorità dei nobili. I neri rappresentavano per Gobineau le caratteristiche della plebe sfrenata. La razza bianca infine rappresenterebbe la razza aristocratica, amante della libertà, dell’onore e della spiritualità. La visione di Gobineau era in questo pessimista, paragonando la situazione delle razze a quella francese, egli riteneva che la razza bianca fosse in declino, vinta dalle altre due. Tale "degenerazione" era dovuta ai mescolamenti, per Gobineau inevitabili. In un’opera tardiva Rinascimento del 1977 egli sperò che il disastro potesse essere evitato.

Fu Wagner e il suo circolo a diffondere le idee di Gobineau, piegate agli interessi tedeschi e a quelli delle Lega Pangermanica. Si ricordi che molti degli aderenti di questa lega erano insegnanti nelle scuole. Durante la prima guerra mondiale, infine, migliaia di copie dei libri di Gobineau vennero diffuse fra i soldati in trincea.

Secondo Wagner e Chamberlain che entrò in seguito a far parte del suo circolo, il Cristianesimo protestante sarebbe stata la vera religione degli ariani, priva della degenerazione cattolica dell’ebreo San Paolo. Inoltre Cristo non era stato ebreo, ma ariano: le sue parole erano troppo sagge e spirituali pere essere di un ebreo (sic).

Il circolo di Bayreuth di Wagner divenne il principale luogo di diffusione in Germania del razzismo di tipo misticheggiante. I suoi festival erano concepiti come veri e propri momenti di esaltazione in cui si dava concretezza a tali idee astratte. Essi continuarono con la moglie e la figlia di Wagner fino alle soglie della Seconda Guerra Mondiale.

La teorizzazione filosofica delle opere di Wagner venne data da Houston Stewart Chamberlain, con il suo I Fondamenti del XIX Secolo del 1899. I germani erano, secondo Chamberlain, la razza salvatrice dell’umanità, erede dei greci e dei latini, che avrebbe dovuto combattere contro i suoi nemici, cattolicesimo ed ebraismo. Gli ebrei in particolare erano un popolo bastardo, la cui sconfitta avrebbe portato ad una rivoluzione spirituale e la razza ariana avrebbe dominato il mondo.

Mentre i razzisti "scientifici" concretizzavano le loro teorie in proposte di eugenetica quali la sterilizzazione o addirittura la soppressione degli inferiori (Criminali compresi come auspicato dall’unica rappresentante italiano di un certo livello, Lombroso), i razzisti mistici invece parlavano di arte, religione etc. Mentre erano assai vaghi sul piano politico, auspicando un generico ritorno al medioevo o addirittura all’età pagana.

Infatti in quell’epoca si diffuse in Europa un’enorme marea di scritti misticheggianti, misterici, carichi di occultismo e altre assurdità, soprattutto a causa dei movimenti spiritualistici nati in America, ma anche a causa del sempre maggiore interesse per l’unità delle nazione, sentita come minacciata dall’urbanizzazione e dalla sempre più forte lotta sociale.

Fra i movimenti più importanti per la diffusione di idee razziste, vi fu un movimento che nella volontà dei suoi fondatori più importanti non voleva essere razzista, ma anzi liberale e universalista; sto parlando della Teosofia. La Teosofia infatti sosteneva che sollevando il velo che si frapponeva fra l’essere umano e la conoscenza (Iside svelata) sarebbe stato possibile conoscere le civiltà passate, Atlantide e, per alcune frange del movimento, l’antica storia degli ariani etc. Attraverso la trance vi poteva essere la conoscenza vera del passato. Stando nel paesaggio naturale proprio degli ariani, la foresta, si sarebbe potuti entrare in comunicazione con loro e scoprirne i segreti (ad esempio il segreto delle rune).

Mentre il razzismo "scientifico" non fu fin dall’inizio antisemita, e alcuni suoi esponenti erano addirittura ebrei, quasi tutti i razzisti "mistici" e gli irrazionalisti, soprattutto tedeschi, erano invece ferocemente antisemiti. Essi avevano trasformato gli ebrei nel principio del male, ricollegandosi così all’antisemitismo medioevale.

Antisemitismo

Nell’800 il Romanticismo, con il suo amore per gli aspetti orrorifici della tradizione popolare, aveva rivitalizzato e diffuso antiche leggende, come ad esempio quella dell’ebreo errante. Il romanzo di Hermann Goedsche, Biarritz, 1868, fu una delle basi per la stesura dei Protocolli dei savi anziani di Sion. Nel romanzo vi era una scena in cui 13 saggi ebrei, riuniti nel cimitero di Praga, cospiravano per impossessarsi del mondo. Qualche anno più tardi, in pieno Affaire Dreyfus, destra francese e polizia segreta russa si rifecero a questo mito per la stesura dei Protocolli. Gli ebrei si sarebbero impossessati del mondo sfruttando il motto della rivoluzione francese "libertà, eguaglianza, fraternità", avrebbero privato gli altri popoli della loro religione e indebolito la fiducia nell’autorità. Contemporaneamente avrebbero creato una crisi economica con il loro dominio sull’oro (altro stereotipo medioevale, ripreso nella letteratura tardogotica) e alla fine il mondo sarebbe ridotto ad una massa di proletari, pochi milionari fedeli e polizia e soldati alle complete dipendenze degli ebrei. Se i gentili avessero scoperto il piano, gli ebrei avrebbero utilizzato le metropolitane per far saltare le città europee e inoculato malattie nei superstiti. È evidente il timore per la modernizzazione in corso.

Purtroppo tali fole sulla cospirazione mondiale si diffusero ben al di là dei gruppuscoli antisemiti; esse divennero uno strumento in mano a tutti i movimenti di destra contrari ai cambiamenti della società: unioni agrarie e partiti conservatori se ne servirono nella loro lotta contro liberali e socialisti; cattolici e protestanti le utilizzarono per lottare contro l’ateismo; soprattutto i nazionalisti se ne servirono per dare coesione al popolo tramite un elemento di contrasto.

Con l’antisemitismo il razzismo era tornato alle origini ed è per questo che è giunto il momento di parlare dei rapporti fra Chiese e razzismo e antisemitismo.

 

Cristianesimo

Come abbiamo detto, il razzismo si è alleato con tutte le correnti del XIX secolo: nazionalismo, spiritualismo, moralità borghese e fede nella scienza. Anche con il Cristianesimo, nonostante il battesimo dovesse eliminare ogni principio razzista.

Con il nascere del pietismo si assiste anche ad un tentativo di liberare il cristianesimo dalle suo origini ebraiche. Già nel ‘700 il Talmud era stato accusato di contenere le peggiori infamie, ma nell’800, di pari passo con l’emancipazione ebraica, l’esegesi biblica ottocentesca, si scagliò addirittura contro il Vecchio Testamento, cercando di negare la filiazione della religione cristiana da quella ebraica.. Personaggi come Fichte, Hegel e molti giovani Hegeliani biasimarono il Vecchio Testamento e la religione ebraica accusandole di essere basate sulla grettezza e l’odio; ciononostante non possono essere definiti razzisti perché ritenevano che attraverso la conversione, singoli ebrei avrebbero potuto liberarsi dal loro retaggio. Parimenti fu proclamata la superiorità della religione protestante su quella cattolica, accusata di essersi impantanata nei legalismi dell’ebreo Paolo. Non è un caso che proprio nell’800 Cristo cominci ad essere rappresentato come biondo ed alto, il prototipo del vero ariano. Sia l’emancipazione dall’eredità ebraica, sia la recisione dei legami con il cattolicesimo, spianarono la strada al Cristo germanico di Chamberlain e dei nazisti.

Una Chiesa protestante così concepita era a tutto vantaggio delle esigenze del montante nazionalismo, che ne fece una delle basi del Volk germanico: protestantesimo e Volk tedesco divennero una cosa sola. A questo punto la conversione non poteva più bastare, e sempre più gli ebrei vennero considerati stranieri.

Furono rispolverate le antiche accuse contro il Talmud, con il libro Talmud-Jude di August Rohling, professore universitario alla regia università di Praga (1871). Questo libro riscosse un gran successo sulla stampa cattolica e le "rispettabili" tesi del professore entrarono a far parte dell’arsenale degli antisemiti. Un rabbino di Vienna lo citò in giudizio e riuscì a dimostrare la falsità delle sue tesi, ma non era certo questo il messaggio che circolava.

Va detto che nessuna Chiesa ha mai patrocinato lo sterminio, ma piuttosto l’esclusione dalla società, un ritorno al medioevo e al ghetto. L’antisemitismo tradizionale era assi diffuso in tutte le campagne e le zone sottosviluppate d’Europa, dove i contadini, soprattutto nella crisi agraria di fine secolo, temevano la città e gli ebrei come usurai e anticristo. Con l’emancipazione l’antisemitismo era stato relegato alle frange più basse della popolazione, ma nel corso dell’800, mano a mano che proseguiva l’emancipazione ebraica, gli intellettuali se ne rifecero alfieri.

In Francia, dove l’elaborazione mistica tedesca ebbe minor presa, fiorì la credenza nel complotto, anche a causa di alcuni scandali finanziari di fine secolo che videro coinvolti alcuni ebrei. Ma in Francia fu soprattutto l’antisemitismo cattolico a diffondersi maggiormente. In pieno Affaire Dreyfus fu fondata l’Action Francaise che auspicava il ritorno della monarchia e dell’Ancien regime, soprattutto per quanto riguardava le prescrizioni contro gli ebrei. Essendo un movimento cattolico, il suo fondatore, Maurras, proclamò che le razze non esistevano. In genere si può dire che quanto più l’antisemitismo di stampo cattolico era reazionario, tantomemo era razzista, mentre quanto più era popolare e propugnava la riforma sociale, tanto più era razzista.

L’Action francaise e parimenti il Cristianesimo Sociale di Lueger in Austria diffusero simili istante reazionarie fra la piccola borghesia cittadina e gli studenti per i quali gli ebrei erano gli alfieri del capitalismo, dell’ateismo, del pensiero liberale e di quello socialista; in pratica della modernità.

Fu attraverso il Cristianesimo e in particolare il cattolicesimo che le paure medioevali delle campagne ebbero successo in città, dove furono rivestite per l’occasione di nuovi miti antimoderni. La tradizionale moderazione e il rispetto per la legge e l’ordine di entrambe le Chiese furono una barriera che molti in seguito ritennero necessario superare.

 

Nazional-socialisti

Dobbiamo adesso occuparci della Francia perché a fine secolo era il paese dove razzismo e antisemitismo erano più diffusi anche fra le classi popolari e dove per primi i suoi leader si definirono nazionalsocialisti.. Ai contemporanei parve che il razzismo fosse penetrato in Francia improvvisamente verso gli anni ‘80, mentre invece le sue origini sono assai antiche. Innanzitutto il tradizionale antisemitismo rurale e cattolico che come abbiamo visto fu rivitalizzato dalla destra francese; ma anche la sinistra francese non ne fu immune. Uomini come Fourier, Proudhon e Toussenel erano profondamente antisemiti perché vedevano negli ebrei il simbolo stesso del capitalismo e della finanza. Proudhon addirittura arrivò a sostenere la necessità di sterminare gli ebrei se non si fosse riusciti ad espellerli. È assai importante che questi uomini facessero parte dell’esperienza comunitaristica della prima metà del secolo perché attraverso di loro il concetto di comune o comunità entrò a far parte del bagaglio del razzismo. L’ideale comunitario di Proudhon e Toussenel faceva perno sulla nazione, sulla razza; ed eliminando la razza ebraica si sarebbe creata una vera comunità socialista.

Il loro socialismo non aveva niente a che fare con il marxismo, ma è indicativo che alcune loro tesi siano state riprese da Marx che nei suoi articoli sulla questione ebraica del 1944 ha anch’egli incolpato gli ebrei di incarnare il capitalismo finanziario "Il denaro è lo zelante Dio di Israele" sosteneva, e non è strano che il suo saggio sia stato occasionalmente ristampato dai razzisti perché sembrava rappresentare una specie di confessione da parte di un ebreo, tanto da costituire la prova della verità.

Le idee dei primi nazionalsocialisti furono propagandate a fine secolo da Drumont che con la sua France Juive del 1886, vendette oltre un milione di copie. Egli contrapponeva la Francia sana degli operai e dei lavoratori sfruttati a quella dei parassiti ebrei orditori di trame segrete. Oltre agli ebrei Drumont accusava anche i protestanti e i massoni e tutti avrebbero dovuto scomparire dalla vita francese. Un sindacato si pose sotto la sua egida "Les Jaunes" ed arrivò a contare oltre 100.000 iscritti. Fu la prima organizzazione di massa di destra a penetrare così a fondo fra la classe operaia.

Alla Lega Antisemita di Drumont si avvicinarono seguaci di Blanqui, anarchici e comunardi ed ebbe la sua base elettorale in Algeria, dove più evidenti erano gli scontri antisemiti con addirittura periodici pogrom.

Anche nell’Europa di lingua tedesca si diffusero movimenti simili. In Austria i pangermanisti non riuscirono però mai a guadagnare a se grandi folle perché anticattolici, mentre in Boemia nacque il primo Partito dei Lavoratori Tedeschi Nazionalsocialisti (anche se il successivo nazismo non ne costituisce filiazione diretta). In Germania fu un Dueringh, un ex Marxista, a diffondere tali idee in un libro il cui titolo è già un programma e che ottenne numerose ristampe: La Questione ebraica come problema di carattere razziale e il danno da essa arrecato all’esistenza, alla morale e alla cultura dei popoli (1880).

Anche nel marxismo ufficiale vi furono tentazioni antisemite. Riprendendo Marx, il cui obbiettivo era la "scomparsa del giudaismo", Karl Kautsky scrisse Razza e giudaismo nel 1914 dove accettava lo stereotipo ebraico degli ebrei attaccati al denaro etc. E sosteneva che con l’avvento del socialismo gli ebrei sarebbero scomparsi come classe. Nel frattempo dovevano sforzarsi di abbandonare la propria religione e aderire alla lotta proletaria. In seguito, tale messaggio attecchì soprattutto in Unione Sovietica, dove fu agitata perfino l’idea di complotto, stavolta non ebraico-bolscevico, ma ebraico-sionista.

Prima di chiudere, vorrei soffermare l’attenzione sulla Prima Guerra Mondiale, nella quale da una teorizzazione della violenza, si passò ad una pratica della violenza, anche per quanto riguarda il razzismo.

Nel reinsaldarsi delle singole comunità nazionali determinata dalla guerra, gli ebrei vennero ritenuti come dei "corpi estranei alla nazione". Nel quadro della mistica nazionale, la guerra favorì aspirazioni di cameratismo e di attivismo. Le uccisioni di massa infine resero più spietata la coscienza europea. Nessuna di queste conseguenze era necessariamente razzista, ma su esse il pensiero razzista che si era sviluppato in precedenza, trovò modo di diffondersi, con le conseguenze ben note.

Su questo punto chiudo, perché la storia successiva è più nota e richiederebbe ben più dello spazio di questo seminario.

In questo breve intervento ho cercato di rendere più problematico il concetto di intolleranza del diverso, ho cercato di vederne le correnti di fondo e ho cercato di dimostrare, partendo dall’analisi di Mosse, come esso sia un concetto fondante di tutto il pensiero europeo moderno e contemporaneo. Mi sono staccata da Mosse nell’averne cercato le origini nella pratica coloniale e successivamente nella teorizzazione sette-ottocentensca.

Prima di chiudere vorrei sottolineare l’importanza dello studio del razzismo. Esso è riuscito ad avere un tale successo strabiliante perché è stato un movimento eclettico che ha pervaso ogni altro movimento, senza avere lo scomodo bagaglio di padri fondatori attaccabili, ma basando la sua dottrina sul "senso comune" e su verità autorivelate. Il razzismo infatti ha saputo dare forma e autorità ai pregiudizi tradizionali, ed ha così di fatto attraverso le classi, anche se si è alleato soprattutto con la classe in ascesa, la classe media, elogiandone tutte le virtù: la pulizia, la serietà morale, il duro lavoro e la vita familiare etc..

"Interpretare correttamente la storia del razzismo significa anche meditare la storia d’Europa, con la quale esso è così strettamente intrecciato. Troppo spesso il razzismo è stato trascurato perché immeritevole di uno studio serio, perché ritenuto una semplicistica e ingenua visione del mondo che può essere lasciata in un angolo, mentre gli storici rivolgono la loro attenzione a soggetti più complessi e affascinanti. Tuttavia per esorcizzare questo male, non sono necessari poteri occulti, ma solo lo sforzo di inserire lo studio del razzismo nel nostro studio della storia moderna dell’Europa. Non dobbiamo mai trascurare di cercare dove si trova chi accumula rifiuti sino a quando non gli è stata strappata la maschera e non è stato scoperto, anche là dove sembrava esserci solo virtù, bontà e verità.".

Per parlare di Intolleranza, si sarebbe potuto parlare della repressione del dissenso, dell’emarginazione dei malati di mente, degli omosessuali, dei devianti. Ognuno di questi argomenti esemplifica l’Intolleranza europea. Se mi sono soffermata sul razzismo è semplicemente perché è l’argomento su cui sono più esperta.

Da questo mio intervento non vorrei sembrasse che l’Intolleranza sia completamente vittoriosa nella cultura europea. Se siamo qui adesso a parlare di queste cose è proprio perché la cultura europea conteneva il veleno, ma anche l’antidoto contro l’intolleranza. La storia del concetto di tolleranza prima, e di libertà poi, dato che questo è il termine moderno che meglio indica il concetto, è una storia, per fortuna più nota, e sulla quale non ritengo di dovermi soffermare.

L’Intolleranza ha perso, ma ha veramente vinto il rispetto dell’altro? Questa battaglia è invece ancora da vincere.

Era mio interesse porre l’attenzione su alcuni concetti profondamente ambigui della cultura europea. Il primo è quello di tolleranza, da usarsi con parsimonia, perché implica l’inferiorità dell’altro. Il secondo concetto è quello dell’uguaglianza, dato che vi è il pericolo dell’assimilazionismo. Il terzo concetto è quello di progresso, sia scientifico che morale, dato che come si è visto esso è ambiguo e può giustificare praticamente ogni punto di vista.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

T. TODOROV, La Conquista dell’America. Il problema dell’"altro". Torino Einaudi 1992.

S. ZAVALA, Il pensiero politico della Conquista, Firenze, Ponte alle Grazie 1991.

W.T. MOSSE, Il razzismo in Europa, Laterza 1978.