Chi è Arthur Koestler?

L’esperienza fondamentale nella vita di Koestler è stato il comunismo e ancor di più l’abiura della fede comunista. Koestler ha scritto un’autobiografia in tre volumi e altri scritti autobiografici, consapevole di essere un "caso tipico di intellettuale nato all’inizio del secolo nell’Europa continentale": ebreo, sionista, comunista, attivista antinazista, amico o conoscente dei principali intellettuali dell’epoca, fu in Palestina con i primi pionieri, visitò l’Urss subito dopo la collettivizzazione forzata, fu in Spagna come spia durante la guerra contro i franchisti, condannato a morte, detenuto in campo di concentramento, esule …. Insomma un vero "caso tipico" per quegli anni. La sua biografia è quindi una testimonianza – semrpe assai lucida - di estremo valore.

Data

BREVE BIOGRAFIA DI ARTHUR KOESTLER

Nato nel 1905 a Budapest, da famiglia ebraica; dopo la Comune di Budapest si trasferisce a Vienna (la madre era viennese), dove studia al Politecnico (la facoltà scientifica di Vienna). Qui entra in contatto con circoli sionisti, il sionismo sarà la sua prima passione politica.

É interessante notare come all’interno del sionismo egli scelga il sionismo revisionista di Jabotinsky, da molti considerato filofascista.

Nel 1923 a Riga Vladimir Jabotinsky aveva fondato il Betar, l’organizzazione giovanile revisionista, nella quale si riunirono i più accesi nazionalisti sionisti e dalla quale nacque nel 1925 lo Zohar, il partito sionista revisionista. Il nome revisionismo deriva dalla pretesa di Jabotinsky di ‘rivedere’ il sionismo per tornare ai principi di Herzl, così compendiati nel manifesto del Partito:

"Lo scopo del Sionismo è lo Stato Ebraico. Il territorio: entrambe le rive del Giordano. Il sistema: la colonizzazione di massa. La soluzione al problema finanziario: un credito nazionale. Questi quattro principi non possono essere realizzati senza una sanzione internazionale. Quindi il l’ordine del giorno deve essere: una nuova campagna politica e la militarizzazione della gioventù ebraica in Erez Israel e nella Diaspora".

I sostenitori del movimento revisionista erano più che altro piccolo-borghesi in Polonia, negozianti o artigiani, poco propensi a ‘culto della vacca’ - come Jabotinsky definiva i principi sionisti-socialisti del ritorno alla terra. Pur pretendo di essere un difensore dei valori liberali, Jabotinsky basò il suo movimento sul culto della propria personalità, su ideali nazionalistici e militareschi di stile fascista.

Jabotinski – a parole – sosteneva di voler fondare una patria ebraica moderna ispirata alle democrazie occidentali più avanzate e si definiva "liberale". Anche Koestler lo considera un liberale, e tace sul suo filofascismo.

La sua esperienza sionista, subito precedente a quella comunista, appare quindi contraddittoria, soprattutto se si pensa che Koestler rimase favorevole al sionismo, anche quando divenne comunista.

La contraddizione d’altronde è evidente fin dalla sua scelta, alla soglia della laurea, di partire per la Palestina e di andare in un kibbutz, una comune agricola sionista-socialista, cioè proprio dalla fazione sionista opposta al revisionismo.

Koestler passa in Palestina due anni, dal 1927 al 1929, viene espulso dal kibbutz, e fa la fame e lavori precari come giornalista. Alla fine riesce a diventare corrispondente per il Medio Oriente per il grande trust editoriale tedesco degli Ullstein.

Nel 1929 si scoprì "affamato d’Europa" e chiese di essere trasferito a Parigi. Comincia la sua carriera nella casa editrice Ullstein, una casa editrice padrona di molti giornali e riviste, di tendenze liberali. Poi viene trasferito a Berlino come redattore scientifico della "Vossische Zeitung". Arrivò a Berlino il 14 settembre del 1931, il giorno delle elezioni infauste al Reichstag.

Iscrizione al Partito, 1930-31

Gli anni di Weimar sono importanti perché sono quelli in cui matura l’adesione al Partito Comunista. Koestler stesso ci racconta come è arrivato ad essere comunista:

Koestler ritiene che nell’abbracciare una fede politica vi siano due fasi. La prima è un approccio irrazionale ed emotivo, ad esempio l’impiccagione del fratello per Lenin. Molti rimangono fermi a questa fase e non approfondiscono mai la teoria. La seconda fase, quella appunto dell’approfondimento, è quella razionale; eppure questa non potrebbe esserci senza il primo impatto emotivo.

Per Koestler la fase emotiva era avvenuta in gioventù, quando aveva assistito ai 100 giorni della Comune di Budapest. Era stata l’esperienza travolgente della fraternità a renderlo ben disposto verso il comunismo; la parentesi palestinese aveva soltanto posposto la fase di approfondimento.

L’atmosfera presso gli Ullstein contribuì a renderlo ben disposto verso il comunismo; era un clima liberale, pacifista e "progressista": l’URSS veniva vista come un "grande esperimento sociale a cui guardare con occhio affettuoso e sgombro da pregiudizi" (Freccia nell’azzurro, p. 245). Inoltre aggiunge che:

"Non vi era ai miei occhi alcuna frattura, ma una continuità logica tra il modernismo di Weimar e la nuova cultura sovietica che pareva destinata a raccoglierne l’eredità" (Freccia nell’azzurro, p. 292).

Infatti il clima culturale dagli Ullstein faceva parte di una società e di una generazione che, secondo Koestler, portavano inevitabilmente ad una scelta di campo.

"Fu un esodo in massa dei figli e delle figlie della borghesia europea che cercavano di sfuggire al mondo in rovina dei loro padri. ... La disgregazione economica e morale delle classi medie determinò il fatale processo di polarizzazione. ... A oriente del Reno, nel 1930, non c’era modo di sfuggire alla scelta fra fascismo e comunismo. (Freccia nell’azzurro, p. 280)

A queste due condizioni esterne (approccio emotivo ed ambiente favorevole), Koestler ne aggiunge un altra soggettiva e personale: la sua "indignazione cronica" per le ingiustizie del mondo ed il suo corollario obbligatorio di ribellismo e di necessità di attivismo.

Ricordiamo che Koestler era arrivato a Berlino il giorno delle elezioni del 14 settembre del 1930; i nazisti erano passati da 4 a 107 deputati, mentre i partiti di centro erano stati schiacciati; anche i comunisti avevano aumentato i seggi. L’alternativa sembrava essere davvero nazismo o comunismo.

Fino ad allora Koestler, per sua ammissione, era stato molto più interessato alla scienza astratta; da qualche tempo, data la crisi politica e la crisi economica che lo costringeva a mantenere i genitori, i suoi interessi erano incentrati sulle scienze sociali e l’economia. Fu la lettura del Fuerbach di Engels e di Stato e Rivoluzione di Lenin a cambiargli la vita:

"... qualcosa era scattato nel mio cervello ... Dire che si è vista la luce è una ben povera descrizione del rapimento intellettuale che solo il convertito conosce (a qualsiasi fede si converta) ... L’intero universo si compone in un quadro come pezzi di un puzzle radunati di colpo da una bacchetta magica ..." (Il Dio che è fallito, p. 44).

Egli fece domanda di ammissione al Partito più di un anno dopo: il 31 dicembre del 1931. La sua iscrizione rimase segreta perché poteva essere utile al partito avere un loro uomo in un trust liberale come gli Ullstein; per qualche tempo i contatti di Koestler con il KPD si limitavano a qualche compagno di cui non conosceva il nome ed a cui doveva riferire le notizie che veniva a sapere sul lavoro.

Comincia così l’appartenenza clandestina al Partito, da cui Koestler non si libererà mai, nonostante la sua ambizione fosse essere un iscritto qualunque. Anche più tardi in Urss, come poi in Spagna, egli dovette fingere di essere un giornalista liberale, con simpatie comuniste, ma niente più. Anche durante l’esilio in Francia, quando scriveva per i giornali degli immigrati (giornali come il "Pariser Tageszeitung" e "Das Neue Tagebuch"), scriveva sempre come un liberale.

Io ritengo che questo suo dover fingere abbia a che fare con la sua uscita dal partito. Fingere di essere un liberale da un lato lo salvò dal diventare un apparatcik, dall’altro gli impedì di uniformare del tutto le sue convinzioni a quelle del partito: rimase in lui vigile il liberale che era stato e che poi tornò ad essere.

Dapprima Koestler accettò questa segretezza con dispiacere; da giovane aveva provato "l’esperienza vertiginosa della fratellanza" e desiderava gettarsi anima e corpo nella vita del partito (suo sogno era diventare trattorista in Urss!). Infatti Koestler si maledice sempre (ma a posteriori) per essere stato un entusiasta: fare il trattorista in Urss era in realtà seguire lo stesso schema che lo aveva portato nel kibbutz in Palestina.

Quando rischiò di essere scoperto dagli Ullstein, si comportò in maniera tale da essere proprio scoperto: in questo modo mise fine ad una sua eventuale carriera nell’apparat e poté unirsi, anche se con nome falso, alla vita di una cellula.

La Cellula 1932

La cellula di Koestler era situata presso la "Casa rossa", un condominio abitato da intellettuali squattrinati comunisti; fra le persone note che erano nella cellula di Koestler: Alfred Kantorowicz (che divenne una personalità nel mondo culturale della Germania Est), Max Schroeder, e soprattutto Wilhelm Reich (lo psicologo).

Quando nel dopoguerra Koestler si mette a raccontare la sua esperienza come comunista ammetterà di non essere in grado di ricordare l’ardore e la fede di quegli anni, perché ormai esso è offuscato dal ripensamento e quindi dall’ironia: "le passioni di quegli anni sembrano trasformarsi in pervertimenti".

Koestler racconta che, al momento dell’iscrizione, aveva dei dubbi sulla linea del Partito; in particolare riguardo ai rapporti con i socialisti (ricordiamo che quella era l’epoca in cui venivano definiti socialfascisti). Con pazienza un membro del Partito (Edgard) gli spiega che i comunisti erano a favore di un fronte proletario unico, ma che i capi socialisti erano dei traditori ed avrebbero tradito ogni accordo; quindi

"l’unica maniera per realizzare un fronte unico era smascherare i dirigenti socialisti e conquistare i militanti di base. ... Dopo cinque minuti mi convinsi che soltanto un perfetto cretino avrebbe potuto favorire la collaborazione dei due tronconi del movimento dei lavoratori contro i nazisti" (Il Dio che è fallito, p. 51).

Koestler stesso apprenderà questo modo di ragionare "dialettico":

"Una volta assimilata la tecnica, non si era più turbati dai fatti" (Il Dio che è fallito, p. 54); "Si può provare tutto ciò in cui si credere e credere in tutto ciò che si può provare" (Freccia nell’azzurro, p. 298).

La base di tutto questo ragionamento stava in due semplici postulati: il Partito era infallibile perché era l’avanguardia del proletariato ed il proletariato era l’incarnazione del principio attivo della Storia. Inoltre nel Partito vigeva la regola per cui una volta che il Partito aveva intrapreso una certa linea, ogni critica era vietata.

Basandosi sul presupposto che il Partito era infallibile, utilizzando questo modo di ragionare dialettico ed adeguandosi sempre alle direttive prese, poteva essere spiegata qualsiasi cosa, come ad esempio l’alleanza fra KPD e nazisti nel referendum del 1931 contro il governo socialista prussiano. Koestler non era entrato ancora nel Partito e la cosa lo turbò, ma durò pochi istanti

"Ero ormai penetrato nel "sistema chiuso" e avevo assaggiato quella birra delle streghe che fa sembrare logico l’assurdo" (Freccia nell’azzurro, p. 295).

Così lo slogan alle lezioni della Dieta prussiana non riguardava i 7 milioni di disoccupati o il pericolo nazista, ma il proletariato cinese; allo stesso modo il nemico principale sembravano essere i socialfascisti e non i nazisti. Koestler commenterà in seguito che era una specie di "schizofrenia controllata" (Freccia nell’azzurro, p. 295):

"ciascuno di noi era bollato per Dachau, ma noi ci muovevamo felici attraverso una nuvola di miraggi dialettici che mascheravano il mondo reale". (Il Dio che è fallito, p. 54)

Oltre a criticare questo modo di ragionare "dialettico", Koestler critica anche quello che chiama il "gergo comunista" oppure "Djugashvilese". Le parole obbligatorie erano: decadente, ipocrita e morboso, per definire la borghesia capitalista; piccolo-borghese, romantico, sentimentale per gli scrupoli umanitari; meccanicistico, metafisico, mistico per l’approccio intellettuale sbagliato; dialettico e concreto per quello giusto etc. Koestler sentirà un fastidio istintivo per questo modo di parlare ed ammetterà che era stato difficile da mandare giù l’essere corretti sull’uso della parola "spontaneo" perché "puzzava di Trockismo". Egli afferma che la monotonia sfibrante di questo linguaggio era ipnotica e contribuiva a rendere superflue le discussioni.

Ma la cosa che più colpì Koestler anche all’epoca era il culto del proletariato ed il disprezzo per gli intellettuali:

"Gli nel Partito erano i proletari e l’origine sociale dei genitori e dei nonni era un fattore importante quando si faceva domanda di iscrizione non meno che durante le biennali epurazioni di rito. ... Un intellettuale non poteva diventare mai un vero proletario, ma suo dovere era d’assomigliargli il più possibile ... Il modo giusto era non scrivere, non dire e soprattutto non pensare mai niente che non fosse comprensibile anche per uno spazzino." (Il Dio che è fallito, p. 68)

Koestler dirà di aver aderito a "autocastrazione intellettuale", anche per un’inconscia brama di autopunizione. Ma questo sarà anche questo uno dei motivi per cui si allontanerà dal comunismo.

Koestler rimase subito intrigato dal modo di agire clandestino del Partito e confessò di sentirsi eccitato come un fanciullo, e non era il solo. Soltanto a conti fatti si rese conto che tutta quella segretezza, tutta quella clandestinità, quando il Partito era ancora legale, stavano a significare che i capi avevano ormai accettato come inevitabile la vittoria dei nazisti.

Tutte queste critiche vengono in mente a Koestler negli anni successivi; a quell’epoca la clandestinità, il partecipare a spedizioni punitive contro i nazisti, il fare porta a porta prima delle elezioni, sono esperienze travolgenti, che gli danno l’impressione di essere completamente dedito ad una causa in grado di spiegare tutto e di risolvere tutto.

E poi c’era il mito dell’Unione Sovietica, o meglio, come la chiama Koestler la "mitologia dell’Unione Sovietica":

"Il contrasto tra il regresso del capitalismo e il contemporaneo progresso dell’economia pianificata sovietica era così impressionante ed evidente che portava ad una conclusione altrettanto evidente: loro erano il futuro; noi, il passato." (Freccia nell’azzurro, 287).

Per avere un’idea di che forma ingenua avesse preso in Koestler questa divinizzazione dell’URSS, vi leggo un brano di un suo articolo. Bisogna premettere che, prima di essere licenziato, Koestler fu mandato dagli Ullstein a bordo dello Zeppelin che stava andando al Polo Nord; ecco cosa scrive Koestler traversando la Siberia. É il dialogo immaginario fra lui ed un membro dell’equipaggio osservando una cittadina siberiana:

"Guarda ... quella è via Karl Marx e laggiù è viale Engels. Nello stabilimento di cui vedi fumare le ciminiere laggiù c’è una tabella nera e una rossa alla parete di ogni capannone, è un giornale murale che prende scherzosamente in giro la direzione. Quel nuovo edificio è il circolo dei lavoratori, dove ieri si è tenuta una riunione per protestare contro le condanne dei 7 ragazzi neri di Scotsboro. Il castello che vedi è ora un asilo d’infanzia e la chiesa una scuola. ..." (contenuto in Freccia nell’azzurro, e in Giorni rossi). Koestler stesso cita queste righe con vergogna; infatti in realtà - ma lo scoprirà soltanto molti anni dopo - i villaggi che vedeva erano campi di concentramento, i GUlag.

Unione Sovietica 1932-33

Il mito dell’URSS, era assai forte in Koestler ed i suo sogno era andarci; fin dall’inizio l’aveva chiesto e quando fu licenziato dagli Ullstein il Partito pensò di mandarlo in Urss perché scrivesse un libro. La sua appartenenza al Partito era segreta, egli doveva sembrare un giornalista liberale che parte per l’URSS pieno di pregiudizi, ma tutto sommato ben disposto e che si converte durante il viaggio. Ottenne il visto nell’estate del 1932 ed un contratto con la Karl Dunckert Verlag che lo impegnava a scrivere una serie di articoli per vari giornali europei. Fu un viaggio eccezionale, che lo portò a visitare buona parte della Russia europea e dell’Ucraina, ma soprattutto tutto il Caucaso e le provincie asiatiche sovietiche.

Koestler si accinse al viaggio convinto di andare verso una "Nuova Terra Promessa"; egli credeva che lo slogan che diceva che alla frontiera avrebbe cambiato treno e preso quello per il XXI secolo fosse vero. Invece la prima cosa che notò furono le conseguenze della Grande Carestia del 1932-33, seguita alla collettivizzazione. Adesso noi sappiamo che in quella carestia morirono circa 5 milioni di persone, ma allora essa era ignota o quasi in occidente, dove la notizia giunse soltanto qualche anno dopo.

"Ad ogni stazione c’era una folla di contadini coperti di stracci ... le donne sollevavano i figli all’altezza dei finestrini ...- neonati pietosi e terrificanti con arti rinsecchiti, il ventre gonfio le grosse teste cadaveriche che ciondolavano sul collo." (La scrittura invisibile, 55)

A questa vista Koestler si convince subito della giustificazione standard data dal partito: quei contadini erano kulaki (contadini "ricchi") che si erano opposti alla collettivizzazione delle terre.

Questa era solo una delle tantissime impressioni negative avute da Koestler della Russia; eppure ogni volta il "censore interno" trovava una scusa, una giustificazione. Koestler si diceva che tutto quanto andava visto in "chiave dialettica": è vero che le cose vanno ancora male, ma sotto lo zar andavano ancora peggio.

Egli rimase in Urss fino all’autunno del 1933, quasi un anno. Il Terrore vero, seguito alla morte di Kirov nel 1934, non era ancora cominciato. Eppure l’URSS era uno stato totalitario, ma questo non impressionò Koestler esteriormente; egli accettava il detto leniniano "ogni bolscevico è un cekista" e quindi vi si adattò, convinto che quelli della Ghepeu fossero compagni di cui fidarsi, tanto da arrivare a denunciare una donna russa da lui conosciuta ed amata.

Il viaggio nel Caucaso e nelle Repubbliche asiatiche centrali è talmente interessante e particolare che ne consiglio vivamente la lettura diretta; curioso anche perché Koestler lo fece con il poeta afroamericano Langston Hughes, conosciuto strada facendo. Questo viaggio gli fece sembrare lontana l’Europa ed i problemi europei e solo al ritorno in Ucraina si rese conto della gravità della situazione quando, giocando a poker, venne informato dell’incendio del Reichstag:

"Durante quella partita a poker il disegno della mia vita era stato trasformato senza che io me ne accorgessi. Avevo cessato di essere un viaggiatore ed ero diventato un rifugiato." (La scrittura invisibile, 171)

Koestler ammette che a quell’epoca la sua opinione sull’URSS e sul comunismo era stata così scossa che probabilmente al ritorno in occidente ne sarebbe uscito, l’Utopia era finita; ma nel frattempo erano arrivati i nazisti ed il pericolo nazista era adesso più grave. Sarà ogni volta un aspetto particolarmente ributtate della politica nazifascista o della società capitalista a farlo tornare sui suoi passi; e così Koestler rimase nel partito per vari altri anni.

Come abbiamo visto Koestler in Urss si considera un rifugiato politico, ma lo era veramente? Da poco più di un anno il suo passaporto palestinese era scaduto e tecnicamente era tornato ad essere un cittadino ungherese, ma l’Ungheria era uno stato semifascista e non era certo sua intenzione viverci. Ormai da anni Koestler scriveva, pensava e lavorava in tedesco. La sua carriera si era svolta in Germania, i suoi amici erano tedeschi. Rivelatrice è la frase contenuta ne Il Dio che è fallito: "raggiunsi gli amici di Partito in esilio a Parigi" (Il Dio che è fallito, 81).

In realtà andò a Parigi soltanto alla fine del 1933. Dapprima rimase a Charkov per finire il libro che si era impegnato a scrivere sul suo viaggio; il titolo è "Giorni rossi, notti bianche" è fu in realtà pubblicato solo in tedesco per la minoranza tedesca sovietica, e anche quello assai censurato; le altre edizioni non videro mai la luce. Nel frattempo Koestler visse a Charkov, nel duro inverno del 1933, quando la corrente ed il riscaldamento vennero a mancare in tutta la città per mesi, mentre la fame imperversava. Egli si unì a vari rifugiati tedeschi. Anche parlando con loro riuscì a tener duro ed a non rinunciare alla fede, grazie alla convinzione, fra loro comune, che in Germania avrebbero fatto meglio ("Wir werden es besser machen") e che le condizioni critiche dell’URSS erano dovute all’arretratezza del popolo russo.

Fra questi rifugiati conosciuti da Koestler in Urss la storia di due di loro è emblematica: Alex ed Eva Weissberg. In seguito Alex fu accusato di aver assoldato venti banditi per tendere un agguato a Stalin, fu rinchiuso in varie prigioni e GUlag finché non venne consegnato alla Gestapo dopo il patto Ribbentrop-Molotov; Eva, che era una ceramista, fu accusata di aver inserito svastiche nelle decorazioni delle tazze, fu arrestata e alla Lubianka, dove cercò di tagliarsi le vene. Venne rilasciata grazie alle pressioni del console austriaco, amico di famiglia. Dopo averla rivista, Koestler utilizzò il racconto di Eva Weissberg per costruire la trama del suo romanzo sullo stalinismo "Buio a mezzogiorno".

La storia dei due coniugi è esemplare per tutte le amicizie di Koestler; più volte egli fa notare come almeno 3 su 4 dei suoi amici e conoscenti di quegli anni siano morti: o in un lager sovietico, o in un lager nazista, o nella guerra di Spagna o suicidi etc.

Esilio a Parigi 1933-1936

Dopo un breve interludio a Budapest, dove Koestler ammise di sentirsi – dopo l’esperienza sovietica - "eccitato come uno scolaro scappato da un austero collegio per una matinée al circo", nell’autunno del 1933 Koestler arriva a Parigi, senza un soldo e senza molte prospettive.

Quando arrivò a Parigi si stava tenendo a Lipsia il processo per l’incendio del Reichstag, la macchina propagandistica del Comintern era in piena azione anche a Parigi, ed il suo "responsabile della propaganda occidentale del Comintern" era Willi Muenzemberg, il quale aveva avuto l’idea di fare anche un Controprocesso, che si era tenuto a Londra, e che aveva decretato non solo l’innocenza dei comunisti, ma anche la colpevolezza dei nazisti; a questo Controprocesso lavorò una Commissione di Inchiesta, filiazione del Comitato di Soccorso, e composta da vari avvocati famosi e personalità politiche (l’avvocato di Sacco e Vanzetti, Francesco Saverio Nitti etc.). Dal Controprocesso uscì un opuscolo, il "Libro Bruno del terrore hitleriano e dell’incendio del Reichstag", a cura del "Comitato Mondiale di Soccorso per le Vittime del Fascismo Tedesco", un’organizzazione esteriormente neutrale e umanitaria, di cui facevano parte personalità insospettabili di comunismo, ma che in realtà era una creazione del Comintern e di Muenzenberg; la documentazione infatti era stata raccolta dall’Apparat del servizio segreto del Comintern. L’autore anonimo era Otto Katz membro dell’Apparat (e che finirà impiccato nel 1952 come "agente sionista" per l’affare Slanski in Cecoslovacchia). Il risultato venne reso noto a Londra il 20 settembre del 1933, il giorno prima che cominciasse il processo a Lipsia. Durante tutto il processo i nazisti cercarono di confutare le accuse contenute nel Libro Bruno, e già questa era una vittoria; ed infatti alla fine i quattro capi comunisti, tra cui Dimitrov, dovettero essere assolti (natale 1933).

Quando Koestler arrivò a Parigi la campagna era già avviata ed il Processo di Lipsia stava per concludersi. Comunque lo stesso giorno del suo arrivo a Parigi cominciò a lavorare per Muenzenberg. Parlando di questa campagna propagandistica scrive:

"Essa si concluse con la totale disfatta dei nazisti: è la sola disfatta che infliggemmo loro nei sette anni precedenti alla guerra". (La scrittura invisibile, p. 223)

L’assoluzione dei comunisti fu una grande vittoria perché per l’opinione pubblica significò l’assoluzione del comunismo tout court dall’accusa di cospirazione e violenza.

Commentando in seguito quegli anni Koestler dirà:

"... la battaglia omerica della mosca cieca fra due giganti ... mi aveva insegnato che nel campo della propaganda la mezza verità è un’arma superiore alla verità e che mettersi sulla difensiva equivale ad essere sconfitti. Mi insegnò soprattutto che in quel campo la democrazia è sempre necessariamente in svantaggio contro l’oppositore totalitario" (La scrittura invisibile, p. 223)

Al Comitato era stata raccolta una mole enorme di informazioni e Muenzenberg offrì a Koestler di occuparsi della creazione di un archivio antifascista. Era una retrocessione, voluta da Otto Katz, che temeva che Koestler potesse diventare un suo rivale. In realtà Koestler non voleva comunque fare carriera nell’Apparat. Fin dai tempi del sionismo aveva aborrito la burocrazia politica, preferendo sempre l’attivismo di base. Con rammarico, Koestler ha sempre ammesso di essere un entusiasta nato, che si sente appagato soltanto con la dedizione completa e senza ricompense, così non voleva diventare un salariato del Partito e agli inizi del 1934 rassegnò le dimissioni dall’unico lavoro salariato del Partito (anche se in teoria era pagato dal Comitato).

Per qualche tempo visse scrivendo libri di divulgazione sul sesso sotto pseudonimo. Poi venne richiamato da Muenzenberg per far parte del personale di un Casa di accoglienza ai figli dei funzionari comunisti uccisi o in carcere. Vi rimase due mesi e decise di scrivere un romanzo sulla Casa, ispirandosi ai canoni del realismo socialista. Ne lesse degli estratti all’"Associazione degli scrittori tedeschi in esilio", di fatto organizzazione comunista, il cui membro più importante era Anna Seghers. Il giorno dopo il libro fu stroncato dal punto di vista ideologico in quanto l’autore non era riuscito "a sbarazzarsi dell’eredità del suo passato piccolo-borghese e che invece del realismo socialista ha impiegato i metodi della psicologia borghese" etc. Per Koestler fu un duro colpo, soprattutto perché a Parigi il Partito ed i membri del Partito erano tutta la sua vita, non conosceva nessun altro ed il loro parere era fondamentale. La sua depressione fu così profonda che tentò il suicidio, con scarsissimi risultati.

Fu salvato da questo stato depressivo proprio dal Partito che gli propose un lavoro non pagato ma assai interessante presso il costituendo INFA (Institut pour l’Etude du Fascisme). Esso doveva essere un centro dove i meccanismi interni ai fascismi sarebbero stati studiati in maniera più razionale. Anche l’Infa doveva essere ufficialmente al di fuori del Partito, ma tutti quelli che vi lavoravano erano iscritti o almeno simpatizzanti. L’Infa avrebbe pubblicato un bollettino bimestrale, ed i fondi avrebbe dovuto venire da intellettuali, dai sindacati e da altre associazioni; in questo modo Koestler venne in contatto con molti intellettuali francesi (Malraux, Luis Aragon, Lévy-Bruhl etc.), ma fu sempre un contatto esteriore. Questa è una critica più generale che Koestler fa spesso alla Francia: pur avendoci vissuto molti anni, non è riuscito a stringere una vera amicizia con un francese, e così era per tutti i rifugiati; a paragone con l’Inghilterra, dove Koestler finirà per stabilirsi definitivamente, la Francia era in realtà assai meno ospitale:

"Mi deprimeva il fatto che né io, né nessuno degli altri rifugiati venisse mai invitato in una casa francese ... e ciò che un rifugiato desidera maggiormente è sentirsi sollevato dal suo costante senso di sradicamento. ... Così la grande massa dei rifugiati in Francia viveva tagliata fuori dai contatti francesi e conduceva una sorta di esistenza da ghetto. Leggevano i giornali da esuli, frequentavamo i club ed i caffè da esuli, vivevano immersi nel loro universo di esuli, con le sue inevitabili contese ed intrighi." (La scrittura invisibile, pp. 286-7).

I mesi in cui lavorò all’Infa furono mesi felici, nonostante dormisse in un fienile e mangiasse una sola volta al giorno alla mensa gratuita: era completamente dedito alla causa, la sua "indignazione cronica" aveva uno sfogo e, essendo fuori dall’Apparat, non vedeva neanche le brutture del Partito. Il sogno più ambizioso era una grande Mostra Internazionale Antifascista che avrebbe dovuto dimostrare una volta per tutte che "l’Appeasement equivale alla guerra". Per dar vita a questa mostra Koestler e Peter Maros (il direttore dell’Infa), avevano interessato parecchi gruppi "progressisti": la Lega per i Diritti dell’Uomo, la Lega contro la Persecuzione Razziale, alcuni sindacati francesi etc. L’obiettivo era dimostrare che l’unica scelta possibile era quella fra fascismo e libertà. Il Partito però si intromise e fece capire che tutta la mostra avrebbe dovuto avere una connotazione più comunista. Quella che Koestler e Maros cercavano di portare avanti era una politica antifascista di larga coalizione, cioè una politica da Fronte popolare ante litteram. Era infatti la primavera del ‘34. Nel luglio del 1934 in Francia fu sperimentata per la prima volta la politica del Fronte Popolare, che divenne poi ufficiale nel luglio del 1935. Ma nella primavera del 1934 qualsiasi alleanza con i "socialfascisti" era eresia e la mostra abortì e l’Infa fu chiuso.

Per Koestler fu un’ennesima delusione e decise di ritirarsi per sempre dalla politica attiva nel Partito. Non uscì dal Partito perché, consultatosi anche con altri in dubbio, riteneva che esso si potesse riformare solo dal di dentro e non dal di fuori.

"Potevate dare le dimissioni da un club e da un partito qualunque se lo loro politica non vi andava più ...; ma il Partito comunista era qualcosa di completamente differente - era l’avanguardia del proletariato, l’incarnazione della volontà della storia stessa. Una volta usciti eravate extra muros e nulla di quello che potevate dire o fare aveva la minima probabilità di influenzarne gli atteggiamenti." (Il Dio che è fallito, p. 83).

Per qualche tempo se ne tenne effettivamente fuori, tranne una breve parentesi, ma poi sopraggiunse la guerra di Spagna a riallacciare i nodi con il Partito.

In questo periodo Koestler cominciò a scrivere un nuovo romanzo. Come molti rifugiati anch’egli si mise a scrivere un romanzo storico, "I gladiatori", sulla rivolta di Spartaco. Per vivere scriveva qualche articolo occasionale su "Das Neue Tagebuch", un settimanale liberale degli emigrati antinazisti, diretto da Leopold Schwarzschild.

Scrivendo il libro su Spartaco cominciò a chiarirsi quali erano i punti deboli della dottrina comunista. Il suo scopo infatti era quello di paragonare il primo secolo avanti Cristo al periodo contemporaneo. Riteneva che i due periodi storici avessero tratti comuni: il crollo dei valori tradizionali, la rapida trasformazione del sistema economico, la disoccupazione di massa (causata dall’afflusso di schiavi) etc. Ma perché allora la rivoluzione era fallita? La spiegazione marxista era che essi non avevano coscienza di classe, ma, si chiese Koestler, ne hanno forse di più gli operai tedeschi che hanno votato per Hitler? Koestler si chiedeva se non fosse necessario studiare meglio la psicologia delle masse, invece che il mero dato economico. Era la prima volta che metteva in dubbio la dottrina stessa e non più i dirigenti.

Il libro costituisce il primo di una trilogia ideale di Koestler sul problema dei Fini e dei Mezzi. Tutta la dottrina comunista sosteneva che il Fine giustifica i Mezzi, e Koestler aveva accettato passivamente ciò; nel romanzo i gladiatori la chiama per al prima volta la "legge della tortuosità" che costringe il capo ad essere spietato "per amore della pietà", ma alla fine Spartaco non riesce a seguire questa linea fino in fondo e non fa crocifiggere i celti ribelli, condannando così la rivoluzione al fallimento. Se ben si guarda il tema è lo stesso della pièce teatrale "La linea di condotta" di Brecht. In Brecht però il principio che "il fine giustifica i mezzi" viene confermato. Koestler invece scrive la fine del romanzo quando aveva ormai rotto con il Partito ed appare quindi un po’ più chiaramente come questa via della tortuosità sia terribile e immorale. Negli altri due libri della trilogia la condanna dell’atteggiamento secondo il quale il fine giustifica i mezzi è netta, specie in Buio a mezzogiorno; ma essi sono stati scritti interamente quando non Koestler non era più comunista e sono entrambi (Arrivo e partenza e Buio a mezzogiorno) dei libri di denuncia contro il comunismo.

Nonostante il proposito di non darsi più alla politica attiva, Koestler ci ricade quasi subito quando il Partito lo richiama per dirigere un settimanale satirico nella Saar. Si avvicinava la data (13 gennaio del 1935) del plebiscito che avrebbe deciso la sorte della regione (cioè se essa sarebbe rimasta sotto l’amministrazione della Società delle Nazioni o se sarebbe stata annessa alla Germania. La linea del Partito comunista era stata all’inizio per "una Saar rossa in una Germania Sovietica", ma dal giugno del 1934 anche i comunisti erano diventati fautori dello status quo.

Il settimanale diretto da Koestler durò un solo numero, poi fu chiuso dal Partito, Koestler stesso non sa bene perché.

Ho avuto modo di leggere un articolo di Koestler sulla questione della Saar, articolo pubblicato da "Das Neue Tagebuch"; si intitola "La Sfinge a Saarbruecken". Il titolo rimanda al fatto che tutte le persone incontrate da Koestler nella Saar sono reticenti, a meno che non siano naziste. Koestler giustifica ciò con il fatto che la frontiera è vicina e che, se la Saar dovesse andare alla Germania, le loro dichiarazioni potrebbero essere ritorte loro contro. Da questo egli desume che probabilmente un terzo degli abitanti della Saar sono a favore dello status quo, un terzo sono indecisi ed un terzo a favore della riunificazione con la Germania. In realtà gli abitanti della Saar votarono per oltre il 90% per la riannessione alla Germania nazista. Nel libro La scrittura invisibile imputa questo straordinario granchio a tutti quegli anni vissuti in un "sistema chiuso", con pochi contatti con la realtà.

Dopo questa parentesi nella Saar, Koestler si allontanerà di nuovo dalla politica attiva e passerà un anno a Zurigo (per sfruttare l’occasione di una casa lasciata libera da un parente della sua convivente e poi moglie Dorothy), dove fra l’altro le autorità impedivano comunque qualsiasi attività politica agli stranieri. Qui continuò a scrivere "I Gladiatori" e conobbe Silone; per vivere continuava a scrivere saltuariamente articoli per "Das Neue Tagebuch", che però, essendo un giornale per rifugiati, lo pagava con somme assai modeste; furono i proventi dei suoi libri sul sesso a consentirgli di sopravvivere. Inoltre lavorò anche ad un agenzia di stampa in Svizzera, diretta da Alexander Rado, in realtà spia sovietica, che ebbe un ruolo importantissimo come collegamento fra alcuni ufficiali antinazisti e Mosca durante la guerra. L’agenzia di stampa era in realtà una copertura di nessun valore.

Koestler però non può tenersi lontano da Parigi, dove vivono tutti suoi amici e nel 1936 vi fa ritorno. Mentre era in vacanza a Ostenda, comincia la Guerra di Spagna, capitolo importantissimo nella vita di Koestler.

La Spagna

La sua prima reazione è quella di chiedere a Muenzenberg di aiutarlo ad entrare nell’armata repubblicana spagnola (non erano ancora state create le Brigate Internazionali); Muenzenberg stava già creando vari comitati sul modello di quelli già esistenti ed in particolare una "Commissione di Inchiesta sull’intervento straniero nella guerra di Spagna". Muenzenberg pensò di utilizzare Koestler per questo compito.

Koestler era cittadino ungherese, quindi di uno stato semifascista e simpatizzante di Franco, la sua iscrizione al Partito Comunista non era nota ed inoltre era corrispondente di un giornale ungherese, il giornale in tedesco di Budapest "Pester Lloyd". Muenzenberg pensò di mandarlo nel quartier generale di Franco e per consolidare le sue posizioni gli fa avere anche l’accredito del "News Chronicle", un giornale liberale di Londra. Koestler si disse subito d’accordo.

Quando tornò in Francia scrisse una serie di articoli per il "Pariser Tageszeitung" (14-21 settembre del 1936), che ho potuto leggere e che descrivono dettagliatamente il suo viaggio, senza menzionare il fatto che fosse comunista e mandato dal Partito.

Già a Lisbona aveva potuto provare la connivenza del governo portoghese con i franchisti, il quale riconosceva in pratica i ribelli come governo legittimo; infatti era tollerato una specie di quartier generale non ufficiale dei ribelli che rilasciava visti e salvacondotti per la Spagna occupata dai franchisti. Esso era situato in un Hotel (Hotel Aviz), dove Koestler ottenne il salvacondotto dal fratello di Franco, Nicolas, ed una lettera di presentazione al generale Queipo de Llano (uno dei triumviri e comandante della guarnigione di Siviglia) a Gil de Robles, il leader dell’Azione Popolare (cattolica).Sempre a Lisbona Koestler aveva raccolto voci sul commercio clandestino di armi tedesche. Egli riuscì ad arrivare fino a Siviglia ed a intervistare il Generale Queipo de Llano. Nell’intervista il generale, credendolo filo-franchista, si lasciò scappare informazioni compromettenti sull’intervento straniero, e precisamente che la Germania, l’Italia e d il Portogallo stavano aiutando Franco, anche se disse che le armi e gli aerei erano stati comprati da un privato. Comunque le prove dell’intervento straniero erano evidenti a Siviglia e Koestler ebbe occasione di vedere sia soldati, sia aerei e navi tedesche ed italiane. Proprio mentre cercava di scoprire qualcosa di più sui piloti tedeschi andando nel loro hotel fu scoperto da un suo ex collega alla Ullstein (che era diventato un trust nazista). Koestler però riuscì a sfuggirgli facendo lo spavaldo, ma dovette subito partire. Intanto Bolin, il commissario di polizia raggirato da Koestler giurò di "ammazzare K. come un cane rabbioso se fosse riuscito a mettergli le mani addosso.". L’occasione come vedremo si presenterà.

Nei mesi che seguirono, autunno del 1936, Koestler scrisse vari articoli e si mosse fra Francia e Gran Bretagna (era inviato del "News Chronicle"). Le sue erano rivelazioni da prima pagina. Io ho potuto leggere i suoi articoli per il giornale dei rifugiati "Pariser Tagezeitung": oltre ad essere reportages eccezionali, le previsioni che fa sono lucide, a differenza di quelle fatte per la questione della Saar. Egli infatti prevede la vittoria dei franchisti se i repubblicani non avessero ottenuto un aiuto concreto.

Al ritorno dovette necessariamente tornare a lavorare per Muenzenberg e la propaganda del Comintern, dove trovò l’atmosfera migliorata a causa del "Fronte Popolare".

"... in retrospettiva, i ricordi di quei giorni sono guastati dalla consapevolezza della insincerità cinica che si celava dietro quella facciata. Ma finché durò, il Fronte Popolare ebbe una forte presa emotiva e la fervente mystique di un autentico movimento di massa." (La scrittura invisibile, p. 381)

Muenzenberg mandò Koestler a testimoniare alle sedute della "Commissione di Inchiesta sull’intervento straniero nella guerra di Spagna" a Londra (sul modello di quella del Reichstag). Poi lo rimandò in Spagna, stavolta a Madrid, sotto le bombe, dalla parte dei repubblicani, per cercare negli archivi dei politici di destra scappati; era necessario che lo facesse qualcuno che era, o meglio, che sembrava neutrale, date le divisioni interne al fronte repubblicano.

Al suo ritorno Muenzenber gli commissionò un libro denuncia, sul modello dei libri bruni. Koestler si rammaricherà in seguito di aver dato retta a Muenzenberg ed aver utilizzato anche del materiale di dubbia origine per la propaganda delle atrocità. L’edizione francese uscì agli inizi del gennaio del 1936 con il titolo "L’Espagne Ensanglantée". Ne uscì anche un’edizione inglese, poi Koestler vietò che il libro venisse pubblicato, proprio perché basato su materiale di cui non poteva provare l’origine, ed anche perché sapeva che in quella guerra civile le atrocità erano state commesse da entrambe le parti.

Poi Koestler fu mandato per la terza, ed ultima volta in Spagna, per dirigere l’agenzia di stampa internazionale del governo repubblicano per la zona meridionale, con sede a Malaga. Malaga cadde, Koestler scelse di restare per vedere cosa succedeva in una città occupata. Forse sperava di riuscire a ripetere il gesto di Siviglia, forse contava sulla protezione internazionale, fatto sta che rimase e fu catturato.

Passò quattro mesi nelle carceri spagnole, sotto la minaccia costante della fucilazione ed assistendo ogni notte alla fucilazione di diecine di compagni di prigionia. Fu liberato grazie ad una campagna internazionale lanciata dalla prima moglie Dorothy e da Otto Katz (per il quale Koestler non riuscì ad ottenere altrettanto quando fu condannato a morte per l’affare Slanski); e fu alla fine scambiato con la moglie di un pilota franchista. Dall’esperienza della prigionia è uscito il libro Dialogo con la morte, edito in Gran Bretagna alla fine del 1937, che il poeta inglese Spender mette fra i classici sulla guerra di Spagna, insieme a Hemingway ed Orwell. In esso Koestler è costretto ancora una volta a fingere; la sua appartenenza al Partito doveva rimanere segreta, egli doveva fingere di essere un giornalista liberale arrestato da Franco senza motivo. Nella Scrittura invisibile, scritto dopo essere uscito dal Partito, potrà invece parlare sinceramente di questa sua esperienza, che fu la causa principale della sua uscita dal Partito.

Koestler aveva detto che per convertirsi ad una fede è necessario innanzitutto un impatto emotivo; probabilmente è così anche per uscirvi. Posto di fronte alla morte l’agnostico e razionale membro del partito Koestler si scopre a riflettere sull’infinito ed a scoprire la nullità del contingente; egli provò delle vere e proprie esperienze mistiche, senza però cadere nella conversione religiosa che aborriva.

"...avevo fatto conoscenza con una realtà differente, che aveva alterato le mie convinzioni ed i valori in cui riponevo la mia fede, e tanto profondamente ed inconsapevolmente che nei primi giorni di libertà non me ne accorsi nemmeno. Le esperienze a cui si deve questo mutamento si chiamano paura, pietà ed una terza più difficile da descrivere. Paura, non della morte, ma della tortura e dell’umiliazione ... Pietà per i piccoli contadini andalusi e catalani che vedevo piangere ... quando li tiravano fuori di notte per condurli davanti al plotone d’esecuzione ... e finalmente una condizione mentale comunemente descritta con i termini presi in prestito dal misticismo ..." (Il Dio che è fallito, p. 85)

Ne La Scrittura invisibile chiamerà queste esperienze "Le ore alla finestra" e sono appunto i momenti di contemplazione dell’assoluto.

"La lezione impartita da questa specie d’esperienze, compare sempre sotto il manto goffo e grossolano dei luoghi comuni: che l’uomo è una realtà e l’umanità un’astrazione; che non si possono adoperare gli uomini come numeri in operazioni d’aritmetica politica, perché essi si comportano come i simboli dello zero e dell’infinito che sconvolgono tutte le operazioni matematiche; che il fine giustifica i mezzi soltanto entro limiti assai ristretti; che l’etica non è in funzione dell’utilità sociale e la carità non è un sentimento piccolo-borghese ma la forza di gravità che mantiene la civiltà nella sua orbita. Nulla può suonare più trito o banale ..., tuttavia ognuna di queste affermazioni triviali era incompatibile con la mia fede comunista." (Il Dio che è fallito, p. 85)

Eppure al momento della liberazione, nel maggio del 1937, Koestler non era ancora cosciente di ciò. Appena liberato mandò un messaggio al Partito dove diceva di essere guarito da tutti i mal di pancia (cioè i dubbi sulla linea del Partito, come venivano chiamati in gergo).

Dopo la liberazione Koestler andò in Inghilterra (14 maggio del 1937), da dove erano stati fatti gli sforzi più importanti per liberarlo. Cosa più importante era che ancora non sapeva di non essere più comunista. Poi il "News Chronicle" lo mandò in Medio-Oriente e nei Balcani. Doveva essere una sinecura, ma si rivelò un altro viaggio nel terrore e nella guerriglia. Koestler però desiderava stare in Europa e fece in modo di tornarvi, anche se sapeva che l’Europa era sull’orlo della catastrofe.

Nel gennaio del 1938 fece un giro di conferenze in Gran Bretagna per Left Book Club, convinto di essere ancora comunista. Durante queste conferenze gli venne rivolta una domanda sul POUM, un Partito comunista scissionista di tendenze trockiste che combatteva nella guerra di Spagna (Nelle cui milizie aveva militato anche Orwell).

"La linea corretta ... era dire che ogni fazione o gruppo che causava una spaccatura nell’unità rivoluzionaria faceva il gioco del nemico e di conseguenza Nin doveva essere oggettivamente considerato una agente di Franco ... Questa risposta faceva parte del catechismo ... e io l’avevo utilizzata ad nauseam in discussioni con me stesso e con altri. Ma in quel momento la mia mente era vuota e quella risposta familiare proprio non mi venne. ... dissi che secondo me Nin ed i suoi compagni aveva agito in buona fede e definirli traditori era stupido ed equivaleva a profanare i loro morti" (La scrittura invisibile, 451)

Questa argomentazione fu ripetuta più volte, in altre conferenze, e Koestler attese le ripercussioni invano, perché i compagni inglesi non erano un po’ particolari nel panorama dei partiti comunisti nazionali, e non denunciare la cosa al Partito.

Esilio in Francia II, 1938-40

Dopo tornò in Francia, ed in marzo cominciò il Processo contro Bucharin ed il "blocco antisovietico delle destre e dei trockisti". Le purghe erano già cominciate, ma solo allora divennero evidenti. Esse ebbero delle ripercussioni anche a Parigi e quando Koestler vide amici ostracizzati perché vicini a persone epurate, si mise istintivamente dalla loro parte. Cominciò a raccogliere firme per la liberazione di amici, ottenendo anche qualche successo parziale. Anche stavolta non vi furono conseguenze; Koestler era un eroe della guerra di Spagna ed i tempi erano prematuri per denunciarlo come spia o traditore. Sempre in quella primavera tornò dalle carceri sovietiche Eva Weissberg, che Koestler aveva conosciuto a Charkov durante il suo viaggio in Urss. Koestler, appena rilasciato dalle carceri franchiste, ed Eva confrontarono le loro esperienze di carcerati.

Fu sempre per il Poum che Koestler entrò in rotta con il Partito: si rifiutò di parlarne male durante una conferenza ad un’associazione di emigrati tedeschi a Parigi. In quella conferenza tenuta nel salone della Socieété des Industries Francaises, davanti ad un pubblico di rifugiati, prevalentemente comunisti. Koestler inserì alcune frasi innocue quali "nessun movimento politico può arrogarsi l’infallibilità" e "Accordarsi con il nemico è tanto stupido quanto perseguitare l’amico che persegue il tuo stesso scopo per una strada diversa". Al termine i comunisti presenti in sala ostentatamente non applaudirono. Commenta Koestler:

"L’effetto fu pressappoco come se si fosse data ad un pubblico di nazisti la sensazionale notizia che tutti gli uomini sono nati uguali" (La scrittura invisibile, p. 456)

Da allora molti amici cominciarono ad evitarlo e pochi giorni dopo Koestler decise di uscire dal Partito (primavera del 1938). La lettera che scrisse è andata perduta, ma in essa ribadiva la fedeltà all’Urss nonostante tutto.

"Mi aggrappai tenacemente a questa fede per un altro anno e mezzo, finché il patto Stalin-Hitler distrusse quell’ultimo brandello dell’illusione lacerata". (La scrittura invisibile, p. 457)

In questo anno e mezzo si dedicò quasi completamente al tentativo di far capire come fosse pericoloso il nazismo per la pace europea (ricordiamo che è il periodo del Patto di Monaco). I suoi umori possono essere compresi da una citazione di un suo articolo (Del non credere alle atrocità, "The New York Times Sunday Magazine", gennaio 1944):

"C’è un sogno che ritorna a intervalli quasi regolari: è buio e mi stanno ammazzando in una specie di macchia o giungla; c’è una strada affollata a non più di dieci metri di distanza; grido aiuto, ma nessuno mi sente, la folla passa oltre ridendo e chiacchierando. ... L’incapacità di comunicare l’orrore unico della propria esistenza, credo sia il motivo di base dell’inefficienza della propaganda sulle atrocità. ... Di tanto in tanto riusciamo a raggiungere il vostro orecchio per un minuto ... e mi dico: adesso li hai, trattienili, trattienili, così resteranno svegli. Ma dura solo un minuto. Non credono ai campi di concentramento. ... Non hanno mai sentito parlare di Lidice, Treblinka o Belsen ... Chiaramente tutto ciò sta diventando una mania per me e per quelli come me. ... Forse è esattamente il contrario: forse siamo noi che urliamo a reagire in maniera assennata ..., mentre voi siete i nevrotici che barcollano in un mondo schermato ... dalla realtà ..." (La scrittura invisibile, pp. 219-220)

Nello stesso periodo Koestler divvenne direttore di un settimanale dell’emigrazione a Parigi "Die Zukunft", pubblicato da Willi Muenzenberg, che aveva nel frattempo rotto anche lui con il Partito (o meglio il Partito aveva rotto con lui, richiamandolo a Mosca, il che equivaleva alla fucilazione o al GUlag). L’idea era di lavorare al reapprochement dei vari gruppi in esilio, in previsione della fine del nazismo. Ma dopo pochi mesi il settimanale fu chiuso. Intanto Koestler finì di scrivere "I gladiatori" e si mise a lavorare al suo romanzo più noto: "Buio a mezzogiorno" (uscito nel 1940). Era il periodo dei processi pubblici; Koestler conosceva abbastanza bene sia il Partito sia l’Urss; inoltre, grazie al racconto di Eva Weissberg, conosceva anche i metodi di interrogatorio comunisti. Grazie a tutto ciò il suo libro era assi verosimile. In esso egli cerca di dimostrare come la vecchia guardia, accetti di confessare e di immolarsi come ultimo sacrificio per il comunismo. Ciò provocò un grande dibattito; ma adesso con l’apertura degli archivi sovietici, si può vedere come Koestler avesse sostanzialmente ragione: Bucharin accettò di autodenunciarsi per il bene del Partito.

Quando scoppiò la guerra Koestler in un paesino della Francia del Sud, insieme alla sua nuova compagna (Daphne Hardy), a scrivere "Buio a mezzogiorno". Tornò a Parigi, ma il 2 ottobre del 1939 fu arrestato insieme a tutti i rifugiati antinazisti, in quanto cittadini tedeschi. Koestler non era cittadino tedesco e non seppe mai perché fu arrestato; le ipotesi sono le più varie. Se ben si guarda era abbastanza assurdo anche arrestare i rifugiati anti-nazisti, eppure furono arrestati, anche perché erano in odio alla popolazione ed alle autorità. Fu una vera e propria caccia alle streghe e la cittadinanza individuale era del tutto secondaria.

"Durante i mesi di guerra, diventò politica deliberata del Ministero dell’Informazione [francese] nutrire il pubblico di storie raccapriccianti di delitti commessi da stranieri ... Bisogna tener presente che circa tre milioni e mezzo di stranieri vivevano in Francia (10% della popolazione). Essi rappresentavano un capro espiatorio migliore di quanto non fosse il mezzo milione di ebrei per la Germania. ... la xenofobia francese non era che una variante nazionale dell’antisemitismo tedesco." (La scrittura invisibile, p. 77)

Dapprima fu internato nello stadio Roland Garros, trasformato in campo provvisorio per la detenzione di "stranieri indesiderabili", dove incontrò fra gli altri Leo Valiani, a cui allude con lo pseudonimo Mario. Fra i due nacque un amicizia intensa. Le condizioni di questo campo provvisorio erano relativamente decenti. Fra le persone detenute nello stadio vi erano professori, artisti, letterati etc. di ventitré nazioni e ancor più lingue.

Poi Koestler fu mandato a Le Vernet, un vero e proprio campo di concentramento, creato originariamente per internare i resti delle Brigate Internazionali che avevano chiesto protezione in Francia. Con l’entrata in guerra ai combattenti delle brigate fu aggiunta buona parte dell’intellighenzia dell’Europa continentale, liberale, socialista e comunista.

"In quei giorni il continente europeo aveva ormai raggiunto una fase in cui si poteva, senza ironia, dire ad un uomo che doveva ringraziare il cielo se invece di strangolarlo, decapitarlo o batterlo a morte si limitavano a fucilarlo. ... Nella scala centigrada liberale il campo del Vernet era lo zero dell’ignominia, ma misurato in Dachau-Fahrenheit era ancora 32 gradi sopra zero. Al Vernet le percosse erano un evento quotidiano; a Dachau venivano prolungate fino a produrre la morte. ... Per quanto riguarda il cibo, le comodità e l’igiene, Le Vernet era perfino al di sotto del livello dei campi di concentramento nazisti" (Schiuma della terra, p. 84)

Va fatto notare che c’era fra gli internati molte persone che avevano conosciuto i lager nazisti e la testimonianza di Koestler non è quindi certo un’esagerazione.

Il brano che segue è tratto da "Schiuma della terra", scritto nel 1941 sulla sua esperienza di internato in Francia. Il libro è un grido di sdegno verso la Francia, patria dei Diritti Umani, rivelatasi una delusione ed un inganno. Il titolo allude a come la stampa francese chiamasse i rifugiati antinazisti ed i membri delle Brigate Internazionali. Koestler chiude il libro, scritto quando il Vernet era ancora aperto e comandato dai nazisti, con queste parole:

"Siamo nel giugno del 1942 e mi chiedo quanti di loro siano ancora vivi. ... É probabilmente la più cosmopolita collezione di teschi dopo gli ossari dei crociati. E crociati lo furono davvero, l’orgoglio di un continente in decadenza ... Forse gli storici futuri disseppelliranno la loro storia ... e forse cambieranno l’etichetta che gli hanno dato e li chiameranno per quello che furono realmente: il sale della terra" (Schiuma della terra, p. 246)

Koestler fu liberato nel gennaio del 1940, dopo quattro mesi di internamento, sempre grazie alle amicizie inglesi. Gli altri non furono più fortunati. Vennero consegnati alla Gestapo al momento dell’invasione tedesca o si suicidarono. Valiani riuscì a stento a fuggire alla cattura dei nazisti

Dopo la liberazione, Koestler tornò a Parigi. La sua posizione ufficiale era quella di una persona verso cui era stato emesso l’ordine di espulsione, ma che non poteva venir eseguito a causa della guerra. Per questo doveva chiedere periodicamente un prolungamento del permesso di soggiorno, prolungamento che poteva variare da un giorno a una settimana, a seconda dell’umore dell’impiegato. Ciò comportava file estenuanti quasi continue, con il rischio di dove di nuovo finire in campo di concentramento.

"Questo gioco si chiamava "le Regime de sursis"; veniva giocato con migliaia di rifugiati politici in Francia e portò a una quantità di suicidi fra loro" (La scrittura invisibile, p. 495)

Nel frattempo Koestler finì "Buio a mezzogiorno"; il manoscritto originale fu sequestrato dalla polizia francese ed è andato perso, ma la traduzione inglese riuscì a da arrivare in Gran Bretagna, dieci giorni prima dell’invasione della Francia.

Quando cominciò l’invasione tedesca, i rifugiati vennero presi da un terrore comprensibile: per avere un’idea dello stato di terrore vi leggo un brano del capitolo Apocalisse del libro "Schiuma della terra":

"Una lettera clandestina di SOS da B., lo scrittore tedesco di fama europea [penso sia Benjamin o Becher] internato a Roland Garros a sua moglie Vera: "Mi hanno sequestrato la stricnina. Era la mia unica protezione contro la Gestapo. Avendola in tasca mi sentivo sicuro e calmo. Mi hanno rubato l’ultima salvaguardia della mia libertà e della mia dignità". Koestler e la moglie di B. riescono a fargli ottenere altro veleno, mentre i tedeschi avanzano. B. scrive alle moglie: "Grazie a Dio ho ricevuto l’aspirina che mi hai mandato. Ora non mi importa nulla di qualunque cosa possa accadere. Sono un uomo felice" (Schiuma della terra, p. 143).

Koestler cerca anche di far fuggire dal Vernet alcuni amici (tra cui Valiani) - operazione che paragona a "togliere gli spilli dal granaio in fiamme" (Schiuma della terra) -, ma viene egli stesso arrestato di nuovo, insieme a Heinrich Mann, Lion Feuchtwangler, Willi Meunzemberg, Walter Hasenclever, Ernst Weiss, Carl Einstein e Walter Benjamin. Soltanto H. Mann e L. Feuchtwangler in seguito si salvarono, gli altri si suicidarono, tranne Muenzenberg che è morto in modo dubbio, probabilmente ucciso da emissari dell’Apparat che aveva abbandonato.

In quella atmosfera effettivamente apocalittica, Koestler pensa di arruolarsi nella legione straniera per vedere di raggiungere un qualche paese neutrale. In questo modo riesce ad arrivare a Lisbona, dove chiede il visto per la Gran Bretagna. Il visto però gli viene rifiutato e Koestler tenta di suicidarsi con le pillole che Walter Benjamin aveva diviso di malavoglia con lui. Pressappoco negli stessi giorni, Benjamin si suicida con le rimanenti pillole, convinto di non riuscire ad ottenere il visto per la Spagna, che invece aveva ottenuto: Benjamin, che aveva ottenuto il visto, morì, Koestler, che non aveva ottenuto il visto, sopravvisse.

I mesi passati a Lisbona attendendo il visto gli forniscono il materiale per il terzo libro della trilogia ideale sul comunismo, Arrivo e Partenza. Questo romanzo parla proprio dell’emigrazione: è ambientato a Neutralia, fra rifugiati dall’Europa in guerra che attendono il visto. In esso Koestler analizza due sistemi chiusi (psicoanalisi freudiana e marxismo comunista) per smontarli a vicenda: una psicanalista, intenta a curare un ragazzo affetto da nevrosi, spiega l’iscrizione al Partito del ragazzo come la soddisfazione del suo desiderio di autopunizione, che lo portava fra l’altro a volersi arruolare nell’esercito inglese; alla fine il ragazzo è convinto di tale spiegazione e teoricamente non avrebbe più motivo di volersi arruolare per andare di nuovo a soffrire; invece lo fa, perché non si può spiegare tutto con la psicologia, come non si può spiegare tutto con la teoria comunista.

Comunque Koestler riuscì a raggiungere lo stesso la gran Bretagna, senza visto e fu per questo rinchiuso in una prigione inglese, ma solo per poco tempo. Nei mesi successi si arruolò nell’esercito inglese e lavorò per tutto il periodo della guerra alla BBC. Anche dopo la guerra resterà in Gran Bretagna da lui eletta a patria di elezione, stanco degli estremismi dell’Europa continentale.

Qui finisce la storia di un caso tipico di intellettuale nato all’inizio del secolo nell’Europa continentale. Koestler nel dopoguerra sarà impegnato nel fronte anticomunista, ma fedele alla sua affermazione "quando si combatte contro i comunisti ci si vergogna sempre dei propri alleati" (Schiuma della terra) alla fine abbandonerà la politica attiva. Fa eccezione il libro, da lui ideato, Il Dio che è fallito - Testimonianze sul comunismo. Nato da una discussione con Richard Crossman esso raccoglie la testimonianza di scrittori e giornalisti che si erano iscritti al Partito Comunista (o erano stati molto vicini a farlo), ma che poi avevano cambiato radicalmente idea e ne erano usciti. Vi sono raccolte le testimonianze, oltre che di Koestler, di Ignazio Silone (fra i fondatori del PCI, ma uscito già nel 1930 perché non condivideva le prime purghe staliniane), di Richard Wright (scrittore afromaericano, allontanatosi dal comunismo nel 1942), André Gide (divenuto anticomunista dopo un viaggio in Urss nel 1936), Louis Fischer (giornalista americano, allontanatosi dal comunismo con il Patto Ribbentropp-Molotov), Stephen Spender (allontanatosi dal comunismo, dopo aver partecipato alla guerra di Spagna).

In seguito continuò ad occuparsi di divulgazione scientifica, collaborò con Amnesty International e con Camus scrisse un libro contro la pena di morte.

Nel 1983, colpito dal morbo di Parkinson, si suicidò con la terza moglie.

Aprile 1994, Valentina Piattelli

FONTI:

SCRITTI AUTOBIOGRAFICI:

Freccia nell’azzurro, Edizioni Il Mulino, 1990 (1952)

La scrittura invisibile, Edizioni Il Mulino, 1990 (1954)

Dialogo con la morte, Edizioni Il Mulino, 1991 (1937)

Schiuma della terra, Edizioni Il Mulino, 1991. (1941)

ROMANZI:

I gladiatori

Arrivo e Partenza, Mondadori 1966.

Darkness at noon, Penguin Books

CONTRIBUTI:

AA.VV.: Il Dio che è fallito - Testimonianze sul comunismo, (A. Koestler, I. Silone, R. Wright, A. Gide, L. Fischer, S. Spender), Baldini e Castoldi 1992.

ARTICOLI:

Das Neue Tagebuch, 1935-36.

Pariser Tageszeitung 14-21 settembre 1936.