Perestroika e Storiografia Sovietica Sullo Stalinismo

Valentina Piattelli. Anno Accademico 1992-1993

"Una società attiva vede nel passato le basi necessarie per il suo sviluppo presente. Essa inoltre vuol sapere cosa nel passato meriti fiducia e cosa debba esse respinto, cosa è attendibile e cosa debba essere ritenuto un mito. La trasformazione del passato è un fattore indicativo dei cambiamenti del presente"

- L.G. Ionin, "Literaturnaya gazeta", 17 giugno 1987

 

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LA STORIOGRAFIA SOVIETICA PRIMA DELLA GLASNOST’

Negli ultimi anni di vita di Stalin la censura e le falsità nella storia sovietica avevano raggiunto il culmine: praticamente ogni leader degli anni ‘20 doveva essere criticato e tutti i giudizi dovevano essere conformi al Breve Corso di Storia del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (Bolscevico), del 1938. Con Chruscev, nel febbraio del 1956, cominciò la destalinizzazione che, riguardo alla storia, continuerà, con vicende alterne, per altri dieci anni.

Dopo le ulteriori denunce di Chruscev contro Stalin al XXII Congresso vi fu una grande fioritura nelle pubblicazioni di storia sovietica. La maggior parte di questi scritti riguardavo la "dekulakizzazione" del 1929-30 ed erano basati soprattutto sugli archivi del partito (maggiori autori: Danilov, Vyltsan, Zelenin, Moshkov, Ivnitskii) ed erano molto critici della politica del Politburo di quel periodo. Comunque anche gli articoli pubblicati sotto Chruscev, pur mostrando le repressioni e gli errori commessi sia da Stalin, sia da figure gerarchicamente inferiori, non facevano alcun riferimento esplicito alla carestia del 1932-33. Ed anche le loro critiche erano abbastanza naïf; infatti ritenevano corrette le decisioni prese al XVI Congresso dell’Aprile del 1929 sul Piano Quinquennale e criticavano soltanto le decisioni del Plenum del Comitato Centrale del Novembre del 1929 che velocizzavano la collettivizzazione e davano inizio alla campagna contro i Kulaki. Era un tentativo per far ricadere la colpa su Stalin che secondo loro esercitava già un potere personale grazie all’appoggio di Molotov e Kaganovich.

La destituzione di Chruscev nel Ottobre del 1964 fu seguita da un dibattito se continuare o no nella destalinizzazione. Nella primavera del 1969 Shelepin, membro del Politburo e fra gli organizzatori della destituzione di Chruscev, propose a Breznev di restituire il "buon nome" a Stalin nel discorso per il giorno della vittoria, il 9 Maggio. L’idea fu respinta, ma venne ripresa da Suslov, il membro del Politburo responsabile per l’ideologia, e da una maggioranza sempre più ampia della leadership di partito, d’accordo nel non voler abbandonare il concetto di "culto della personalità". Due leader di partito invece, Mikoyan e Ponomarev, erano invece d’accordo a mantenere la risoluzione del 30 Giugno del 1956, "Il culto della personalità e le su conseguenze". Andropov aveva una posizione intermedia e propose di sorvolare per non dividere il partito. Questa proposta capziosa alla fine prevalse e Breznev nella sua relazione nomina Stalin una volta sola.

Per gli storici fu un grande passo indietro, anche perché nel 1965 Trapeznikov, stretto collaboratore di Stalin, divenne capo del Dipartimento delle Scienze e del sistema educativo del Comitato Centrale: egli fermò qualsiasi iniziativa per oltre 15 anni. La sua campagna venne sostenuta dall’alto (Suslov e tutto il Politburo) e dalla Divisione Storica dell’Accademia delle Scienze. Vi fu anche una vera e propria purga tesa a eliminare e passare sotto silenzio alcuni storici: un libro assai critico di Danilov sulla collettivizzazione non fu mai pubblicato ed in quegli anni il testo principale sulla collettivizzazione era quello di Trapeznikov "Il leninismo e la questione agraria", più ortodosso. Dal 1973 al 1986 gli storici non allineati dovettero subire numerosi attacchi, senza poter rispondere. Negli anni ‘70 l’accesso agli archivi per gli storici fu molto ristretto, se non negato. Fu reimposto il divieto di accennare alle circostanze di morte di leader sovietici nel periodo 1937-38. La nuova ortodossia fu imposta anche ai media.

Il sistema brezneviano era il modello ultimo del socialismo di tipo stalinista. In esso la storia era praticamente vietata. Anche dopo Breznev le cose continuarono secondo questa linea; infatti nel 1982 una risoluzione del Comitato Centrale disse che non si poteva tollerare che vi fossero pubblicazioni in cui si dicevano cose false sulla storia patria. 1

Per tutti questi anni il dibattito continuò in privato, la stampa se ne astenne completamente. Il dibattito fu essenzialmente fra neostalinisti e nazionalisti russi da un lato, democratici, liberali e comunisti dissidenti dall’altro. Vi parteciparono anche scrittori (Solzenicyn) e musicisti (Vysotsky, Okuzhava). Tutto ciò era vietato e molti finirono in carcere o in ospedale psichiatrico, oppure emigrarono.

I PRIMI ANNI DI PERESTROIKA

Nei primi 18 mesi dopo l’entrata in carica di Gorbacev il Politburo mantenne un atteggiamento conservatore nei confronti della storia sovietica. Nel Maggio del 1985 Gorbacev, durante il discorso per il quarantenario della vittoria sovietica, ribadì il ruolo determinante di Stalin nel conseguimento della vittoria; quattro mesi dopo egli lodò lo stachanovismo nel cinquantenario del record di Stachanov.

Nel Febbraio del 1986, il mese del XXVII Congresso, Gorbacev disse ad un corrispondente dell’Humanité che;

"Lo stalinismo è un concetto creato dagli oppositori del comunismo ed usato su larga scala per sminuire l’Unione Sovietica e l’intero socialismo". 2

Voci non ufficiali (cfr. "L’Unità", "La Repubblica", avvallate da Radio Liberty) sostengono che Gorbacev nel Giugno del 1986 abbia detto ad un gruppo di scrittori sovietici:

"Se noi cominciamo ad occuparci del passato, perderemo le nostre energie. Sarebbe come dare un colpo in testa alla gente. E noi dobbiamo andar avanti. Noi metteremo ordine nel passato. Metteremo ogni cosa al suo posto. Ma adesso noi dobbiamo dirigere le nostre energie verso il futuro". 3

Sembra insomma che Gorbacev fosse riluttante a riconsiderare lo Stalinismo. Invece dietro le quinte stavano avvenendo cambiamenti importanti.

Già nel 1985 La Commissione di Controllo del partito cominciò ad investigare su alcune persone che non erano state riabilitate sotto Chruscev. Le prime riabilitazioni ad essere rese note furono proprio quelle di membri della vecchia guardia: nel 1986 fu riammesso nel partito Molotov e fu intervistato dalla stampa 4. Nello stesso tempo avvenivano in segreto riabilitazioni ben diverse: il 5 aprile 1985 fu riabilitato Pletenev, un medico coinvolto nel presunto avvelenamento di Gorkii e Kuibyshev; il 17 aprile 1986 fu riabilitato N.I. Muralov, un trockista accusato di aver progettato di gettare Molotov da un burrone e che si supponeva fosse uno dei collegamenti fra Trocki ed i gruppi terroristici in Urss. Simili riabilitazioni dovevano sicuramente aver l’approvazione del Politburo. Oltre a queste fra il 1984 e la fine del 1987 vi furono un centinaio di riabilitazioni, ma se ne seppe poco fino al Luglio del 1987.

Al momento della morte di Chernenko nel Marzo del 1985 la vecchia generazione aveva ormai perso di influenza; l’economia era stagnante e necessitava di profonde riforme.

Gorbacev al XXVII Congresso del Febbraio del 1986 disse che voleva reintrodurre la tassa sul cibo (prodnalog), un riferimento proprio alla NEP ed un primo passo verso l’economia di mercato.

Evgenii Ambartsumov, capo settore all’Istituto dell’economia del sistema socialista mondiale pubblicò un articolo sulle "Moskovskie novosti" il 9 Novembre 1986, intitolato "giovinezza della rivoluzione" 5. Ciò che attirò l’attenzione dei lettori in quest’articolo è la caratterizzazione della "rivoluzione d’alto" stalinista come la negazione della NEP ed il ritorno al comunismo di guerra, terreno ideale per il rafforzamento della burocrazia. In altre parole la versione ufficiale secondo cui il socialismo fu costruito in Urss negli anni ‘30 veniva negata. Era il primo grande cambiamento.

Verso la fine del 1986 l’approccio verso la storia sovietica cambiò radicalmente. Durante il Congresso degli Scrittori del Giugno del 1986, venne detto in modo non ufficiale che la censura sarebbe stata molto ridotta. Nel Settembre del 1986 venne detto alla televisione sovietica che alcuni racconti prima vietati sarebbero stati pubblicati, tra cui "Novoe naznachenie" di A. Bek6, "Deti Arbata" di Rybakov7 e "Belye odezhdy" di Dudintsev8. Nello stesso tempo vennero designati nuovi direttori riformisti per molte riviste, tra cui il "Novyi Mir", di cui divenne direttore Zalygin.

Un altro passo avanti notevole per la riforma della storiografia avvenne alla fine del 1986 con la nomina di Yuri Afanas’ev come Rettore dell’Istituto per Storici ed Archivisti di Mosca, un organismo non molto importante con il compito di addestrare gli archivisti. Nel suo discorso inaugurale Afanas’ev sostenne la necessità di un rinnovamento in senso radicale nella ricerca storica9.

In un tale momento Gorbacev stesso fece un mossa a favore dell’eliminazione dei tabù- dalla storia e, nel Gennaio del 1987, levò il bando al film "Pakaianie" (Ripetizione). Il film è molto complicato e non tutti lo capirono; esso però mostrò per la prima volta le repressioni di Stalin, seppure sotto metafora.

La trasmissione del film "Ripetizione" e la decisione di pubblicare racconti prima vietati sollevarono l’interesse di milioni di persone, tanto che le vendite di alcuni giornali, ad esempio il "Novy Mir", triplicarono. Non furono concessioni casuali, avevano l’appoggio di qualcuno molto in alto, dello stesso Gorbacev.

Nel febbraio del 1987 Gorbacev in un incontro con redattori, scrittori e giornalisti ritrattò il suo concetto di storia nella perestroika:

"Non devono esserci pagine bianche sia nella nostra storia, sia nella nostra letteratura.
La storia deve essere vista come è stata. C’è stato di tutto; ci sono stati errori, è stato difficile, ma la nazione è progredita. Prendete gli anni dell’industrializzazione e della collettivizzazione. Quella era la realtà e la vita. Quello è stato il destino delle persone con tutte le sue contraddizioni, i successi e gli errori"10

Egli stesso fornì qualche informazione nuova, almeno per il pubblico sovietico, sulle Grandi Purghe e sulle colpe di Stalin per l’impreparazione sovietica all’invasione tedesca.

Lo scopo di Gorbacev era evidente: egli voleva addossare a Stalin, e in un secondo tempo anche a Breznev, le colpe per la disastrosa situazione attuale. Con questa "seconda rivoluzione russa" egli sperava di ottenere il consenso popolare e di poterlo utilizzare per la "ricostruzione". Invece la richiesta di parlare francamente incoraggiò molte persone ad uscire dall’ombra; i loro discorsi, a lungo taciuti, erano assai più radicali del previsto.

In seguito al discorso di Gorbacev uscirono due romanzi assai critici del passato. Il primo è il racconto di B. Mozhaev "Contadini e contadine"; esso mostra gli orrori degli anni della collettivizzazione, anche se ne dà la colpa a Trockii e mostrando Stalin come chi tentava di mitigarne gli eccessi (!).11. Il secondo è il romanzo di Rybakov "Deti Arbata"12; esso racconta il destino di alcuni giovani uomini e donne nel 1934 fino all’assassino di Kirov, i personaggi principali sono, per la prima volta, Kirov e Stalin stesso, a cui viene imputato l’omicidio di Kirov.

I due romanzi vennero accolti con un enorme interesse dal pubblico, tanto che lo storico Danilov dovette intervenire per dimostrare quanto fosse infondato attribuire la collettivizzazione a Trocki.

Anche gli storici presero in parola Gorbacev e nel marzo del 1987 Yurii Afanas’ev cominciò un ciclo di conferenze per gli storici progressisti, dal titolo "Memoria sociale e genere umano"; vi parteciparono V. Polikarpov ("Pagine e nomi dimenticati" sulla storia della rivoluzione di Ottobre e la guerra civile), V. Danilov che parlò della collettivizzazione, Tarnovskii e Volobuev.

Sempre nel Marzo Afanas’ev fu intervistato su "Sovetskaia kul’tura", dove parlo della stagnazione nella storia e della necessità di studiare a fondo la storia sovietica ed in particolare lo stalinismo:

"Noi non abbiamo studi sul problema più importante, mentre nella storiografia non marxista si possono contare centinaia e centinaia di pubblicazioni".13

In effetti, specialmente in questo primo periodo, la riconsiderazione della storia significò riconsiderazione dello stalinismo, esso venne avvertito come il nodo cruciale da sciogliere prima di analizzare qualsiasi altro argomento.

Nonostante avvenissero cambiamenti in tutti gli istituti di ricerca, l’Istituto di Storia Sovietica, capeggiato dall’ultra conservatore S.S. Khromov, restò inalterato. Gli storici conservatori, radunati intorno a questo istituto, concentrarono il loro fuoco dapprima contro Yurii Afanas’ev, pubblicando una lettera14 in cui sostenevano che chi voleva criticare la storia del partito era un trockista; secondo loro il compito della storia era quello di inculcare nei giovani

"un senso di responsabilità storica e di orgoglio per la loro patria, nella sua storia eroica e nel presente".

Dietro di essi vi era lo storico conservatore F. Vaganov, che, in una lettera successiva, sostenne che la perestroika era costruzione e non distruzione.

Di nuovo intervenne Gorbacev, che nel Giugno del 1987, in un incontro con redattori e giornalisti, li spronò ad aprire un dibattito storico franco. Eppure perfino qualche progressista tra questi giornalisti sembravo critico verso questo dibattito:

"Stiamo cercando soltanto il negativo nel passato, come se non fosse successo niente di positivo in 70 anni" (Redattore di "Druzhba narodov", giornale che aveva pubblicato Rybakov)15.

Però Gorbacev continuava sempre a spronarli, permettendosi talvolta di ricordare che gli oppositori della perestroika:

"stanno aspettando che qualcuno commetta un errore, che qualcuno permetta qualche trascuratezza" (sempre nello stesso incontro)16.

In un’intervista seguita al plenum del Luglio 1987 Yurii Polyakov rivelò le nuove possibilità che si aprivano agli storici, esortandoli ad approfittarne:

"Mi sembra che la maggior parte degli accademici siano concordi nel ritenere che la storia debba allargare i suoi confini e sono pronti a rimuovere quella cappa di invisibilità che stava sugli avvenimenti del passato. Soltanto i retrogradi addormentato sono contro di noi. I dogmatisti sono ancora abbastanza potenti e come prima essi vedono i loro principali obbiettivi nel parafrasare e commentare superficialmente i documenti di partito. D’altra parte i critici che dubitano quasi tutti i risultati del potere sovietico sono sempre più attivi. Non ho dubbio che esprimendo francamente i vari punti di vista - cosa che prima non esisteva in pratica - la polarizzazione dei punti di vista aumenterà. Le discussioni principali devono ancora venire."17

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COLLETTIVIZZAZIONE, SECONDA GUERRA MONDIALE E "SISTEMA AMMINISTRATIVO DI CONTROLLO"

Nel frattempo la Corte Suprema, il 16 Luglio 1987, dichiarò nulli i verdetti contro 15 economisti sovietici, condannati nel 1931, 1932 e 1935 come membri di un presunto "Partito del Lavoro Contadino" (TKP), che la Corte Suprema dichiarò inesistente.

Essi erano gli economisti, non comunisti, Sukhanov, Kondrat’ev Chaianov, i cosiddetti neo-narodniki - gli economisti agrari che hanno favorito la teoria dell’economia basata su fattorie contadine e che sono stati identificati come gli oppositori alla collettivizzazione. La loro riabilitazione fu funzionale alla campagna per rimuovere il sistema dei kolchoz. Essa inoltre dette inizio al dibattito storico sulla collettivizzazione.

Da allora lo storico V. P. Danilov prestò particolare attenzione al modello di "collettivizzaizone attraverso metodi cooperativi", coniato da A. V. Chaianov che la aveva considerata un modello alternativo a quello staliniano. Nello stesso tempo apparve sulla "Pravda" un articolo, "Cause e lezioni sulla collettivizzazione"18, in cui Danilov criticava il fatto che per la collettivizzazione non si fosse adottato il piano cooperativistico di Lenin. È per un articolo poco franco che non fa menzione né della carestia né della seconda ondata di collettivizzazione del 1931; ci è dovuto in gran parte alla censura. Resta comunque un inizio; infatti in esso vengono criticati la chiusura dei mercati agricoli e dei crediti agricoli, viene inoltre criticato il brusco passaggio al collettivismo (negando così l’opinione ortodossa per cui le basi per la collettivizzazione si erano raggiunte negli anni ‘20).

Sulla collettivizzazione era stato pubblicata la poesia di Tvardovsky "Diritto della memoria" sul padre esiliato come Kulako nel 1931, composta nel 1969, ma mai pubblicata19. Inoltre era stato pubblicato il già citato racconto di B. Mozhaev "Contadini e contadine". Queste due opere avevano destato grande interesse nel pubblico rispetto alla collettivizzazione ed era necessaria qualche precisazione e informazione ulteriore da parte di storici professionisti.

Danilov, pur lodando l’opera di Mozhaev per aver portato il tema all’attenzione del pubblico, lo accusa di antisemitismo; infatti l’autore imputa, senza ragione, le colpe della collettivizzazione a Trocki, Zinov’ev e Kamenev.20

Durante tutto il 1987 sono stati pubblicati molti racconti e libri sulla collettivizzazione. Nel 1963 Chruscev aveva pubblicato una lettera di Sholokov a Stalin che criticava la collettivizzazione e la dekulakizzazione nelle regioni del Don. Ora "Moskov News" pubblica un altra lettera di Sholokov sull’argomento assai più aspra e dove vengono raccontati datti terribili21. Nell’estate del 1987 venne pubblicato un racconto degli anni ‘30 di Platonov, "Kotlovan" [l’abisso]22; esso ebbe un impatto notevole sul pubblico sovietico.

In queste pubblicazioni vi è un elemento di continuità con quelle scritte negli anni di Chruscev, ma vi è una maggiore ostilità per l’intera politica di collettivizzazione. Tikhinov, professore all’Accademia Lenin per l’Agricultura dell’Unione (VASKhNiL) dimostra che i Kulaki veri e propri erano scomparsi durante la guerra civile e che con la collettivizzazione i contadini erano alienati dalla loro terra e poco interessati ad essa.23 Lo scrittore Anatolii Anan’ev attacca l’intero sistema della collettivizzazione delle terre fino al presente:

"Ci siamo barricati per più di mezzo secolo dietro alla formula rassicurante per cui "la terra appartiene al popolo", che apparentemente risolveva tutto; nel cercare di risolvere tutta una serie di problemi secondari non ci siamo accorti di come i rapporti fra le persone e la terra fossero stati interrotti. La giornata lavorativa della fattoria collettivistica dura dall’alba all’alba, ma anche oggi il lavoro del contadino è di fatto depersonalizzato. Non dipende da lui se seminare domani o dopodomani o a quale profondità seminare Egli deve soltanto tenere il trattore o la mietitrice in ordine ed andare a seminare o mietere …".24

Anche gli storici professionisti si occuparono molto fra 1987 e 1988 della collettivizzazione. Questo lavoro era già stato intrapreso sotto Chruscev, soprattutto da Danilov, ma, come abbiamo visto, era rimasto in gran parte inedito. Dopo l’articolo pubblicato, e censurato, ad Agosto, Danilov pubblicò altri due articoli sulla collettivizzazione, assai più franchi. Il primo articolo apparve su "Sovetskaya Rossiya" l’11 Ottobre del 198725. In esso viene descritta la seconda ondata di collettivizzazione del 1931-32, criticando duramente l’uso della forza e menzionando brevemente la carestia "che portò via molte vite"; inoltre critica il rapporto fini-risultati della collettivizzazione. Il secondo articolo apparve sul giornale di partito "Kommunist" e si intitolava "L’Ottobre e la politica agraria del Partito"26: Esso sottolinea ancor di più i contrasti fra il piano cooperativo di Lenin e la collettivizzaizone forzata:

"L’uso di metodi alieni al socialismo non soltanto contraddiceva gli scopi prefissi, ma portava alla loro distorsione. Trattare le cooperative di possidenti contadini non come un soggetto indipendente della ricostruzione socialista della società, , ma come un mezzo per risolvere altri problemi era una violazione di principio del piano cooperativo leninista e comportava altre distorsioni"27

Sempre Danylov in una rassegna di articoli occidentali sull’argomento, afferma che:

"questa carestia fu in effetti il crimine più orrendo di Stalin, una catastrofe le cui conseguenze si fecero sentire in tutta la storia seguente della campagna sovietica".28.

Eppure sempre Danilov in altri due articoli sulla "Pravda"29 dice che la collettivizzazione ha contribuito alla vittoria in guerra ed è "sempre un fondamento dell’economia e di tutta la struttura sociale del nostro paese" (pur dicendo lo stesso che è costata troppe vite umane). La contraddizione è evidente e tipica di molti storici che in questi primi anni di perestroika affrontarono il problema della collettivizzazione.

Comunque nonostante queste spinte l’ambiente storico rimase abbastanza sonnacchioso e troviamo pochissimo materiale sulla storia sovietica sulle riviste storiche in quei mesi; anche perché molti accademici conservatori erano ancora ai loro posti.

Quanto a Gorbacev, egli scrisse nel suo libro "Perestrojka" - dell’estate del 1987 - che la collettivizzazione era da elogiare, ma la dichiarò anche crudele, seppur necessaria (addirittura scriveva "se non fosse stato per la collettivizzazione, saremmo tutti morti di fame negli anni della guerra", ma questa frase, presente nella prima edizione, fu poi espunta).

Parallelamente al dibattito sulla collettivizzazione ne avviene un altro, non meno importante, quello sul ruolo di Stalin durante la Seconda Guerra Mondiale.

Durante gli anni di Chruscev molti aspetti della Seconda Guerra Mondiale erano stati discussi apertamente (ma il romanzo di Grossman "Vita e destino" non era stato pubblicato). Durante gli anni di Breznev invece ci era stato impossibile: i libri di memoria venivano censurati se non corrispondevano con quanto già pubblicato, la ricerca doveva attenersi a ciò che era già stato pubblicato (!); negli anni ‘70 addirittura vennero tolti dalla circolazione anche alcuni libri precedentemente pubblicati (S. Smirnov). I veterani criticarono poi la vecchia storia ufficiale, così diversa dai loro ricordi (V. Astaf’ev: "Io ero in una guerra completamente diversa"30).

Nel 1987 cominciò la pubblicazione di memorialista con la decisione del Dirigenza Generale dell’Amministrazione politica in Capo dell’Armata Rossa di pubblicare l’intervista a lungo attesa di K. Simonov con il Maresciallo Zhukov31. Fra il 1987 ed il 1988 cominciarono ad apparire molti racconti e memorie di guerra. In questa prima fase la discussione verte quasi completamente sulla condotta della guerra ed in particolare sullo scoppio della guerra.

La decisone di fucilare il responsabile per la difesa delle frontiere, Generale Pavlov, era già stata condannata ai tempi di Chruscev (anche se poi sotto Breznev si era cercato di gettare fango su Pavlov), ma era stato l’unico caso. Nel 1987 Pavlov viene in pratica "riabilitato" da un articolo del professor Samsonov32.

Fra il 1987 ed 1988 è stata fatta luce su altri casi simili. Ad esempio Il caso del Maresciallo Meretskov. Egli venne arrestato, due giorni dopo l’invasione, e condannato a morte per cospirazione militare contro Stalin con oltre 40 testimoni a suo sfavore. Vennero portati alla luce i metodi con cui questi quaranta sono stati indotti a testimoniare:

"Le vittime, picchiate selvaggiamente, effettivamente ‘confessarono’ ciò che venne loro richiesto (tranne Loktionov, che sopportò eroicamente tutte le torture)".33

Alcuni vennero rilasciati per poi essere fucilati nell’Ottobre del 1941, nella gran confusione che vi fu quando i nazisti erano alle porte di Mosca.

Anche il caso del Generale Ponedelin fu investigato da Simonov che dimostrò che era completamente innocente. Scrive Simonov:

"Mi resta adesso da completare questa storia triste con un ammissione amara, ma in questo caso necessaria. Ero un uomo del mio tempo e nell’estate del 1941, quando lessi il decreto di Stalin, seguito dalla firma di Stalin, io credetti, così come altri credettero, che le persone a cui si riferiva erano veramente colpevoli di tutte le cose di cui erano imputate".34

La critica ovviamente investe anche il sistema staliniano; cosi, ad esempio per il sociologo Shubkin il sistema staliniano durante la guerra fu trasferito al fronte:

"La capacità di sacrificare se stessi ed il sospetto per gli altri. La crudeltà e la debolezza morale. La bassezza e l’ingenuo romanticismo. Niente fu lasciato indietro, niente fu dimenticato. E sia i marescialli sia i soldati avevano da fare i conti con tutto ciò."35

Shubkin descrive anche l’impatto che ebbe sulle truppe il terribile Ordine n. 227 che imponeva di resistere a Stalingrado a qualsiasi costo ed anche le sue conseguenze negative sui superiori:

"Una tragedia quando i generali e gli ufficiali si occupano non tanto di come combattere con il nemico, quanto di cautelare se stessi nel caso in cui essi non riescano ad eseguire gli ordini dati dall’alto senza una conoscenza reale delle possibilità di combattere delle unità combattenti".36

Accademici quali Samsonov però non sono d’accordo e ritengono l’ordine terribile ma necessario37. Anche molti veterani ritengono che la vittoria abbia dimostrato l’utilità del sistema stalinista, pur ammettendone la durezza. Molti altri per sostengono che la vittoria fu ottenuto nonostante Stalin. Scrive Simonov:

"Senza un 1937 non avremmo avuto un estate del 1941"38

Per avvalorare questa argomentazione vengono anche resi noti i dati elaborati da Nekrich negli anni ‘60. La repressione privò l’Urss del suo apparato dirigente militare: oltre 40.000 ufficiali uccisi o incarcerati, che venivano rimpiazzati da incompetenti fedeli a Stalin, tanto che nel 1941 soltanto il 7 % degli ufficiali avevano un’educazione secondaria. La mancata previsione da parte di Stalin dell’invasione nazista portò al disastro dell’estate del 1941.39

Di fronte a tutta questa rimessa in discussione, qualcuno vide un attacco ai valori patrii. Yurii Bondarev, alla riunione dei segretari dell’Unione degli Scrittori della Repubblica Russa:

"Io definire la situazione attuale della letteratura russa come quella del luglio del 1941. Se questa ritirata dovesse continuare e non dovesse arrivare il tempo di Stalingrado, sarà la fine dei nostri valori nazionali e di tutto ci che rappresenta l’orgoglio spirituale di persone che si avvicinano al baratro"40

Nell’estate del 1987 la discussione raggiunse l’apice. Il 21 Agosto sulla "Izvestiya" venne pubblicato un articolo di E. Maximova intitolato "Per i vivi e per i morti"41. In esso si chiedeva il pieno rispetto per i soldati che furono fatti prigionieri (i vivi) e per coloro che furono "dispersi senza traccia" (i morti). Dopo la guerra venne infatti ritenuto da traditori essere stati prigionieri e quasi tutti gli ex prigionieri vennero internati nei GUlag; anche i "dispersi" non vennero riconosciuti come veri combattenti in quanto potevano essere morti in prigionia. E. Maximova chiede una nuova legge che li equipari ai combattenti. Dopo il suo articolo arrivarono centinaia di lettere e telefonate, quasi tutte entusiaste.

All’inizio dell’estate del 1987 comincia anche un altro dibattito interessante: quello sul "sistema amministrativo di comando", istituito da Stalin. Esso comportava una critica più vasta, che toccava anche le complicità allo stalinismo. A molti parvero insufficienti le spiegazioni date nel 1956. A. Latynina:

"Per il nostro attuale livello di comprensione gli slogan del 1956 - "culto della personalità", "violazioni della legalità socialista", "contraddizioni del periodo" - spiegano ben poco.

L’intero corso degli eventi degli anni ‘20 e ‘30 induce a ritenere che un comunista abbia dovuto sottomettersi al volere della collettività, al pensiero della collettività.

Pu essere tutto questo imputato al solo Stalin? E se così fosse, come può un marxista, conscio del ruolo dell’individuo nella storia, conciliarsi con il significato straordinario che noi abbiamo dato ad un unico individuo per così tanti anni?"42

Sullo stesso piano è la recensione di Gavriil Popov alla novella "Novoe naznacheniu" di Aleksadr Bek. Il racconto doveva essere pubblicato nel 1966, ma fu pubblicato soltanto alla fine del 1986. Il racconto è la storia di un dirigente economico di Stalin, devoto al suo lavoro ed al suo capo. Essa serve a Popov per dare la sua interpretazione del sistema amministrativo di comando:

"La base di questo sistema è la centralizzazione delle decisioni ed il puntuale ottemperamento delle direttive provenienti dall’Alto ed in particolare da Stalin - il Capo".43

Un tale sistema rende impossibili il pensiero indipendente ed inoltre aveva bisogno di personaggi come Beriia; infatti la logica interna del sistema amministrativo necessitava di un "sotto-sistema di terrore". Chruscev non capi la natura di una tale sistema, se pensava di eliminarlo eliminando soltanto il culto della personalità a capo di quel sistema. Chiaramente questo sistema non è finito con Stalin, ma era ancora esistente in quegli anni. Popov propone di

"rinunciare al sistema, di rimpiazzarlo con uno corrispondente all’attuale sviluppo del socialismo, che si fonda non su metodi e forme amministrativi, ma su metodi e forme democratiche ed economiche".

Il giornalista A. Bovin, che pubblicò l’articolo "Perestrojka e il destino del socialismo" l’11 Luglio sull’Izvestiia44, affermava che dopo la Rivoluzione e dopo la NEP fu costruito un "nuovo modello di socialismo" negli anni ‘30; fra le componenti di questo modello vi era "il metodo amministrativo di comando per controllare i processi socio-economici" (p.6). Secondo Bovin questo sistema aveva raggiunto i limiti delle proprie possibilità alla fine degli anni ‘50 ed all’inizio degli anni ‘60; esso portò quindi ad uno stato dove le possibilità di questo metodo erano esauste. Quindi

"l’allontanamento dal sistema precedente, la sua fondamentale perestroika, la creazione di un nuovo sistema è una necessità storica cocente che è matura già da tempo".

Queste due nuove analisi favoriscono la comprensione migliore dello stalinismo. Ma già dal mese di luglio la reazione si fece sentire attraverso il suo membro più autorevole: Ligachev, n. 2 al Politburo. Proprio come membro del Politburo pubblicò un editoriale su "Sovetskaia kul’tura" sui compiti e le forme dell’arte:

"Noi non abbiamo mai abbandonato il principio del carattere di classe dell’arte, del realismo e della direzione comunista della cultura, delle sfere intellettuali e dell’educazione umana"45

Era un articolo ultra ortodosso che venne criticato tacitamente da Gorbacev stesso nello stesso mese.46 Ligachev insistette sulle sue posizioni e il 26 Agosto egli disse all’Elektrostal’:

"Ci sono persone all’estero ed in patria che cercano di screditare l’intero processo di costruzione del socialismo in Urss, di presentarlo come una serie di errori, di nascondere le grandi azioni di un popolo che ha creato uno stato socialista potente con gli episodi di una repressione infondata. [...] Per quanto riguarda gli anni ‘30, in quegli anni il nostro paese divenne il secondo paese nel mondo per la grandezza dell’industria, portò avanti la collettivizzazione dell’agricoltura e raggiunse un livello mai visto prima nello sviluppo della cultura, dell’educazione, della letteratura e delle arti."

Poco dopo questo discorso ultraconservatore, tornò a pubblicare sulle riviste sovietiche dopo 17 anni di assenza Mikhail Gefter, storico e dissidente negli anni ‘70. La sua intervista fu pubblicata sulla rivista organo del Comitato Sovietico per la Pace, con una prefazione di Yurii Afanas’ev. In essa Gefter torna sulla questione del sistema stalinista consigliando di fare attenzione ad uno negazione troppo semplificata di Stalin. Egli fa notare che il problema di Stalin e dello stalinismo è un problema che sta nella società sovietica e di cui non è facile liberarsi.

"la vittoria di Stalin è stata preceduta dalla sconfitta del suo predecessore [Lenin]".

Egli afferma che nel 1928 e ancora nel 1934 era possibile un’alternativa. Egli dà molta importanza al tentativo buchariniano ed afferma che il periodo 1941-42 fu un periodo di "destalinizzazione spontanea". Il ritorno di Gefter fu una lieta sorpresa per i giovani, ma non per gli storici professionisti, suoi ex colleghi e che lo conoscevano bene.

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IL SETTANTESIMO ANNIVERSARIO DELLA RIVOLUZIONE DI OTTOBRE

In una tale inerzia da parte degli storici professionisti ed in un continuo interesse da parte del pubblico per i temi storici, fu preparato il rapporto di Gorbacev per il Settantesimo Anniversario. Doveva essere letto ed approvato dal Politburo. D’altra parte il rapporto non poteva che essere un compromesso fra Gorbacev e Ligacev. Non è una coincidenza che l’impaziente El’tsin sia sbottato contro Ligacev proprio nella sessione plenaria del Comitato Centrale dove il testo di Gorbacev fu approvato.

Secondo Davies si deve partire da questo presupposto, cioè dal fatto che il rapporto è una soluzione di compromesso, per capirlo a pieno. È vero, esso conteneva molte parti conservatrici, l’ostilità a Trocki, difesa del patto tedesco sovietico dell’Agosto del 1939, presentava timorosamente le repressioni degli anni ‘30 ("Molte migliaia"!47), elogia l’industrializzazione e la collettivizzazione. Eppure univa ad esso delle parti innovatrici. Probabilmente influenzato proprio da Gavril Popov, Gorbachev critica la burocrazia ed il ruolo che essa ebbe nella collettivizzazione e nell’agricoltura:

"il sistema amministrativo di comando riguardò l’intera vita politica e sociale del paese. Ben affermato in economia esso si diffuse alla sovrastruttura, limitando lo sviluppo del potenziale democratico del socialismo

Tutto ci ha avuto un’influenza perniciosa sullo sviluppo sociale ed economico, con conseguenze serie. è estremamente ovvio che l’assenza di un livello adeguato di democratizzazione della società sovietica abbia anche reso possibile sia il culto della personalità sia le violazioni della legalità, l’arbitrio e le repressioni degli anni ‘30."48

Una tale analisi non era mai stata fatta prima da un leader sovietico. Inoltre in esso supera, anche se solo con un accenno, la visione di Chruscev per cui tutto il male ricadeva sul solo Stalin:

"La colpa di Stalin e del suo entourage verso il partito ed il popolo per le repressioni di massa e le illegalità che ebbero luogo è enorme e imperdonabile"49

Molti si aspettavano che Bucharin sarebbe stato riabilitato in occasione del 70esimo, ma invece, poco prima dell’Anniversario, fu deciso di rimettere tutto ad una commissione per le riabilitazioni. Durante il discorso per il 70esimo Gorbacev stesso informa che è stata create questa commissione del Politburo per le riabilitazioni. Il presidente era Solomontsev e ne facevano parte sia Iakovlev sia Chebrikov (noti progressisti).

IL PERIODO LIGACHEV

Il discorso per il Settantesimo Anniversario della Rivoluzione di Ottobre, essendo una soluzione di compromesso, era già in parte una vittoria dei conservatori. In seguito essi si rafforzarono: dal Novembre 1987 all’Aprile 1988 fu Ligacev a tenere le leve del comando piuttosto che Gorbacev. è un periodo in cui è stato tentato di fermare la perestroika. Fu Ligacev che lesse il rapporto principale al Comitato Centrale, dedicato alla perestroika dell’educazione. In esso egli mise in guardia contro coloro che ritenevano la storia sovietica "una serie di errori", denigrando "i grandi risultati del passato e del presente" e mise in guardia contro chi diceva che il socialismo non era ancora stato costruito. Gorbacev intervenne soltanto, difendendo il suo punto di vista contro i veri detentori dell’ideologia ufficiale.

Il dramma di Shatrov "Dalshe ... Dalshe ... Dalshe!"50, pubblicato su "Znamia" a Gennaio subì una dura campagna denigratoria vecchio stile. Dapprima fu severamente criticato da Victor Afanas’ev (non Yurii), direttore della "Pravda", e da altri tre autori sullo stesso giornale. Poi V. Zhuravlev e V. Gorbunov dell’IML si unirono, su "Sovietskaia Rossiia", alla campagna contro Shatrov.

Shatrov aveva preso molte figure storiche, fra cui Stalin e Trocki, come personaggi per il suo dramma, in cui accusa esplicitamente Stalin per l’omicidio di Trocki.51

La campagna unita della "Pravda" e dell’IML fu molto dura e la "Pravda" rifiutò perfino di pubblicare una lettera collettiva di storici a favore di Shatrov, che per fu pubblicata su "Znamia"52. In compenso ne pubblicò una firmata da eminenti uomini del mondo del teatro53: come dire: artisticamente va bene, è storicamente che non va.

Nel frattempo la riabilitazione di Bucharin, a lungo attesa fu finalmente resa nota il 6 Febbraio 1988, ma soltanto con un piccolo annuncio nella prima pagina della "Pravda", senza spiegazioni o commenti. Inoltre nel numero successivo un articolista scrisse che non c’era bisogno di farne un caso54. Soltanto il "Trud" raccontò alcuni particolari inquietanti del processo, come il fatto che furono tenute delle vere eproprie prove generali del processo, e che esse furono ripetute più volte per assicurarsi che tutto filasse liscio.55

Prima ancora della sua riabilitazione, i giornali "Ogonek" (36), "Moskow News" (37) e "Kommunist" (38) ne parlarono bene, contribuendo alla sua riabilitazione, avvenuta il 4 Febbraio 1988, e seguita da una pubblicazione in prima pagina della "Pravda"56. Fu reintegrato poi nel Partito ed in tutte le cariche57.

Infatti anche se la "Pravda", quale organo ufficiale, poteva risentire dello spostamento di potere al vertice, la glasnost’ ai livelli più bassi non poteva più essere controllata. Così continuarono ad apparire nuovi scritti contro Stalin e lo stalinismo.

I. Kliamkin scrisse un articolo intitolato "quale strada porta alla chiesa?" (allusione alla domanda di una contadina alla fine del film "Ripetizione"). Egli vede il fondamento dello stalinismo nella tradizione russa. Definisce il capitalismo degli zar una forma asiatica di capitalismo:

"In occidente il passaggio verso l’era industriale è stato accompagnato da un aumento della libertà: In Russia da un aumento della schiavitù."58

Egli afferma che la "rivoluzione dall’alto" di Stalin era l’unica possibile in una Russia contadina. Ma adesso le cose sono cambiate:

"La Russia contadina è finalmente scomparsa, è stata sostituita dalla Russia cittadina."59

Questo è il motivo che Kliamkin dà per spiegare come mai la perestroika sia cominciata proprio adesso. Le risposte a questa interpretazioni furono varie, gli storici in genere si irritarono per la negazione di alternative alla collettivizzazione.

D. Volkogonov, direttore dell’Istituto di Storia Militare del Ministro della Difesa, il cui articolo, "il fenomeno Stalin" fu pubblicato sulla "Literaturnaia Gazeta" il 9 Dicembre. Egli dà molta importanza al carattere di Stalin, avanzando l’ipotesi della malattia mentale60.

In questo periodo continuano anche le discussioni precedenti: quella sulla collettivizzazione e quella sulla guerra.

Riguardo alla Seconda Guerra Mondiale in questo periodo vengono alla luce particolari sull’assedio di Leningrado. Durante l’assedio di Leningrado il culto di Stalin scomparve. Scrive Yurii Afanas’ev:

"I ritratti del leader scomparvero dai muri. I leningradesi cominciarono ad usare il suo nome più raramente - sia nei discorsi che negli scritti." 61

Riguardo alla collettivizzazione Gorbacev nel rapporto del 2 Novembre 1987 ne presenta una visione critica, ma nel complesso favorevole. In pratica la stessa visione di molti storici, ma non quella degli scrittori, che prendono sempre più coraggio e cominciano a denunciare anche la carestia del 1932-33. Nel 1988 ormai la collettivizzazione veniva descritta in termini solamente negativi, in particolare veniva imputata alla collettivizzazione la mancanza di indipendenza dei contadini. Danilov pubblicò un articolo intitolato "La discussione nella stampa occidentale della carestia del 1932-33 e la ‘Catastrofe Demografica’ degli anni ‘30 e ‘40 in Urss"62. Vengono presentate anche le cifre stimate da Conquest per la carestia, secondo cui i morti sarebbero stati 7 milioni, ma le giudica esagerate e propone una cifra di 3 milioni, ammettendo per che è solo un’ipotesi in quanto gli storici sovietici non hanno mai studiato gli avvenimenti degli anni ‘20 e ‘30 in Urss; termina con l’auspicare una collaborazione con gli storici occidentali anche su questi temi delicati. Finalmente la carestia veniva dipinta con onestà.

Il dibattito sulla collettivizzazione inevitabilmente finì per coinvolgere l’industrializzazione, ed in particolare anche in questo caso la necessità dell’industrializzazione forzata.

V. S. Lel’chuk e V. P. Danilov dimostrano falsa l’idea per cui la Russia era enormemente arretrata prima della rivoluzione e dimostrano anzi che essa era un paese dal "capitalismo mediamente sviluppato". Danilov inoltre afferma che il progetto originario del primo piano Quinquennale era duro, ma realizzabile, Stalin lo modificò accentuandone la durezza63.

In questo momento possiamo vedere come il cambiamento avesse finalmente raggiunto anche gli storici professionisti ufficiali. Il 22-23 Dicembre 1987 si tennero le elezioni dei membri dell’Accademia. Vennero eletti sia storici conservatori sia storici progressisti, fra essi anche Pokrovskii di Novosibirsk, arrestato nel 1957 e condannato a sei anni di esilio. Però uno storico come V. P. Danilov non fu eletto. I membri, dopo le elezioni, dovevano eleggere un nuovo segretario accademico, ma non riuscirono ad accordarsi, segno del numero quasi uguale di progressisti e di conservatori. Nelle elezioni per i direttori degli istituti, all’Istituto di Storia Sovietica andò un ultraconservatore, S.S. Khromov.

Sempre nel Gennaio del 1988 il posto vacante di direttore della rivista "Voprosy istorii" fu preso da uno storico orientato verso i progressisti, A.A. Iskenderov, il quale fece entrare nella redazione Danilov e Volobuev. Il primo atto fu un editoriale intitolato "La perestroika ed i compiti del giornale "Voprosy istorii"", in cui si diceva:

"Non è un segreto che una stagnazione profonda ha portato ad una perdita d’interesse notevole dei lettori verso le pubblicazioni di storia contemporanea".64

L’editoriale dava come obiettivo lo studio del culto della personalità di Stalin. Il secondo passo fu una tavola rotonda nel numero seguente del giornale che fece molta impressione. Era infatti al prima discussione libera fra storici che si tenesse in un giornale sovietico. Intanto Chromov andò in pensione per anzianità ed il posto di Direttore dell’Istituto di Storia dell’Urss fu preso da uno storico estraneo all’establishment esistente, Novosel’tsev.

Tutto ci dimostra come i progressisti stessero riprendendo il controllo della situazione. Nel Gennaio del 1988, in un incontro con giornalisti ed artisti, Gorbacev fece un collegamento fra un dibattito storico franco e la perestroika:

"La conoscenza di questa storia [quella successiva all’Ottobre], la conoscenza delle cause di un fenomeno particolare, cause che stanno alla base delle grandi imprese del nostro stato, e la conoscenza delle cause dei principali errori e degli avvenimenti tragici della nostra storia - tutto ciò ci permetterà di trarre lezioni per il presente, ora che vogliamo rinnovare la società, per dispiegare più completamente il potenziale del socialismo, i suoi valori. Ora che noi conosciamo realmente meglio la nostra storia, conosciamo le radici di molti fenomeni che ci hanno afflitto recentemente e che sono stati la causa diretta della decisione secondo cui la perestroika della società era necessaria".

Inoltre Gorbacev spiegò che il suo discorso per il Settantesimo Anniversario della Rivoluzione non doveva essere inteso come sacrosanto, ma che anzi la sua interpretazione poteva essere ribattuta. Egli infine esprimeva la sua visione della storia:

"Per noi non è accettabile alcuna minimizzazione. Ci è già accaduto. ed è solo questione di mostrarlo onestamente. La verità è una sola."

Sempre nel Gennaio del 1988 in un incontro dell’ufficio della Divisione Storica dell’Accademia delle Scienze discusse una relazione di Chromov sui progressi della perestroika nell’Istituto di Storia dell’Urss. Il nuovo vice capo del Dipartimento per le Scienze dell’Educazione del Comitato Centrale, V.V. Ryabov. Egli fu particolarmente critico verso questa relazione e verso l’immobilismo che regnava nell’Istituto. Nei giorni successivi la relazione fu criticata aspramente e definita retrograda. 65

Segno della ripresa dei progressisti fu la pubblicazione integrale dell’intervista a Gefter su Stalin pubblicata a Gennaio sull’organo dell’Istituto del Movimento del Lavoro Mondiale, stavolta sotto il titolo originale "Stalin è morto ieri?"66.Il titolo poneva la questione: Stalin è morto solo ieri o Stalin è morto ieri veramente? Nell’intervista Gefter si chiede quando al comunismo si sia sostituito lo stalinismo. Per prima cosa egli delinea l’etica spietata, verso se stesso e verso gli altri del rivoluzionario, anzi del funzionario della rivoluzione. Attorno al 1934 per questi funzionari della rivoluzione, che avevano partecipato e caldeggiato la collettivizzazione, cercano una tregua:

"Fu una primavera. La primavera del Congresso degli Scrittori e dell’abolizione del razionamento, la liquidazione delle ‘sezioni politiche’ e l’attribuzione della terra in godimento perpetuo ai kolchoz, la riduzione dei ritmi dell’industrializzazione e l’aumento del benessere sociale. [...]. L’autocritica di diffondeva. E là, dietro il cordone sanitario, il nazismo. E la Spagna, la Spagna! [...] Dov’era la possibilità di scelta? Nell’umanizzazione, nella democratizzazione in funzione antifascista del modello staliniano, realizzate in una cornice costituzionale?[...] Potevano alzare la mano contro l’idolo Stalin se essi [i funzionari] non fossero giunti alla comprensione di questo?"67.

Sempre Gefter in un articolo successivo afferma che da questa democratizzazione Stalin ne sarebbe rimasto tagliato fuori; così egli scelse di "uguagliare con la morte" i funzionari oscillanti. Al loro posto sorse "l’apparato"68.

Una serie di articoli interessanti fu pubblicata dai sociologi L. Gordon e E. Klopov, il primo di questi apparve a Febbraio sulla "Znanie ùsila". Nel primo69 essi affermano che alla fine degli anni ‘20 si ponevano due alternative per l’industrializzazione, una era quella di Stalin per un’industrializzazione forzata, l’altra era quella basata sulla NEP. Entrambe erano possibili, ma quella di Stalin parve più praticabile ed in effetti vinse; essi dimostrano per che questa supposta praticabilità era in realtà molto precaria.

In questo modo cominciò la discussione sul sistema staliniano; il livello di discussione del rapporto di Gorbacev era effettivamente stato superato. Ci dimostra anche che il controllo di Ligacev era ristretto soltanto ad alcuni circoli.

Intorno al Febbraio del 1988 i conservatori cominciarono ad assumere una linea difensiva.

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LA LETTERA DI NINA ANDREEVNA

Il 13 Marzo del 1988 su Sovestskaia Rossiia viene pubblicata su tutta una pagina la lettera di Nina Andreevna, insegnante di chimica, intitolata "Non dimentico i principi". Comincia con un attacco contro Shatrov e Rybakov e difende Stalin, dicendo che perfino nemici come De Gaulle e Churchill ne riconobbero la grandezza; essa lamenta l’effetto incontrollato della glas’nost sui suoi studenti e dice di essere giunta insieme ai suoi studenti alla conclusione che l’attacco corrente alla dittatura del proletariato ed agli ex leader politici sovietici deve avere le sue origini in professionisti anticomunisti occidentali, che hanno a lungo invocato "il cosiddetto slogan democratico dell’antistalinismo". Ella trova le origini di questo attacco anche

"nei superstiti delle classi sconfitte in URSS, tra cui i Nepmen, i basmachi ed i kulaki ed i successori spirituali dei menscevichi, quali Dan, Martov, Trocki e Jagoda" [guarda caso tutti ebrei!]

Ella dà la colpa ai refusniki ed ai "cosmopoliti". La lettera finisce con un appello per la fedeltà ai principi del marxismo leninismo.

Sembra che la lettera sia stata rivista, prima della pubblicazione, da Ligacev. Ligacev inoltre dette due comunicati stampa a giornalisti scelti in cui si diceva che la lettera meritava una discussione approfondita. La lettera era stata pubblicata subito prima della partenza di Gorbacev per la Jugoslavia e di Iakovlev per la Mongolia. Data la loro assenza molti pensarono che le direttive ufficiali fossero rappresentate da questa lettera. Così molti giornali, ritenendola un documento autorevole, la ripubblicarono senza criticarla. Più tardi vennero criticati per essere stati poco coraggiosi.

Vi furono anche delle eccezioni, ma furono poche e non vennero riportate dalla stampa. Il 23 Marzo il direttivo dell’Unione dei Cineasti approvò una mozione di Gel’man che criticava la lettera come conservatrice. Il giornale della gioventù bielorussa – "Znamya yunosti"- decise di non ripubblicare la lettera dopo che alcuni membri della redazione avevano minacciato di dimettersi. "Moscow News" la criticò aspramente70.***

Al loro ritorno Gorbacev e Iakovlev si trovarono di fronte al fatto compiuto. Essi riuscirono a vincere l’influenza di Ligacev e fecero in modo che il Politburo rigettasse la lettera della Andreevna. Il 5 Aprile, proprio quando Ligacev non era a Mosca, apparve sulla "Pravda" un articolo senza firma, e quindi particolarmente autorevole, intitolato "Perestroika: carattere rivoluzionario del pensiero e dell’azione"71. Era un articolo appassionato e ferocemente antistalinista; vi si diceva che le difficoltà presenti erano così gravi che soltanto un modo di agire rivoluzionario avrebbe potuto portare alla salvezza; la lettera dell’Andreevna veniva stigmatizzata come anti-perestroika e "Sovetskaya Rossiya" viene criticata per averlo pubblicato, in quanto poteva "creare l’impressione nei lettori che qualche ‘nuova’ piattaforma politica sia stata loro proposta". Si concludeva chiedendo se con questa lettera si fosse tentato di capovolgere le decisioni del partito su Stalin e di scindere il socialismo dall’etica.

Fu una vittoria importante dei progressisti con ripercussioni sulla discussione storica.

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LA XIX CONFERENZA DI PARTITO

La discussione riprese più vivace che mai, dopo la pubblicazione della lettera sulla "Pravda" a riposta a quella dell’Andreevna. Vari gruppi professionali, fra cui gli storici, si affrettarono proclamarsi progressisti attraverso lettere collettive ai giornali72.

Per la prima volta era possibile presentare idee diverse su uno stesso argomento. A dimostrazione di questo ricordiamo che la risposta alla lettera di Nina Andreevna è stata presa come "piattaforma" del Politburo, ma con un apertura alle idee diverse. Ad esempio Alexandr Yakovlev:

"Ma, compagni, noi non accettiamo la decisione di boicottare "Sovetskaya Rossiya". Io ritengono che boicottare un giornale significhi seguire un metodo del passato. Lasciate che dicano quel che vogliono. E lasciate che la gente sappia che una tale persona ha certi punti di vista. Ogni articolo deve trovare il suo lettore e noi dobbiamo arrivare ad un modo di vivere che consideriamo democratico proprio per la lotta fra opinioni diverse.

Per quanto sgradevole potesse essere l’articolo di Nina Andreevna, esprimeva il suo punto di vista. Rispondiamogli piuttosto. A Riga ho risposto ad un articolo sul mercato, anche in "Sovetskaya Rossiya" io ho manifestato un ponto di vista completamente opposto su questo argomento. Dovremo forse tagliare la testa al direttore?

Dobbiamo procedere con metodi politici."73

Fra il 5 aprile ed il 28 giugno (inizio della XIX Conferenza di Partito) fu il periodo in cui si parlò con più franchezza.

I giornali ricominciarono a pubblicare notizie su verità finora nascoste. Il 29 Aprile la "Pravda" pubblicò le memorie del procuratore militare che riesaminò il processo contro il generale Tukhachevski74. Il 4 Maggio la "Literaturnaia Gazeta" pubblicò un articolo di A. Vaksberg che riesaminava i casi di Meierkhol’d, Kol’tsov e Babel, fornendo notizie agghiaccianti sulla loro sorte75. In aprile, Maggio e Giugno fu esaminato il "Complotto dei Medici"76, il processo a Beriia77 e la Zhdanovshchina78, l’intervento di Stalin nella controversia linguistica79 ed il caso Riuyutin80. Inoltre furono pubblicate in primavera ed estate le memorie di Simonov su Stalin81 che suscitarono l’interesse del grande pubblico. Infine nel maggio venne trasmesso alla TV nell’ora di maggior ascolto il film "processo", sui processi pubblici degli anni ‘30.

Cosa forse più importante di tutte, finalmente venivano rese note al grande pubblico le atrocità di Stalin, ed in particolare del sistema concentrazionario. Uno degli articoli più impressionanti fu pubblicato dalla Komosmolskaia "Pravda", con il titolo "Non c’era ritorno", in esso un loro corrispondente intervista gli abitanti della zona dove fu costruita la ferrovia del mare del Nord, dove morirono milioni di deportati82. Ai tempi di Chruscev simili descrizioni erano più rare e confinate alle riviste di letteratura. Invece adesso vengono diffuse attraverso i media più popolari, la radio e la televisione. Per questo la discussione intorno a Stalin divenne più popolare e libera. Si era ormai diffusa la consapevolezza che le persone durante gli anni di Stalin, non venivano trattate come esseri umani, ma come "rotelle" (parola usata dallo stesso Stalin83)

Ormai lo stalinismo non era più difendibile tout court; si diffonde allora quella che Afanas’ev chiama "doppia morale":

"Recentemente si è manifestato ed è stato elaborato ancora un altro approccio al tentativo di creare nella coscienza sociale e i sovietici un modello ibrido, una simbiosi politica, che consiste di due metà: ‘Da un parte’, ‘dall’altra’. Da una parte le repressioni e i crimini di massa; dall’altra la gioia quotidiana e i record"84

Eccone un esempio: lo scrittore Yurii Prokushev:

"Qualche volta diciamo: è stato terribile, sono accadute soltanto cose terribili. Ma cosa sarebbe successo se non si fossero stati né il combinat di Kuznetsk, né Magnitka? [enormi complessi siderurgici, costruiti negli anni ‘30] Noi saremmo stati tutti schiavi dei fascisti a Maidanek - uzbeiki, ebrei e russi. Per questo non devono esserci esagerazioni."85

Questa doppia morale secondo Afanas’ev, impedisce la comprensione profonda del fenomeno dello stalinismo. In questo periodo i riformisti devono ancora confutare ognuno di questi pretesi meriti di Stalin, dimostrando che c’era un alternativa o addirittura che il metodo usato era inutile. Ad esempio A. Gordon, sociologo, dimostrò che le potenzialità dell’industrializzazione vennero sfruttate al 40 %, un potenziale che si sarebbe potuto raggiungere con uno sviluppo non così accelerato, e cioè all’interno della NEP86.

Yurii Afanas’ev, in un articolo intitolato "Perestroika e la conoscenza storica", cerca di valutare se ci che è stato realizzato in Urss sia ci che aveva pensato Lenin e la vecchia guardia del partito negli anni ‘20. Per questo auspica una ricerca storica priva di pregiudizi. La cosa più importante è che in questo articolo per la prima volta viene criticato il marxismo-leninismo come "un’ideologia dogmatica e scolastica"; egli si appella per un suo ripensamento ispirandosi a quanto pensato in occidente, sia da marxisti (Gramsci, scuola di Francoforte), sia da non-marxisti87.

La "Pravda" non voleva certo che si arrivasse alla Conferenza senza che il liberalismo di Afanas’ev non avesse ricevuto una risposta efficace. Rispose un certo Pobisk Kuznetsov in questi termini: la percorribilità dell’alternativa buchariniana è già stata trattata da Gorbacev, quindi Afanas’ev sta presentando "una sua opinione particolare" (cioè eretica)88.

Non mancava quindi una certa opposizione, che si palesò nella difficoltà che ebbero molti sostenitori della perestroika nel riuscire a farsi eleggere come delegati alla Conferenza: Yuri Afanas’ev vi riuscì solo grazie all’intervento personale di Gorbacev, mentre Gavril Popov non vi riuscì (mentre altri, "ortodossi", vi riuscirono con facilità).

Al discorso di apertura della Conferenza Gorbacev parlò favorevolemente della NEP e delle "norme leniniste", mitizzandole in gran parte. Così facendo Gorbacev voleva sottolineare la continuità fra gli anni di Lenin e la perestroika. Egli inoltre prese una posizione chiara contro il sistema stalinista:

"Con la consolidazione del sistema amministrativo di comando all’atmosfera di cameratismo di partito si sostituì gradualmente a relazioni basate su ordini e sulla loro esecuzione, nella divisione dei membri del partito in capi e subordinati e nella violazione del principio di uguaglianza fra comunisti. Sebbene di quando in quando sia stato riconosciuto che questa situazione era intollerabile, in pratica tutto rimaneva così com’era."89

Nel dibattito che vi fu dopo molti furono gli interventi antistalinisti; molti di più quelli stalinisti. Ad esempio il direttore della "Znamya", Baklanov, (progressista) fu interrotto più volte e poté continuare il suo discorso soltanto con l’intervento personale di Gorbacev.

La voce più forte dei conservatori fu Yurii Bondarev (vedi sopra):

"Quando leggo nella nostra stampa che i veterani della guerra e del lavoro di 60 o 70 anni possono essere potenziali oppositori della Perestroika, che è tempo di togliere i lavori di Sholokov dalle scuole e di rimpiazzarli con "i ragazzi dell’Arbat", quando la stampa cerca di persuardermi che la stabilità è il male peggiore (sostenendo così il caos e la disintegrazione in economia), à, quando leggo che evidentemente il fascismo è nato in Russia e non in Italia, quando leggo che il generale Vlasov, tradendo il suo esercito andando con i tedeschi, stava combattendo contro Stalin e non contro il popolo Sovietico - quando penso a tutto questo chiasso irresponsabile, non sono sorpreso, quando incontro dei giovani, del loro profondo cinismo, della loro ironia e di una certa disperazione che essi mostrano. Ed io credo che un grammo di fede abbia qualche volta più valore della somma di esperienze di un uomo saggio" (Applausi),90

Soltanto l’ultimo giorno Ligacev si unì al dibattito condannando la "distorsione completa della realtà" di qualche pubblicazione e auspicando che "il Comitato Centrale e gli staff redazionali arrivino alle conclusioni appropriate"91.

Lo stesso Gorbacev fu nel corso della Conferenza critico verso la stampa, ma nel senso opposto, lamentando una mancanza di pluralità nella discussione.

Gorbacev inoltre fece una proposta per la creazione di un monumento alle vittime della repressione. Kruscev aveva proposto la creazione di un monumento, peraltro mai costruito, ma soltanto per le vittime "ortodosse". Invece la proposta di Gorbacev non faceva distinzioni politiche. Già da qualche tempo esisteva un comitato per la costruzione di questo monumento di cui facevano parte anche Sacharov e Medvedev.

Alla conferenza fu comunque adottata la proposta di Gorbacev per le riforme politiche. Fu una vittoria per Gorbacev, ma nel contempo si resero palesi gli schieramenti ed in particolare i sostenitori di Ligacev.

Soltanto quando la Conferenza era ormai conclusa la "Pravda" pubblicò la risposta di Yurii Afanas’ev all’articolo di P. Kuznetsov. In essa Afanas’ev diceva fra l’altro di non considerare la società sovietica una società socialista92. Inoltre in questo articolo egli replicava indirettamente a Ligacev che all’inizio di giugno aveva usato più volte la parola "qualcuno" per indicare dei personaggi sovietici che stavano spargendo voci sui disaccordi del Politburo. Afanas’ev:

"Se adesso ‘qualcuno’ dovrà ritirarsi, andare in pensione, significherebbe un ritorno del terrore stalinista contro i quadri di partito leninisti? O forse il pensionamento, in quanto diverso dal lavoro forzato o dalla fucilazione, è in qualche modo compatibile con il potere del popolo e con la normale lotta politica?"93

Afanas’ev così stimolò un dibattito sulla definizione del socialismo sovietico. I Dedkov (commentatore politico) e O. Latsis (redattore capo del "Kommunist", sociologo) pur criticando l’affermazione di Afanas’ev secondo cui l’Urss non sarebbe uno stato socialista, essi giungono a tutt’altra conclusione; secondo i due la statalizzazione dei beni nazionali li aveva resi "di nessuno" e quindi non era stato raggiunto il vantaggio reale del socialismo, il lavoro per se stessi. Per Dedkov e Latsis il socialismo è esistito, ma solo perché esisteva nelle aspettative della gente.94

In quei giorni, un mese dopo la Conferenza le divergenze di opinione fra i membri del Politburo vennero di nuovo rese pubbliche. Gorbacev, riassumendo il significato della Conferenza, sosteneva che pur essendoci parecchi che criticavano il passato

"le tendenze conservatrici e la nostalgia per il passato sono ben lontane dall’essere superate"95.

LA MORTE DI GROMYKO - COMINCIA LA ROTTURA CON IL PASSATO

Alla fine di Settembre Gorbacev prese il posto di Gromyko come Presidente, mentre Ligacev venne trasferito all’Agricoltura. Fu un’ulteriore vittoria della perestroika e della glasnost’. Il dibattito riprese più fervido che mai, essendo arrivato proprio al punto cruciale: l’essenza del socialismo. Per quanto riguarda l’interpretazione dello stalinismo essa si era ormai liberata per sempre della "doppia morale" di cui aveva proprio parlato Afanas’ev. Riguardo ai meriti dello stalinismo valga l’affermazione di Lacis, secondo cui non solo "il fine non giustifica i mezzi", ma anzi "esso fu compromesso da questi ultimi"96. Così infine era prevalsa l’opinione, incisivamente espressa da Volkogonov, secondo cui "nessun merito giustifica l’inumanità"97.

Comincia a svolgersi una discussione sullo stalinismo non più costretta nei limiti, che obbligavano a giustificare certe azioni, se non addirittura a lodarle.

Inoltre erano stati superati anche i limiti che costringevano a ribadire la discontinuità fra leninismo e stalinismo. I riformatori stessi avevano creato questi limiti, cercando così di dimostrare che la perestroika si muoveva all’interno del socialismo. Questi limiti erano stati superati grazie alla glasnost’ che aveva concesso il diritto di parola anche a persone che la pensavano diversamente su tutta la storia sovietica, compreso l’ottobre.

Comunque la critica alla storia sovietica era cominciata come critica allo stalinismo; per questo ne sono state viste le origini in molti fenomeni, ognuno dei quali, dopo essere stato collegato alla terribile fama dello stalinismo, perdeva la sua aurea sacra; fra questi anche la rivoluzione ed il leninismo.

Ben presto il dibattito sullo stalinismo si trasformò in dibattito sul bolscevismo e sul marxismo, anzi in una critica.

Dopo tutte le rivelazioni degli anni della perestroika, nella coscienza dei cittadini sovietici si erano accumulati milioni di morti. Le cifre ufficiali sui morti della Seconda Guerra Mondiale vennero alzate da Gorbacev stesso, passando da 20 milioni a 27 milioni98. Ad essi si aggiungeva adesso la consapevolezza dei milioni di morti della carestia seguita alla collettivizzaizone e delle decine di milioni di morti e deportati in seguito alle repressioni staliniane.

La tentazione di fare di ogni erba un fascio era forte e comprensibile. Già in passato Solgenitsin aveva proposto di imputare tutti questi morti alla Rivoluzione di Ottobre. Infatti nell’opinione pubblica sovietica vi è ormai un collegamento fra Ottobre e stalinismo; si è diffusa l’idea per cui la Rivoluzione ha deviato la Russia da uno sviluppo "normale", che l’avrebbe avvicinata alle democrazie occidentali (idea già del sociologo emigrato N. Timashev).99

Il primo a collegare Stalin al marxismo è A. Cipko100. Egli ritiene lo stalinismo essere

"una delle possibilità estremamente negative di realizzazione delle idee esposte nella dottrina marxista"101

Secondo Cipko marxismo, bolscevismo e stalinismo sono ideologie utopiche e quindi arbitrarie, che necessitano della repressione per essere applicate. Egli parla di un tentativo per imporre al popolo il radicalismo dell’intelligensja russa e di "rivoluzione senza una base sociale".

La pubblicazione degli scritti di Cipko nell’inverno del 1988-89 fu vista da molti studiosi occidentali come il segnale che la perestroika era arrivata ad un punto di rottura con il passato.

Kaputstin in "quale strada noi rifiutiamo?" per primo usa il termine "stalinismo" liberamente; lo definisce come derivato dal leninismo, e quindi socialista, ma un "socialismo da caserma"102.

Nel frattempo Gordon e Klopov, sociologi, continuarono a pubblicare articoli. In uno di essi definiscono così il sistema stalinista:

"Elementi di socializzazione socialista genuina mescolati con elementi di statalizzazione semplice e meccanica. Il risultato di un’espansione rapida dello stato e del sistema dei kolchoz senza un rafforzamento contemporaneo della democrazia è stato lo statalismo, sulla base del quale poteva nascere soltanto un socialismo autoritario, monopolista e ‘da caserma’.103

Ormai non si parla più di "stalinismo", ma sempre più spesso di "socialismo" e addirittura "marxismo". La "doppia morale" è scomparsa non solo per quanto riguarda la considerazione dello stalinismo, ma anche per l’ideologia marxista e bolscevica.

Le interpretazione sovietiche seguirono per certi versi quelle occidentali, ma in un modo completamente diverso; anche le correnti storiografiche per l’interpretazione dello stalinismo che hanno avuto maggior fortuna in occidente (stalinismo come forma di machiavellismo autoritario, come continuità con l’autocrazia etc.) sono state riviste completamente o addirittura neglette.

D. F. Furman constata l’esistenza di "elementi di affinità fra la nostra ideologia e la tradizione religiosa".104

Sullo stesso piano è L. Sedov, che arriva a concludere che bisogna valutare

"il fenomeno dello stalinismo in termini di culturologia e di psicologia sociale, senza i quali la comprensione della nostra storia resterà ferma al riconoscimento di singoli errori e difetti, e l’interpretazione del culto di Stalin risulterà come stabilitosi dal di fuori e dall’alto".105

Queste due interpretazioni mostrano come una parte dell’interpretazione sovietica consideri lo stalinismo come autonomo dal contesto economico, politico e sociale, ma legato semmai ad una logica interna al marxismo-leninismo.

In una società in cui fino a poco tempo prima era impossibile criticare gran parte del passato sovietico, la questione del consenso a Stalin e allo stalinismo veniva sentita come molto importante. Su di essa scrissero in molti. Volkogonov:

"Stalin compì molti errori e pesanti crimini. MA grazie al sistema da lui fondato essi si trasformarono in modo fantastico, nella coscienza degli uomini,, nelle grandi opere del Messia. [...] Stalin considerava naturale che i grandi fini richiedessero grandi vittime"106

Danilov teme che il dibattito sul consenso e la base sociale dello stalinismo allontanati dalle responsabilità personali di Stalin, eliminando così il fattore soggettivo:

"Era una dittatura puramente burocratica, che nel corso del suo sviluppo è creava essa stessa il proprio ambiente sociale burocratico, indipendentemente da tutti gli altri strati e classi sella società"107

Le origini della base sociale dello stalinismo, e quindi del consenso ad esso vengono individuate da più di uno storico nei contadini urbanizzati poverissimi, creatisi negli anni della NEP (V.A Kozlov). La loro visione è stata ben espressa e portata alle estreme conseguenze da Kliamkin:

"La guerra e le requisizioni livellarono tutti. La NEP restaurò le differenze. Ciò non poteva piacere agli operai inurbati e ai braccianti agricoli. Non era necessario inventare la parola "nemico", essa era già per l’aria […]

In tal modo si affermò la logica di Stalin Essa era vicina e comprensibile a un numeroso gruppo di persone, ai livelli più alti e a quelli intermedi di potere, promossi per i loro meriti nella Guerra Civile e convinti che tutti gli altri problemi non potessero essere più complicati; e se non era possibile risolverli, ci era a causa della presenza di controrivoluzionari …

[I contadini urbanizzati e proletarizzati] potevano vivere solo del futuro, solo del sogno dello stato di felicità espresso dalla parola "socialismo", e perciò incoraggiavano, pungolavano i loro leader: più veloci, più avanti, avanti! E guardavano malignamente coloro che possedevano qualcosa, o l’agiatezza o le proprie opinioni. […]. Chiamavano tutto ciò "spirito piccolo borghese, mancanza di coscienza, ma erano pronti a iscrivere i non-coscienti sulla lista dei nemici. […]

Per questo l’abbandono della NEP non li irritò o non li addolorò: li fece felici. si avvicinava l’uguaglianza [...] Ma essi si ingannavano quanto alle loro forze e alle loro possibilità. E per questo essi avevano bisogno di essere ingannati. Li aiutarono. Essi attesero e credettero, finché si stancarono. Ma per quanto stanchi, continuarono a credere nel loro capo, principale nemico dei loro nemici, che per essi aveva sostituito le tradizioni culturali recise per essi egli prese il posto di tutto ciò che non avevano e dette loro la sensazione di potere tutto. […]

Stalin vinse perché l’ideologia del comunismo di guerra era più accessibile e vicina ai milioni di nuove reclute dell’industrializzazione, che non l’ideologia del mercato e dei rapporti monetario-mercantili" 108

Questa analisi si discosta dalle precedenti perché prende in scarsa considerazione il progetto originario teorico, guardando invece più che altro al contesto in cui esso è stato applicato.

Anche Gozman e Etkind si interessano del problema del consenso; sottolineando l’importanza di questo punto per capire come sia stato possibile che un tale regime si affermasse.109

Si sta sviluppa ormai un dibattito sul consenso che questa base sociale - quella dei contadini proletarizzati – aveva dato alle repressioni di massa degli anni ‘30. Nel brano citato, Kljamkin sottintende che consenso vi sia stato, consenso e fiducia nel capo. Questa visione sembra essere confermata dall’articolo di un presidente di Kolchoz:

"Noi credevamo a tutto, mi riferisco a noi, persone di campagna. Posso dire onestamente che quando ci parlavano della cospirazione di Bucharin e degli altri, io non ha dubitato un secondo che tutto fosse vero. Il mio animo cercava vendetta. Abbiamo creduto a tutto, a tutto nei giornali. Dopo tutto avevamo letto le loro stesse confessioni. Ancor di più la volontà di ferro del pubblico ministero, la spietatezza, ebbero l’effetto di farmi credere in Stalin ancor di più, ciecamente ... Tutto era così ovvio!".110

Lacis ritiene per che le Purghe siano dovute proprio al fatto che qualcuno cominciasse a capire e non essere d’accordo:

"Gli uomini migliori di questa generazione cominciarono a capire troppo. Stalin se ne avvide al XVII Congresso dove probabilmente, poco mancò che fosse sbalzato dal potere. Per questo egli non poté permettere alla maggioranza dei delegati di giungere al Congresso successivo".111

Sullo stesso piano è Vodolazov, secondo il quale ad un certo punto vi fu una divisione fra massa "rivoluzionario-realistica" o "rivoluzionario-democratica" e massa "rivoluzionario-sinistrorsa" o "rivoluzionaria da caserma". La seconda era la meno colta e la più oppressa; essa riponeva

"le sue speranze su di un mezzo universale di soluzione dei problemi: la sciabola o la pallottola".112

Ju. Levada però rigetta l’idea secondo la quale le repressioni sono dovute al "sinistrismo":

"È evidente da tempo che la rappresaglia contro i contadini e le campagne è non fu dettata assolutamente da considerazioni dottrinarie, ma semplicemente dallo sforzo di ottenere grano alla svelta e a poco prezzo. La fraseologia rivoluzionaria nascondeva in modo altrettanto semplice il terrorismo di Stato, che si trasforma in una sorta di norma, un modo di vita dello stato e della società."113

Con questo sistema , prosegue l’autore, ci si avvicinava ad un modo di pensare archetipico e immediato, ben comprensibile "dalle correnti più basse del torrente rivoluzionario".114

Anche Oreshin e Rubcov, in polemica con Cipko, propongono di cercare le origini dello stalinismo nella mentalità arcaica e metastorica russa, mentalità che emerge con più forza proprio nei momenti di crisi e di cambiamento. Essi però ammettono che le atrocità non possono essere spiegate soltanto in questo modo ed individuano proprio nel tentativo di cambiamento che ha dato origine alla crisi, il motivo di queste atrocità115. Essi si avvicinano così alle idee di Moshhe Lewin.

lo scrittore nazionalista Vadim Kozhinov, nell’articolo "Pravda e Istina"116, si era espresso l’anno precedente su un piano opposto, esprimendo fra l’altro il suo antisemitismo dando tutta la colpa della collettivizzazione al Commissario del Popolo per l’Agricoltura nel 1929-34, Iakov Epshtein-Iakovlev. A parte questo è interessante come affermi che lo stalinismo fu un fenomeno mondiale di un’epoca e non un fenomeno tipicamente russo. Interessato a questa linea interpretativa è l’ex dissidente Shafarevic117.

Come si vede le interpretazioni date dagli storici russi durante la perestrojka sulla questione dello stalinismo sono in genere assai diverse da quelle date fino ad allora dagli storici occidentali; esse sono servite quindi di stimolo agli storici occidentali. Inoltre la messa a disposizione di materiale di archivio completamente nuovo ha permesso agli storici russi di completare lacune con cui gli storici occidentali avevano dovuto combattere.

 

 BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

Robert William Davies, Soviet History in the Gorbachev Revolution, Cambridge University press, 1989.

Facing up to the past - Soviet Historiografy under perestroika, a cura di Takayuki Ito, Slavic Research Center, Hokkaido University, Sapporo, Japan, 1989

 

 

Note

  1. Spravochnik partiinoga rabotnika, vol XXIII (1982), pp. 456-9.
  2. "L’Humanité", 8 Febbraio 1986.
  3. Radio Liberty Research: RL 399/86.
  4. vedi "in visita da Molotov" "Moskow News", luglio 1986.
  5. Moskovskie novosti, 9 Novembre 1986, n. 45 p. 12.
  6. "Znamya", numeri 10 e 11, 1986.
  7. "Druzhba narodov", numeri 4-6, 1987
  8. "Neva", numeri 1-4, 1987.
  9. "Moskovskie novosti", 11 Gennaio 1987.
  10. "Pravda", Febbraio 14, 1987
  11. "Don", numeri 1-3, 1987.
  12. "Druzhba narodov", numeri 4-6, 1987.
  13. Yurii Afanas’ev "S pozitsii pravdy i realizma" "Sovetskaia kul’tura", 21 Marzo 1987, p. 3
  14. P. Soboleva, A. Novos, I. Shirikov, S. Murashov "po pobudo stat’i lu Afanas’eva" Moskovskie Novosti, n. 19, 10 Maggio 1987.
  15. citato in Davies
  16. citato in Davies
  17. "Literaturnaya Gazeta", 29 Luglio 1987
  18. Vedi Davies p. 53.
  19. "Po pravu pamyati", Znamya, n. 2 e Novyi mir, n. 3, 1987.
  20. "Voprosy istorii" KPSS, n. 7, pp. 144-5, 1987
  21. "Moskow News", 12 luglio 1987.
  22. Novyi Mir, n. 6, 1987.
  23. "Literaturnaya Gazeta", 8 aprile 1987.
  24. "Literaturnaya Gazeta", 2 settembre 1987.
  25. "Sovetskaya Rossiya", 11 Ottobre 1987.
  26. "Kommunist", n. 18, novembre 1987, pp. 28-38.
  27. "Kommunist", n. 18, novembre 1987, pp. 28-38.
  28. "Voprosy istorii", n. 3, 1988.
  29. "Pravda", è 26 agosto e 16 settembre 1987.
  30. Discorso alla conferenza sulla storia e la letteratura, 27-28 aprile 1988, riportato su "Literaturnaya Gazeta", 18 maggio 1988.
  31. Riportata su "Voenno-istoricheskii zhurnal", n. 6, 1987, p. 54.
  32. "Sotsialisticheskaya industriya", 24 maggio 1987.
  33. "Literaturnaya Gazeta", 20 aprile 1988.
  34. "Uroki pravdy", "Nauka i zhizn’", no 4, 1988 p.16-25.
  35. "Literaturnaya Gazeta", 23 Settembre 1987
  36. "Literaturnaya Gazeta", 23 Settembre 1987
  37. "Nedelya", n. 12, 1988.
  38. citato in Davies
  39. Ad esempio: "Nauka i Zhizn’", n. 12, 1987, pp. 5-15 (V. Kulish)
  40. "Literaturnaya Rossiya", 27 marzo 1987.
  41. "Izvestiya", 21 agosto, 1987.
  42. Oktyabr’ no. 4, 1987, p. 204.
  43. G. Popov "S tochki zreniia ekonomista" "Nauka i Zhizn’", 1987, n. 4, p. 54
  44. "Izvestiia", 11 Luglio 1987.
  45. "Sovetskaia kul’tura", 7 Luglio 1987, p.2.
  46. M. Gorbacev "Prakticheskomi delami uglubiat’ perestroiku", in "Pravda", 15 Luglio 1987.
  47. "Pravda", 3 Novembre 1987.
  48. "Pravda", 3 Novembre 1987.
  49. "Pravda", 3 Novembre 1987.
  50. Shatrov "Dalshe … Dalshe …Dalshe!" "Znamia" 1988, n. 1, p. 3-53.
  51. Shatrov "Dalshe … Dalshe …Dalshe!" "Znamia" 1988, n. 1, p. 3-53.
  52. "Znamia", 1988, n. 5, pp 235-236. Essa era stata firmata da I.Mints A. Samsonov G. Ioffe V, Loginov, E. Ambartsumov, Yu. Afanas’ev E. Gorodetskii e altri.
  53. "Pravda", 29 Febbraio 1988, p2.
  54. A. Cherniak "Vostanavlivaia istinu", in "Pravda" 7 Febbraio 1988 p. 3.
  55. A. Potapov "Vozvrashchenie" "Trud", 9 febbraio 1988.
  56. "Pravda" 6 Febbraio 1988
  57. vedi Davies, p. 210
  58. Igor Kliamkin "kakaia ulitsa bedet k khramu?" Novi Mir, 1987 n. 11, p. 155.
  59. Igor Kliamkin "kakaia ulitsa bedet k khramu?" Novi Mir, 1987 n. 11, p. 155.
  60. Dimitri Volkogonov "Fenomen Stalina" "Literaturnaia Gazeta", 9 Dicembre 1987, n. 50, p. 13.
  61. Komosomol’skaya "Pravda" 15 Gennaio 1988 (A Afanas’ev).
  62. "Voprosy istorii", n. 3, 1988, p.127-9.
  63. V. P. Danilov "Istoriki Sporjat", Moskva 1988, p. 176.
  64. V. P. Danilov "Istoriki Sporjat", Moskva 1988.
  65. In un "incontro generale" della Divisione Storica dell’Accademia delle Scienze, il 21 Gennnaio 1988.
  66. M. Gefter "Stalin umer vcheraà" Rabochii Klass i sovremennyi mir, 1988, n. 1, pp. 113-128.
  67. M. Gefter "Stalin umer vcheraà" sta in "Inogo ne dano", Moskva, 1988, n. 1, p. 320.
  68. M. Gefter "Ot anti Stalina" sta in "osmyslit’ kul’t Stalina", Moskva 1989, pp. 534-35.
  69. L. Gordon e E. Klopov, "Tridtatye-sorokovye" Znanie -sila, 1988 n. 2, pp 228-34, 56
  70. Davies, nota 68.
  71. CFR. Davies, (nota 69)
  72. "Pravda", 24 aprile 1988, p. 2.
  73. Sovetskaya Litva, 14 Agosto 1988, discussione con rappresentanti dei media e intellettuali lituani.
  74. Boris Viktorov "Zagovor’v Krasnoi Armii", "Pravda", 29 aprile 1988, p. 3.
  75. Arkadii Vaksberg, "Protsessy", "Literaturnaya Gazeta", 1988, n. 18 (4 maggio), p. 12.
  76. Ia. Rapoport "Vospominaiia o ‘dele vrachei’", Druzhba narodov, 1988, n. 4, pp. 222-245.
  77. Anatolii Golokov "Vechnyi isk", "Ogonek", 1988, n. 18, pp 28-31.
  78. A. Ezhelev "Dushnoe leto 46-go". "Kak prinimalos’ postanovlenie p zhurnalakh Zvezda i Leningrad", "Izvestiia", 21 Maggio, 1988, p. 3.
  79. Mikhail Gorbanevskii "konspekt po korifeiu - kakoi vklad vnesli v nauku stalinskie stat’i o iazykoznanii", "Literaturnaia Gazeta", 1988, n. 21 (25 maggio), p. 12.
  80. Arkadii Vaksberg "Kak zhivoi szhivymi", "Literaturnaia Gazeta", 1988, n.26 (29 giugno), p.13.
  81. Konstantin Simonov, "Glazami cheloveka moego poleniia (razmyshleniia o I.V. Staline)", "Znamia", 1988, n. 3, pp. 3-66; n. 4, pp. 49-121; n. 5, pp. 69-96.
  82. Komsomol’skaya "Pravda", 17 maggio 1988 (N. Savel’ev).
  83. "Pravda", 27 Giugno 1945.
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  93. "Pravda", 15 Giugno 1988 "Questioni per uno storico"
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  98. Gorbacev al plenum del Comitato Centrale il 29 Luglio 1988.
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  100. A. Cipko "O zonach, zakrytych dlja mysli" sta in "Suvaja naroda", Moskva 1989.
  101. A. Cipko "O zonach, zakrytych dlja mysli" sta in "Suvaja naroda", Moskva 1989.
  102. M.P. Kapustin "Ot kakogo nasledstva my otkazyvaemsia?" Oktiabr’, 1988, n. 4, p. 189.
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  104. D.F. Furman "Stalin i my s religiovedcheckoj tochki zrenija" sta in Omyslit’ kul’t Stalina", Moskva, 1989, p. 402.
  105. L. Sedov,in Omyslit’ kul’t Stalina", Moskva, 1989, p. 431.
  106. Volkognov, "Triumf i tragedija" Moskva, 1989.
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  108. Kljamkin "pochemu "Trud"no govorit’ pravdu" sta in "Novyj mir" 1989, n.2 p. 22-29.
  109. Gozman, Etkind, "Kul’t vlasti, struktura totalitarnogo soznamija", p. 340.
  110. "Izvestiya", Agosto 2,3, 1988.
  111. Lacis, "Perelom", sta in "Surovaja drama naroda", Moskva 1989, p. 161-2.
  112. Vodolazov "Lenin i Stalin" sta in "Osmyslit’ kul’t Stalina", Moskva 1989, p. 145.
  113. Ju. Levada"Stalinskie al’ternativ" sta in "Osmyslit’ kul’t Stalina", Moskva 1989, p. 453.
  114. Ju. Levada"Stalinskie al’ternativ" sta in "Osmyslit’ kul’t Stalina", Moskva 1989, p. 449.
  115. Oreshin e Rubcov "Stalinizm: ideologija i soznanie" sta in "Osmyslit’ kul’t Stalina", Moskva 1989, pp. 574-75 epp- 598-99.
  116. "Vadim Kozhinov, "Pravda i istina", Nash sovremennik, 1988, n.4, p. 164.
  117. I.P. Shafarevich "Stalin i stalizm: dve tochki zreniia" Moskovskie novosti, 1988, n. 24, (12 giugno), pp. 12-13.