Libri e non solo
Articolo di: January/2004
Chi ha ucciso Daniel Pearl?

di Valentina Piattelli

L'ultimo libro del filosofo e giornalista francese Bernard-Henry Lévy è un' inchiesta sull'omicidio del giornalista del "Wall Street Journal" Daniel Pearl.

Nel 2002 Daniel Pearl fu rapito da un gruppo integralista islamico e dopo alcuni giorni di prigionia fu barbaramente ucciso. Nel filmato dell' esecuzione, realizzato dagli stessi assassini, Daniel Pearl venne costretto a leggere un testo che cominciava con la frase "Mi chiamo Daniel Pearl, sono un ebreo americano". Subito dopo gli fu tagliata la gola e fu decapitato.

Nella prima parte del libro Bernard-Henry Lévy rievoca l'uomo Daniel Pearl, pur non avendolo conosciuto, ma di cui si è subito appassionato e che definisce "fratello". Lo scopo iniziale del libro è così spiegato dall' autore stesso: "Tutti i giornalisti del mondo hanno dovuto per forza, anche per un solo istante, identificarsi con quest'uomo .... Di solito si stringe un patto su un uomo per ucciderlo. Qui avviene il contrario: un patto sì, sulla testa di Pearl, ma per resuscitarlo".

I motivi per cui Daniel Pearl è stato ucciso sono subito essere parsi legati al suo essere giornalista, ebreo e americano: è stato ucciso un giornalista perché era un uomo libero, e quindi ritenuto pericoloso da gente che aborrisce la libertà; è stato ucciso perché americano, in un paese dove l' America è considerata il Grande Satana; ucciso perché ebreo, in un paese dove l'antisemitismo antisionista scorre come un fiume in piena. Anche Bernard-Henry Lévy quando ha cominciato la sua inchiesta pensava che i motivi dell'uccisione fossero solo questi, ma nel corso delle indagini, ha scoperto che c'era qualcosa di più.

In Pakistan, la copertura utilizzata da Bernard-Henry Lévy per realizzare questo libro era quella di definirlo "un romanzo che contrappone la personalità del giornalista Daniel Pearl a quella del suo assassino Omar Sheik". La prima parte del libro, effettivamente, somiglia più a un romanzo alla "Delitto e Castigo". Man mano che si va avanti nella lettura, e probabilmente man mano che Bernard-Henry Lévy andava avanti nelle sue ricerche, si scopre che dietro l'omicidio di Pearl c'è qualcosa di più. E il libro diventa quasi un giallo o un romanzo di spionaggio. Però non si tratta di "fiction", purtroppo.

Nel cercare i motivi che hanno spinto l'assassino, Omar Sheik (un inglese modello, di buona famiglia, laureato alla London School of Economics), a tornare all'Islam e al paese natale dei genitori, il Pakistan, l'autore delinea l'itinerario tipico di molti capi jihadisti: di nascita e cultura europea, volontari in Bosnia prima, e quindi nell'Afghanistan dei Talebani per arrivare ad Al-Qaida. Ma la vera scoperta che Lévy fa il legame fra Omar Sheik anche con i servizi segreti pakistani.

Lungi dall'essere un personaggio di piccola taglia, come si pensava, Omar Sheik non solo ha partecipato al complotto dell'11 settembre, ma era in realtà un personaggio di primo piano sia in Al-Qaida ("il figlio prediletto di Bin Laden") sia nei servizi pakistani, tanto che sembra di capire che Al-Qaida non sia altro che una filiazione dei servizi segreti pakistani e che l'omicidio di Pearl potrebbe essere avvenuto su loro preciso ordine. Si scopre anche che Al-Qaida è solo una delle mille organizzazioni che compongono il fronte internazionale del terrore islamista, e che ve ne sono alcune che sono anche più grandi e radicate nei paesi occidentali, Stati Uniti in primis. In effetti, caso più unico che raro, l'omicidio di Pearl è stato eseguito da tutte le associazioni integraliste; una specie di "sindacato dell'integralismo", come definito dall'autore. Quale segreto volevano eliminare assassinando Pearl?

Il premier pakistano Musharraf stesso, parlando dell'assassinio di Pearl, disse che era stato "over intrusive", troppo curioso. Bernard-Henry Lévy allora ripercorre tutte le inchieste che stava seguendo Pearl prima di essere ucciso. Oltre a indagare sui rapporti fra i servizi segreti pakistani e Al-Qaida, Pearl stava scrivendo sul potenziale atomico di Al-Qaida, sui suoi legami con gli scienziati atomici pakistani: "lavorando su questo materiale delicatissimo ed esplosivo, stava infrangendo l'altro grande divieto che grava su questa regione del mondo? In ogni caso lo faccio io. Al seguito di Danny, sulla sua scia e, in un certo qual modo, in sua memoria, offro questo modesto contributo alla causa della verità, che lui amava sopra ogni altra cosa. Affermo che il Pakistan è il più canaglia degli stati canaglia di oggi. Affermo che là si sta formando tra Islamabad e Karachi, un vero e proprio buco nero, rispetto al quale la Baghdad di Saddam Hussein era una discarica di armi antiquate. Aleggia, in queste città, un odore di apocalisse. Ed è questo, ne sono convinto, che Danny aveva sentito".

Ed effettivamente vengono i brividi a leggere delle 100 bombe atomiche miniaturizzate sovietiche "andate perse", dei legami insospettabili fra scienziati nucleari, jihadisti e Corea del Nord, di come "gli assassini siano fra noi" nelle mille ONG islamiche che fanno proselitismo in Occidente. Vengono i brividi quando si capisce come l'Internazionale del Terrore abbia molti volti: come sia una specie di associazione a delinquere mafiosa per i suoi capi; come assuma la forma di ONG caritatevole per i suoi sostenitori e per le ONG occidentali; come assuma la sua forma più pienamente ideologica nelle madrasse, dove viene fatta accettare la prospettiva del "martirio" fin dall'infanzia, per procurarsi la carne da macello per gli attentati. E va anche reso onore a Bernard-Henry Lévy che, forse anche per i suoi trascorsi al fianco dei musulmani bosniaci, non cade nell'errore, così naturale, di identificare la religione islamica con questa sua degenerazione ideologica che è lo jihadismo.

Daniel Pearl probabilmente stava studiando tutte queste cose e Bernard-Henry Lévy ha cercato di portare a termine il suo lavoro, non senza rischi. Anche Bernard-Henry Lévy è ebreo, ma nelle sue indagini ha sempre celato la sua identità ebraica, a differenza di Daniel Pearl che ne andava orgoglioso anche con i suoi interlocutori musulmani. Alla domanda, molto ricorrente in Pakistan, Afghanistan e negli altri paesi islamici da lui frequentati, "Di che religione sei?", ha sempre risposto "Ateo", non senza il timore di essere prima o poi scoperto, anche per il nome, a prima vista così ebraico, ma che in realtà non è identificabile immediatamente nei paesi musulmani da lui frequentati.

Con questa "falsa identità" Bernard-Henry Lévy ha potuto incontrare jihadisti, entrare nelle grandi madrasse pakistane dove aleggia la presenza di Bin Laden, ottenere notizie sui campi di addestramento in Afghanistan .... Per usare le sue parole, ha potuto frequentare "la casa del demonio" ed uscirne vivo.

Chi ha ucciso Daniel Pearl?
di Bernard-Henry Lévy
Rizzoli
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