GUERRA CIVILE O GUERRA CONTRO I CIVILI?

"Penso che la paura sia la più grande vergogna di questo mondo e la peggiore umiliazione dell'uomo. Essa incombe su di lui come un flagello, puntata alla gola come un coltello. L'uomo ne è circondato come da una fiamma, e vi affonda, come nell'acqua.

Lo atterrisce il destino, lo atterrisce il futuro, e la legge e l'uomo potente; e lui non è più ciò che vorrebbe, ma ciò che deve essere. Così cerca di ingraziarsi il destino e prega il futuro, segue obbediente la legge e sorride sottomesso all'uomo potente e ripugnante, rassegnato ad essere una creatura deforme, fatta di paura e di complicità."

- Mesa Selimovic, La fortezza.

La guerra civile è per definizione un conflitto che vede contropposti cittadini di uno stesso Stato per il controllo di esso: perché una guerra sia veramente "civile", è necessario non tanto che i contendenti abbiano la stessa cittadinanza, quanto che si sentano accomunati da una stessa condizione, che non è più il dato burocratico e oggettivo di una comune cittadinanza, ma è quello soggettivo dell'appartenza allo stesso popolo, alla stessa nazionalità; inoltre la loro lotta deve essere finalizzata al controllo del medesimo Stato, di cui si sentono cittadini, e non alla creazione di un nuovo Stato. Proprio perché guerra fra uno stesso popolo, la guerra civile spesso viene anche definita fratricida, ed è particolarmente violenta dal momento che, per far diventare il fratello "nemico", è necessario accusarlo di aver tradito il sacro vincolo della fratellanza (per aver collaborato con il nemico, per essersi convertito ad un'altra fede, religiosa o politica, etc.), rendendo così possibile la sua uccisione: in questo modo la violenza, realizzata anche mediante rituali simbolici di purificazione, sancisce la rottura del vincolo ed è la causa principale della crudeltà implicita nel termine "guerra civile".

A questo punto è lecito chiedersi se la guerra nella ex Jugoslavia sia veramente una guerra civile, dato che così è stata intesa fin dall'inizio, perfino nella ex Jugoslavia: in realtà essa ha ben pochi dei requisiti richiesti per una simile definizione. Innanzitutto la guerra è scoppiata dopo che le popolazioni di alcune zone avevano proclamato la loro indipendenza tramite plebisciti, cessando così di riconoscersi cittadini di uno stesso Stato, indipendentemente dal riconoscimento internazionale. Anche la guerra in Slovenia e Croazia non fu intrapresa da cittadini, ma dall'Esercito Nazionale Jugoslavo (JNA), che è paragonabile, anche per composizione nazionale, ad un esercito occupante, dato che in tempo di pace vi figuravano almeno 100.000 soldati serbi (e in quel momento, teniamolo sempre presente, gli obiettivi nazionali della minoranza serba coincidevano con quelli dell'JNA); inoltre durante la guerra in Croazia, all'esercito regolare si affiancarono volontari provenienti soprattutto dalle zone serbe della Croazia, i cetnici, i quali, pur avendo teoricamente la stessa cittadinanza delle persone contro cui combattevano, avevano però a loro volta proclamato l'indipendenza dalla Croazia ("Repubblica Serba di Krajina") e quindi non si riconoscevano come concittadini dei croati. In Bosnia invece, dove la partecipazione "esterna" dell'Esercito Popolare Jugoslavo è venuta progressivamente a mancare cedendo il posto ai paramilitari, molti dei contendenti, che di fatto appartenevano alla medesima repubblica bosniaca, in realtà si sentivano cittadini o della "Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina" o della "Herceg-Bosna" croata. Quindi, se riteniamo che il sentirsi cittadini di uno stesso Stato sia fondamentale per la definizione di guerra civile, allora ne consegue che la guerra nella ex Jugoslavia non può rientrare in questa categoria.

Una definizione più probabile, e comunque affine alla categoria di "guerra civile", è forse quella che, a seconda dei punti di vista, prende il nome di guerra di secessione o di liberazione nazionale: il motivo principale per cui si continua a definire il conflitto "guerra civile" è dovuto soprattutto alla volontà di sottolineare la violenza e le crudeltà che vi si compiono, mentre in realtà esse sono tipiche anche delle guerre di secessione o di liberazione nazionale.

Se nel definire una guerra è certamente importante il modo in cui è avvertita da chi vi partecipa, ancora più importante è tener presente le norme e le indicazioni del diritto internazionale, secondo il quale le dichiarazioni di indipendenza di Slovenia, Croazia, Bosnia e Macedonia, sono notevolmente diverse da quelle della varie repubbliche di Krajina, di Herceg-Bosna etc.: in questo tipo di controversie il diritto internazionale si basa su due principi spesso in antitesi fra loro, che sono l'intangibilità dei confini e l'autodeterminazione dei popoli. Vediamo di capire quali sono le condizioni necessarie affinché il secondo principio prevalga sul primo: un divario linguistico, culturale o religioso che riguardi la maggioranza della popolazione locale; un'annessione avvenuta in passato che sia in contrasto con il diritto internazionale; l'appartenenza per un breve periodo storico allo Stato nazionale di cui si è minoranza; infine ultima condizione necessaria è che il nuovo Stato si impegni a tutelare le eventuali minoranze. Per quanto di può desumere da queste quattro condizioni, risulta chiaro che le repubbliche autoproclamate dai serbi in Croazia e in Bosnia e dai croati in Bosnia, dal punto di vista del diritto internazionale non hanno alcun diritto alla secessione, giacché quasi mai la loro popolazione è risultata assolutamente maggioritaria ed è d'altra parte del tutto assurdo pensare ad una loro eventuale tutela delle minoranze, dato che i leader politici e militari di queste repubbliche autoproclamate, per ovviare al problema delle minoranze, sono ricorsi ai sistemi della "pulizia etnica". Per quanto invece riguarda l'indipendenza proclamata dalle ex Repubbliche jugoslave, la comunità internazionale ai nuovi Stati ha richiesto soltanto che venisse soddisfatto l'ultimo punto, cioè la tutela delle minoranze, poiché il loro diritto di secedere era sancito dalla stessa Costituzione Federale Jugoslava, e quindi non era in discussione. Il riconoscimento internazionale ricevuto da Slovenia, Croazia e Bosnia e la contemporanea occupazione dall'Esercito Nazionale Jugoslavo ha dunque fatto sì che, per un certo periodo, questa guerra potesse essere definita, anche tecnicamente, come una guerra internazionale.

Attribuire la colpa del conflitto alla Germania, che a suo tempo forzò la comunità internazionale verso il riconoscimento delle nuove repubbliche, o al contrario alla Russia, che ha sempre sostenuto le aspirazioni dei serbi, non basta ad inquadrare le specificità del conflitto balcanico e a spiegare motivazioni che sono essenzialemnte interne (si pensi che nella seconda meta del 1990 e all'inizio del 1991, mentre la crisi jugoslava si aggravava, la comunità internazionale era intenta a seguire le vicende del Golfo Persico). L'unica causa esterna veramente determinante è stata la crisi e il crollo del comunismo, che ha dato il via libera alle rivendicazioni nazionalistiche, fino ad allora contenute dal formale internazionalismo del regime jugoslavo. Qunato alle ambizioni tedesche o russe nella zona, esse si manifestarono soltanto quando il conflitto era già cominciato, e spesso ne determinarono le modalità, tuttavia non ne furono in alcun modo la causa. Il sostegno tedesco e vaticano alle nuove repubbliche, concretizzatosi nel riconoscimento internazionale anticipato, fece sì che quello che poteva essere un moto indipendentista, presto o tardi represso dall'Esercito Jugoslavo, si trasformasse in una guerra fra due Stati: il riconoscimento internazionale (gennaio del 1992) bloccò l'avanzata dell'JNA e dei paramilitari serbi, ormai vicini a Zagabria, e impose un lungo cessate il fuoco in vigore ancora oggi. D'altra parte non bisogna pensare che sia stato il riconoscimento internazionale a fermare la guerra, poiché se questo si fermò fu perché i secessionisti serbi avevano raggiunto i loro obiettivi più importanti, le Krajine, e fra l'altro, in nome della fratellanza slava-ortodossa, avevano ottenuto il sostegno russo che rafforzò le loro pretese nazionaliste, altrimenti avversate dal mondo intero.

Un'altra definizione possibile di questa guerra è "guerra per bande". Infatti fin dall'inizio della guerra in Croazia, i gruppi paramilitari, formati da volontari nazionalisti e spesso autori di crimini efferati, hanno svolto un ruolo determinante: spinti nel loro comportamento da odii personali, famigliari o di clan (oltre che dalle mire più generali della propria fazione), essi sono rimasti quasi sempre fuori da ogni controllo e hanno avuto la garanzia dell'impunità nei peggiori crimini contro i civili. Il conflitto messo in moto da questi gruppi paramilitari è andato autoalimentandosi, percui si è ucciso per non essere uccisi, per vendicarsi della vendetta, per fare bottino o procurarsi viveri; il fatto che non esista un'autorità unica che possa ordinare di interrompere le ostilità (e le atrocità), rende fra l'altro difficile far rispettare i vari cessate il fuoco. Per una pacificazioen, sia pure parziale, sarebbe quindi auspicabile che i leader politici riprendessero innanzitutto il controllo di tutte le formazioni paramilitari che ad essi fanno riferimento. Del resto la situaizone è complicata ancora di più dalla divisione tripartita di serbi, croati e bosniaci che, in ambito locale, si uniscono in alleanze, spesso fragili e destinate a spezzarsi e ricomporsi in molte varianti, e che, viste nel contesto più generale, possono sembrare assurde (ad esempio alleanze fra croati e serbi contro i bosniaci a Mostar, oppure musulmani e serbi alleati contro i bosniaci a Bihac etc.). Uno sguardo generale sui gruppi paramilitari più importanti sarà utile per capire l'eterogeneità dei queste formazioni.

Le bande serbe più importanti sono nate durante il conflitto in Croazia e operano tutt'ora in Bosnia. Le bande cetnike sono quelle di gran lunga più importanti, tanto che per estensione anche gli appartenenti alle altre bande serbe vengono definiti cetnici; essi sono guidati da Vojislav Seselj, ex docente universitario di Sarajevo, condannato nel 1984 per aver proposto in un articolo la creazione di una "Grande Serbia" che comprendesse Montenegro, Macedonia, Kosovo, Vojvodina e gran parte della Bosnia, e che lasciasse il resto dei territori alla Croazia. Egli è leader del Partito Radicale Serbo (Srpska Radikalna Stranka) e del Movimento Cetniko Serbo (Srpski Cetnicki Pokret): dunque un capobanda criminale è un "rispettabile" uomo politico serbo, anche se in disgrazia da quando il regime di Belgrado ha "abbandonato" i serbi di Bosnia. La seconda banda paramilitare per importanza è quella delle "Aquile Bianche" ("Beli Orlovi"), comandata da Zeljko Raznjatovic (detto Arkan), un omicida fuggito dal carcere di San Vittore e capo della tifoseria calcistica di Belgrado, che per i "meriti" raggiunti durante la guerra in Croazia è stato eletto dalla minoranza serba in Kosovo con un programma ultranazionalista e anti-albanese. Segue per importanza la banda paramilitare guidata da Mirko Jovic e le bande di Martic in Croazia; sempre in Croazia, nella zona di Knin, operano le "Knindza Kornjace", letteralmente "Tartarughe Ninja", dal gioco di parole Knindza-Knin. Da parte croata la banda paramilitare più importante è l'HOS (Hrvatske Obrambene Snage, Forze di Difesa Croate), affiliata al partito di estrema destra HSP (Partito del Diritto, lo stesso nome del Partito di Pavelic) rifondato da Dobroslav Paraga, anch'egli arrestato durante il regime comunista in quanto dissidente e diventato adesso uno dei più feroci nazionalisti (pare che l'HOS sia responsabile anche dell'uccisione dei volontari italiani avvenuta nel 1993). Da parte musulmana operano vari gruppi paramilitari, tra i quali il più importante è il MOS (Muslimanske Oruzane Snage). A differenza di Belgrado e di Pale, sia il governo bosniaco, sia quello croato, con alterna fortuna, hanno cercato di portare questi gruppi paramilitari sotto il loro controllo, inquadrandoli nelle milizie regolari e limitandone così gli abusi.

Il carattere anarcoide di queste bande ha sempre rappresentato un problema per i dirigenti politici, perfino per quelli delle repubbliche autoproclamate, che hanno cercato di riunire i paramilitari in formazioni simili ai quadri di un esercito regolare. Per i serbi di Bosnia il polo di aggregazione è stato ciò che in Bosnia è rimasto dell'JNA, dal momento che il 14 maggio del 1992 la Presidenza Jugoslava Federale a Belgrado aveva annunciato il ritiro dell'JNA dalla Bosnia, ma lasciò il permesso ai soldati originari della Bosnia e a tutti i volontari di restare a combattere, con tanto di equipaggiamento federale. Per molti militari di professione e per l'esercito nel suo complesso rimanere in Bosnia era fondamentale, poiché da sempre vi stazionava il 50% delle truppe, e vi si trovava (e vi si trova ancora oggi) il 60% delle industrie militari e i 2/3 delle munizioni, accantonate fin dai tempi della guerra partigiana (sia le industrie che i depositi sono finiti in mano ai serbi di Bosnia, tanto che hanno armi sufficienti per continuare la guerra per anni). Se quest'enorme esercito, il quarto d'Europa, si fosse ritirato in Serbia, sarebbe andato incontro a gravi problemi logistici e di rifornimento, e così gran parte dell'JNA rimase in Bosnia e ad esso si unirono vari gruppi paramilitari che andarono formando la cosiddetta "Armata Serba", cioè l'esercito della "Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina"; altri gruppi invece (come le "Aquile Bianche") vi collaborano pur rimanendo indipendenti. In modo simile l'esercito dei croati di Bosnia è formato da croati di Bosnia e soldati dell'esercito croato vero e proprio, ai quali è permesso andare a combattere volontariamente in Bosnia: fino a quando i croati di Bosnia non sono entrati in conflitto con il governo di Sarajevo, nell'HVO militavano anche numerosi volontari musulmani, sebbene la maggior parte dei musulmani militasse nell'esercito bosniaco, formatosi intorno alla Difesa Territoriale (un esercito locale voluto da Tito per ogni repubblica).

Nonostante gli sforzi (spesso assai scarsi) per regolarizzarle, le formazioni paramilitari hanno continuato ad esistere e a commettere la maggior parte delle atrocità. Del resto gli stessi eserciti regolari, data la natura e il modo in cui si sono formati, non si distinguono facilmente dalle formazioni paramilitari, che non hanno un criterio di arruolamento preciso: ciò ha avuto gravi conseguenze per la popolazione civile, specie per quella maschile compresa fra i 18 e i 60 anni, considerata in blocco come potenzialmente nemica. Proprio perché la distinzione fra civili e militari non è netta, l'ultima guerra balcanica deve essere considerata soprattutto come una guerra contro i civili nella quale la popolazione civile dell'avversario è stata identificata come il nemico principale ed è stata quindi fatta oggetto di una politica sistematica di sterminio ed espulsioni, nota come "pulizia etnica". Secondo questa politica, una volta che un determinato territorio è stato "ripulito", non solo della popolazione dell'altra etnia, ma anche dei simboli della sua presenza (chiese, moschee etc.), esso è pronto per una nuova colonizzazione che instauri uno status quo difficilmente modificabile. Si tratta di un pensiero che è radicato più o meno profondamente nei diversi nazionalismi della cultura balcanica e specialmente nella mentalità delle campagne, dove questa guerra di predoni ha spesso trovato terreno fertile ed ha rinnovato la contrapposizione fra mondo rurale, patriarcale, conservativo, e mondo cittadino, dove l'integrazione plurietnica aveva in buona parte superato la monoetnicità delle campagne e dove la modernizzazione della società sembrava aver determinato la fine dei valori patriarcali e nazionalistici. Per questo i soldati-banditi si sono accaniti in special modo verso tutto quello che rappresentava la cultura dell'etnia avversa e soprattutto verso tutto ciò che rappresentava la modernità, sentita come rinnegamento del mondo patriarcale contadino. Perciò il conflitto può essere inquadrato anche come una guerra delle campagne contro le città, e cioè di una guerra dei "valori" rurali, patriarcali e tribali, contro la cultura della convivenza e della modernità; un esempio lampante sta nel fatto che gli assedi delle città siano cominciati quasi sempre con il taglio dei viveri da parte della popolazione contadina circostante, spesso di etnia diversa.

Le guerre che si svolgono nell'Est europeo vengono spesso definite con il termine di guerra etnica. Sembra che quando due gruppi (etnici, tribali o nazionali) entrano in conflitto aperto, la definizione della loro lotta cambi a seconda della zona del mondo in cui ci si trova: così, quando queste guerre avvenivano in occidente venivano chiamate guerre civili, guerre nazionali etc.; poi, spostandosi verso l'Est-Europa si è cominciato a chiamarle "guerre etniche", e infine, per quelle che avvengono in Africa e Asia, si è imposto il termine di guerre tribali, definizione nella quale si avverte un certo disprezzo, dovuto forse alla scarsa conoscenza dei fatti, o, peggio, a una loro eccessiva semplificazione. Se con il termine "etnico" si vuole alludere in maniera un po' più blanda alla connotazione razziale della guerra, in realtà bisogna osservare che i nazionalismi in lizza sono tutti in lotta contro un'unica parte, i bosniaci, che non si riconosce in nessuna etnia e che spesso vine, e a torto, identificata con i musulmani. I bosniaci sono a favore di uno Stato bosniaco dove possano convivere tutte e tre le etnie e tutte e tre le religioni, come hanno fatto fino allo scoppio della guerra. La maggioranza dei musulmani si trova naturalmente ad essere d'accordo con quest'idea, essendo diffusi in tutto il paese e essendo, soprattutto, refrattari al nazionalismo, categoria "europea" combattuta dall'Islam. Fra questi bosniaci, ricordiamolo, ci sono molti croati e molti serbi, che a Sarajevo, così come a Vukovar, hanno combattuto per difendere la città dagli aggressori.

L'aver in qualche modo collocato questa guerra nelle categorie già note, o in categorie nuove, non basta ancora a capire perché è accaduto che abitanti di una stessa città, di uno stesso quartiere o di uno stesso villaggio, abbiano potuto uccidersi a vicenda, né tanto meno perché qualcuno abbia potuto commettere un genocidio ai danni delle etnie diverse, diventate (o tornate ad essere) "nemiche".

Propaganda e costruzione del "nemico"

Nei primi mesi della guerra in Croazia (ma anche della guerra in Bosnia), si innescò il meccanismo della paura, dell'odio e della violenza e si ricorse ad una propaganda che era già cominciata qualche anno prima e che durante la guerra si mostrò in tutta la sua evidenza, anche nei confronti dell'opinione pubblica internazionale.

Per aizzare il vicino contro il vicino, il collega contro il collega, il preside contro i propri alunni, era necessario qualcosa di più dell'odio etnico, poiché altrimenti, nel passato, la popolazione non avrebbe potuto convivere e lavorare unita; affinché questo accadesse era però necessario che ci si sentisse minacciati, e così, i serbi di Croazia prima e di Bosnia poi, attaccarono, con azione preventiva, i propri vicini, colleghi, amici, perché temevano di venire attaccati a loro volta.

Nei Balcani ogni gruppo etnico in epoche diverse ha dovuto subire la dominazione e la persecuzione (spesso anche lo sterminio), da parte di altri gruppi etnici, specialmente nelle zone in cui esso si trovava in minoranza: poi, venuto meno il comunismo, che in qualche modo aveva garanto la "pace etnica", ogni minoranza ha temuto per la propria sorte. Con la secessione di Croazia e Bosnia i serbi che vi risiedevano diventavano minoranza nei nuovi Stati, ma maggioranza in alcune zone dove erano maggiormente concentrati (le Krajine) e dove questa maggioranza locale, non accettando i rischi insiti nella nuova situazione, ha preferito imboccare la via della secessione e della creazione di uno Stato minuscolo, ma etnicamente omogeneo.

Dubbi sulla tutela di queste nuove minoranze da parte dei nuovi Stati-nazione, a dire il vero, furono avanzati anche dalla comunità internazionale, che per questo motivo fece posporre il riconoscimento di Slovenia e Croazia: nei Balcani ciò che ha veramente fatto scatenare le secessioni, gli scontri armati e gli eccessi contro i civili, non sono stati tanto i "dubbi" e le "perplessità", quanto piuttosto una paura atavica che porta a temere il proprio vicino in quanto appartenente a un'altra etnia, e a identificarlo in un nemico che mira all'annientamento del proprio gruppo.

Con ciò non bisogna però credere che la paura fra le minoranze serbe si sia diffusa spontaneamente, o peggio ancora, per atrocità effettivamente commesse dai croati nel 1990 ed inizi del 1991, poiché essa è stata istillata e diffusa da una propaganda capillare cominciata già alla fine degli anni '80. Jovan Raskovic, psichiatra, primario del Dipartimento di Salute mentale a Sibenik (Croazia) e leader della locale comunità serba è stato sicuramente fra i propagandisti più importanti; come Radovan Karadzic, anche Raskovic è uno psichiatra ed entrambi hanno lavorato all'Ospedale militare psichiatrico di Belgrado (fra l'altro Milosevic era paziente di Karadzic): anche così si spiegano certe sottigliezze psicologiche della "pulizia etnica". Raskovic, nel 1992, pochi mesi prima di morire, disse di ritenersi il principale artefice della guerra nella ex Jugoslavia e infatti fuproprio grazie alla propaganda, cominciata con la rivoluzione antiburocratica di Milosevic (1988), che fra i serbi cominciò ad imporsi l'identificazione dei croati negli eredi degli ustasa e quindi come un popolo "potenzialmente" genocida. Lo stesso tipo di propaganda che faceva credere che l'esercito jugoslavo stesse difendendo la minoranza serba dalla persecuzione dei croati, dopo l'inizio della guerra si alimentò di alcuni fatti reali e di intimidazioni nei confronti dei serbi, ma ne inventò la maggior parte. Ad esempio nella città di Ilok nell'estate del 1990 venne profanato il cimitero ortodosso: subito le autorità serbe locali cominciarono a fomentare la paura fra i membri della minoranza serba, dicendo loro che tutti correvano un serio pericolo; poi, quando arrivarono gli estremisti e gli agitatori dalla Serbia, trovarono un terreno già pronto a ricevere i messaggi della propaganda. Ecco quanto scrive il parroco di una città nella regione di Kordun, Slunj:

"Secondo l'ultimo censimento, a Slunj vi erano 18.729 cattolici, con 7 preti e due suore. Fino a poco tempo fa le relazioni fra i cattolici e gli ortodossi erano molto tolleranti e io stesso avevo relazioni molto buone con il pope ortodosso. I cattolici visitavano spesso la chiesa ortodossa e addirittura molti di loro cantavano nel coro della chiesa ortodossa. I problemi sorsero quando i primi "angeli del male" arrivarono dalla Serbia. Infatti queste persone erano molto abili a convincere i membri della popolazione ortodossa locale che essi avrebbero perso i loro salari e che gli ustasa avrebbero tagliato loro la gola e li avrebbero uccisi con armi che ritenevano nascoste nella chiesa cattolica! Dicevano che i serbi di fede ortodossa avrebbero avuto tutti questi problemi perché adesso in Croazia erano al potere gli ustasa, e per ustasa intendevano il governo croato legale del presidente Tudjman e dell'Unione Democratica Croata che aveva vinto le prime elezioni libere e democratiche nel nostro paese."

Durante la guerra la propaganda crebbe di intensità e per la prima volta venne utilizzato lo schema per cui i crimini commessi dalla propria parte si trasformano in quelli commessi dall'etnia avversa. Nel luglio del 1991, quindi proprio all'inizio della guerra, in Krajina la televisione e i giornali serbi diffusero la falsa notizia secondo la quale la polizia croata era entrata nell'ospedale di Principovac, nella regione di Ilok, e aveva maltrattato i bambini.

Questo è il racconto di una donna di un villaggio della Dalmazia, Skabrnjie, vicino a Zara, che riferisce delle primissime settimane di guerra:

"Granate di artiglieria cadevano incessantemente e attraverso le piccole finestre della cantina si vedevano carri armati, veicoli blindati e molti soldati e cetnici che avanzavano lungo le strade del nostro paese. Quando arrivarono vicini a noi, la mia bambina cominciò a piangere. Ci sentirono e dissero "Arrendetevi o vi ammazziamo tutti! Uscite o buttiamo una bomba a mano dalla finestra!". Allora Ljuban e Josip Perica uscirono e io gli andai dietro con i bambini. Una donna, Jelka Perica, con il suo bambino appena nato in una cesta, mi seguiva e dietro a lei c'era quel ragazzo, Zeljko Curkovic. Quando uscì i cetnici lo videro. Cominciarono subito ad urlare e dissero "Eccolo. Ecco quel che cerchiamo" e subito cominciarono a picchiarlo brutalmente con i calci dei fucili, con pugni e calci. (...) Appena Jelka uscì dalla cantina con il suo bambino, un soldato rimase attonito e disse "Dio mio è un neonato! Che ci facciamo con questo?". Qualche cetniko diceva che dovevano ucciderci tutti, altri invece erano contrari, "sono solo donne e bambini", dicevano. Così litigarono per un po'. (...) I tre uomini che erano con noi vennero picchiati continuamente e poi li ributtarono in cantina e gli spararono. (...) A Benkovac ci rinchiusero nell'asilo. Là ci fecero ascoltare le loro "lezioni"; dicevano che loro non erano assassini come gli ustasa e che non facevano ninnoli con le dita dei bambini piccoli come, secondo loro, i nostri mariti avevano fatto. Poi accesero la televisione e dovemmo ascoltare il telegiornale di Belgrado, per quasi tutto il tempo i giornalisti dicevano che gli ustasa stavano uccidendo serbi innocenti e bruciando le loro case!"

Una delle false notizie che più colpì l'immaginario dei serbi, e che ricorre in molte testimonianze, è proprio quella le dita dei neonati serbi tagliati dai croati; così ad esempio racconta un civile croato che è stato in varie prigioni in Krajina:

"(...) Ci picchiavano ogni giorno, con mazze, tirandoci calci e ogni cosa avessero a portata di mano. (...) Minacciavano sempre di impiccarci; ci dicevano che ci avrebbero aperto le pance per vedere se avevamo "mangiato dei bambini serbi"; dicevano che ci eravamo fatti una collana con le dita diti dei piccoli bambini serbi. (...)"

Ai croati venivano imputate anche altre atrocità, tanto che perfino i soldati dell'esercito regolare per un certo tempo credettero di proteggere gli stessi croati dagli ustasa. Ecco cosa dissero i soldati serbi ad una donna di Vukovar mentre la facevano prigioniera:

"(...) Ci dicevano che cercavano di "proteggerci" dagli ustasa "che tagliano le orecchie ai bambini e vi cavano gli occhi" (...)"

Queste testimonianze mostrano chiaramente come molti serbi, poco prima della guerra e nelle primissime settimane del conflitto, credessero veramente di difendersi mentre invece attaccavano; in quest'ottica particolare diventa "naturale", o almeno comprensibile, il loro accanirsi su tutti i maschi in età fra i 18 e i 60 anni, considerati tutti potenziali nemici e assassini di serbi. Come racconta la donna di Skabrinje, durante la guerra in Croazia, la televisione di Belgrado presentava i serbi come le vittime degli ustasa, e poi, durante la guerra in Bosnia, dei fondamentalisti islamici. La vittimizzazione di se stessi, insieme al luogo comune della "nazione dispersa e perseguitata" e della "nazione senza Stato", aveva portato i serbi ad identificarsi con gli ebrei perseguitati dai nazisti, aiutati in questa identificazione dal passato fascista dei croati e da certe esternazioni del Presidente Tudjman: così, ad esempio, un noto mercenario serbo, addestratore dei gruppi paramilitari prima in Croazia e poi in Bosnia, il Capitano Dragan (non se ne conosce il vero nome) si fece fotografare in un significativo atteggiamento da vittima con una catenina da cui pendeva la stella di David.

Durante l'assedio di Vukovar anche l'occidente cadde vittima della propaganda serba; al momento della caduta della città, nell'ospedale si trovavano 41 bambini, feriti o malati, che vennero tutti uccisi dai paramilitari serbi. I giornali e la televisione di Belgrado li presentarono come bambini serbi di Vukovar uccisi per vendetta dagli "ustasa" croati e l'informazione venne riportata dall'agenzia di stampa Reuter e quindi trasmessa da tutte le televisioni e i giornali del mondo; in Italia fu in particolare il programma televisivo "Mixer", a mostrare un reportage infuocato contro i croati-mostri. La Reuter fu costretta a smentire il giorno dopo, ma ancora per qualche giorno la discussione se quei bambini fossero serbi o croati non si placò: anche il mondo si era fatto avvolgere nella spirale delle falsità che ogni guerra reca con sé, e invece che cercare le responsabilità della strage, si procedette cinicamente nella discussione sulla nazionalità dei morti, come se questa fosse più importante della strage stessa.

L'aggressione "etnica" non si ripeté dovunque e con le stesse modalità, poiché ad esempio a Vukovar, come poi a Sarajevo, la struttura etnica rimase sostanzialmente immutata, e molti serbi là residente decisero di restare a combattere con i concittadini contro l'aggressore, indipendentemente dal fatto che questo portasse l'emblema serbo sul berretto. Del resto va sempre tenuto presente che si tratta di città, dove l'integrazione ha retto meglio e dove la resistenza alla propaganda e alla guerra è stata più forte rispetto alle campagne, più isolate e, soprattutto, più omogenee (anche se è un'omogeneità a macchia di leopardo), dove invece la propaganda dell'odio e della paura ha attecchito meglio.

Nel corso della guerra molti prigionieri sono stati usati come "strumenti" involontari della propaganda; così parla ad esempio un chirurgo dell'ospedale di Vukovar, catturato subito dopo la caduta della città:

"Dopo essere stati arrestati i prigionieri dovettero riempire un questionario con i seguenti quesiti: nome e cognome, data e luogo di nascita, indirizzo, stato civile, professione, nazionalità; appartenenza ad organizzazioni militari e paramilitari, alla Difesa Territoriale, a squadre mediche; servizio militare e stato sociale (proprietà personali). Queste stesse informazioni i prigionieri furono costretti a fornirle di fronte alle telecamere delle televisioni in due occasioni. Molti giorni dopo essi vennero costretti a mettersi uniformi militari (sui loro vestiti civili ormai logori e sporchi). Furono costretti a farlo perché l'Esercito Jugoslavo voleva accusarli di fronte al Comitato Internazionale della Croce Rossa e altre organizzazioni internazionali come membri di formazioni militari (volevano presentarli come veri prigionieri di guerra e non come civili innocenti!). (...) Dopo gli interrogatori i prigionieri dovevano sempre scrivere o firmare dichiarazioni"

Cosa ci fosse scritto in queste dichiarazioni risulta evidente dal racconto di un civile di Bapska, nella regione di Vukovar, catturato per il solo motivo di essere un accompagnatore degli Osservatori della Comunità Europea:

"(...) Le domande tipiche erano queste: "Sei membro della Guardia Croata?", se rispondevi di no ti picchiavano; "Sei membro dei riservisti della Guardia Croata?" se rispondevi di no, ti picchiavano; "Sei membro della Polizia Croata?", se dicevi no, ti picchiavano; "Ustasa, hai violentato delle donne serbe indifese?", "Ustasa, ti sei fatti una collana con le dita dei bambini serbi, vero?" e così via, se dicevi di no, ti picchiavano. Sempre botte, botte e botte. (...)"

Ecco cosa chiesero invece ad un dentista di Vukovar:

"(...) Mi chiesero se avessimo mai cavato gli occhi a persone vive e organi interni da vivi e morti, volevano farci dire che avevamo organizzato un mercato nero di organi umani per trapianti e altre assurdità. (...)"

Queste domande sono indicative di cosa i soldati serbi fossero stati indotti a credere per opera della propaganda: probabilmente una buona parte di loro era sinceramente convinta di avere a che fare con mostri sanguinari e feroci criminali, e quindi cercavano cercava di farlo ammettere agli stessi prigionieri, in dichiarazioni e confessioni pubbliche. Così la diffusione di queste false notizie andò continuamente aumentando, anche grazie all'aiuto della televisione. Leggiamo la testimonianza di un medico prigioniero a Begejci:

" (...) Mentre ero al campo di Begejci vidi prigionieri che venivano minacciati, picchiati e costretti a dare dichiarazioni secondo le quali essi erano assassini, avevano tagliato la gola ad innocenti; dopo venivano filmati all'interno del campo da TV-Novi Sad e da TV-Belgrado e presentati come ustasa e assassini assetati di sangue. Queste cassette venivano poi mostrate pubblicamente come propaganda contro i croati. (...) "

Questa pratica avvenne anche in altri luoghi di detenzione, dove, sotto la minaccia di tortura, i prigionieri venivano filmati dai giornalisti televisivi e costretti a raccontare atrocità.

Usare i giornali, e soprattutto la televisione, per diffondere questa propaganda dell'odio, ha fatto sì che anche i civili non coinvolti direttamente nel conflitto, fossero portati ad odiare tutti i membri dell'etnia avversa. Oltre a ciò, per fomentare ulteriormente l'odio e dargli uno sfogo, spesso i prigionieri venivano mostrati ai civili; ad esempio a Knin nel 1992, alcuni civili e soldati bosniaci prigionieri vennero mostrati addirittura ad una scolaresca "in gita". Spesso questi "visitatori" venivano anche incoraggiati a picchiare i prigionieri:

"(...) Ci tolsero le uniformi e ci lasciarono soltanto la biancheria. Ci portarono in pullman a Civljane e poi alla stazione di polizia a Knin. Di fronte alla stazione si era raccolta una gran quantità di persone. Ci urlavano "ustasa, ustasa; sgozzateli, uccideteli; perché ce li portate vivi". Per la strada quelli in uniforme e i civili ci picchiavano. Qualcuno mi colpì con il calcio di un fucile e con un pugno in testa. (...)"

Questo avveniva nella capitale della autoproclamata "Repubblica Serba di Krajina". Un altro soldato croato, anche lui prigioniero a Knin, racconta come alcune guardie facessero partecipare alle torture anche i loro bambini.

Lo schema che abbiamo delineato si è ripetuto nelle stesse modalità prima e durante il conflitto in Bosnia-Erzegovina con l'invenzione o la provocazione di incidenti da addebitare alla parte avversa, con la diffusione di false notizie per scaldare gli animi e con la presentazione dei prigionieri, ridotti a mostri sanguinari fino alla disumanizzazione. Come si è detto non sempre le atrocità imputate agli avversari erano un'invenzione propagandistica, dal momento che tutte le parti in conflitto si sono macchiate di violenze ed abusi. Così ad esempio fra i soldati serbi ebbe una forte risonanza la fotografia, diffusa anche in occidente, del volontario arabo che ostentava la testa tagliata ad un soldato serbo. La testimonianza che segue descrive chiaramente quali conseguense può innescare il meccanismo della vendetta:

"Io ho lasciato il campo di Manjaca il 31 ottobre 1992, con uno scambio. (...) Ero felice, ma ho avuto una gran paura, (...) quando i pulman si sono fermati. Dei veri e propri cetnici camminavano intorno al bus. (...) Si aggiravano intorno a noi come dei lupi affamati. Uno di loro è entrato nel pulman e ha mostrato alcune foto di morti decapitati, dicendo: "Ecco quello che fanno i vostri mujahedin ai soldati serbi". Ed io ho pensato: "Ecco la scusa buona per sgozzarci"."

Nei confronti dei musulmani l'accusa più ricorrente era proprio quella di essere fondamentalisti islamici, nonché traditori. Durante la guerra in Croazia molti musulmani e croati di Bosnia si rifiutarono di andare a combattere contro i croati:

"(...) Nel frattempo era cominciata al guerra contro la Croazia. (...) I serbi risposero alla chiamata alle armi, ma la maggioranza dei croati e dei musulmani si rifiutarono di fare altrettanto. Fu proclamata la mobilitazione generale più volte, sotto la minaccia che i renitenti sarebbero stati mandati alla corte marziale. Ma anche dopo queste minacce il risultato era sempre lo stesso. Quando gli ufficiali dell'Esercito Jugoslavo e i leader locali del Partito Democratico Serbo capirono che i croati e i musulmani non avrebbero combattuto per la Grande Serbia, cominciarono ad armare la popolazione serba e presero il potere nel distretto (di Prijedor)."

Anche nel caso dei musulmani e dei croati di Bosnia fu necessario trasformarli in nemici per poter combattere contro di loro; stavolta non fu neanche necessario un grande sforzo propagandistico: erano già sentiti come "traditori" per non aver combattuto contro gli "ustasa". La delusione degli estremisi serbi fu soprattutto nei confronti dei musulmani (che i croati di Bosnia non volessero combattere contro i croati, appariva scontato) e fu proprio contro di loro che ci si accanì con particolare foga: pur essendo bosniaci tanto quanto i serbi di Bosnia, essi adesso non erano più membri della stessa comunità, e per questo cominciarono ad essere chiamati "turchi" con intento ingiurioso; eccone un esempio nella testimonianza di un ex prigioniero scampato ad un massacro sul fiume Ugar:

"(...) Quando ci divisero dalle donne imprecavano contro di loro, puttane, madri di turchi e di ustasa."

Turchi e ustasa, i nemici storici del popolo serbo. I concittadini, dimostratisi "traditori" vengono trasformati in nemici, e quindi in stranieri.

Tutto quello che si è detto ci porta a concludere che per uccidere il proprio vicino di casa è stato necessario che esso diventasse un nemico minaccioso, un mostro da uccidere prima che fosse lui ad ucciderti; per questo la responsabilità più grave è da attribuire a chi ha trasformato le preoccupazioni legittime della minoranza serba in un terrore maniacale, spinto fino al genocidio. In questa testimonianza, relativa alla guerra in Croazia, si accenna a quali siano state queste paure.

"(...) Tutto iniziò quando cominciarono con la storia che erano in pericolo, con lo slogan di Milosevic per cui i serbi erano minacciati in Croazia. Non so come, non so in che modo potessero essere in pericolo. (...) Temevano forse la cotta d'armi croata e il Presidente Tudjman? In un sistema multipartitico le persone intelligenti devono rispettare i loro avversari, no? Deve essere una questione di dialogo, di discussione, non qualcosa per cui si debba scatenare una guerra. (...) Davvero, cosa è successo a questa gente? Penso che siano stati persuasi da qualcuno. Questi serbi che hanno vissuto per secoli qua, non avevano alcuna ragione per scappare. Una bandiera nuova non li avrebbe morsi. (...) Proprio qualche giorno prima della guerra ero a Negoslavci, sparavano già, c'erano già i blocchi stradali. La gente mi dava un passaggio e nessuno faceva caso al fatto che fossi croato. Non posso crederci, sembra quasi che qualcuno abbia fatto un incantesimo a questa gente. Forse sono stati i nuovi venuti, quelli che venivano a dire che dovevano scappare, tutti, le donne, i bambini (...) Ho detto ad una di loro, una donna delle pulizie, "Perché se ne va via?", mi ha detto "Mi uccideranno", "Chi la ucciderà? Chi?". Furono spinti a comportarsi in questo modo."

L'uomo che parla ha capito, ma non vuole ammettere, quale sia stata la causa delle paure: l'indipendenza della Croazia, la bandiera croata. Come potevano i serbi di Croazia dimenticare il genocidio che era stato commesso nei loro confronti cinquant'anni prima sotto una bandiera quasi identica? All'inizio dunque fu la propaganda serba ad agitare lo spauracchio degli ustasa, ma in seguito lo stesso governo croato contribuì a rafforzare le paure dei serbi tramite la condiscendenza di fronte al passato fascista della Croazia; se a questo aggiungiamo il fatto che la propaganda che alimentava queste paure proveniva dalla Serbia, allora vediamo chiaramente come chi ha risvegliato gli odii siano stati i leader politici di esntrambi gli Stati, in particolare Milosevic e Tudjman; ciò è stato fatto ad arte, in quanto entrambi i leader politici hanno fondato la loro permanenza al potere sulla guerra, e per questo hanno fatto scivolare la gente in una spirale di odio e di vendette. Ben presto anche le altre etnie, e specialmente i croati, sono ricorse alla diffusione di false notizie, tra le quali, ad esempio, quella dei lapis avvelenati dai serbi per uccidere i bambini croati diffusa dai mass-media di Zagabria, nell'inverno del 1991.

In una situazione dove tutto è possibile e dove l'informazione è controllata, le false notizie si propagano in maniera incredibile e alimentano la paura. Va però osservato che la propaganda tesa a vittimizzare se stessi e a rendere mostruoso l'avversario, è cominciata da parte croata e bosniaca cominciò (a differenza che da parte serba) solo dopo che la guerra era già iniziata da tempo, in un periodo cioé in cui la propaganda e la deformazione della verità è, per così dire, "fisiologica", ed è stata da loro indirizzata più al mondo esterno (per sollecitarlo a un intervento armato) che a fomentare l'odio e la vendetta fra la propria popolazione.

Diventare "nemici"

Le persone trasformate in "nemici" e trattate di conseguenza, hanno reagito quasi sempre con stupore e incredulità: così, molti villaggi, colti impreparati alla difesa da un'aggressione e, ancor più, da una guerra totale, sono stati facile preda degli aggressori, i quali, in questo modo hanno potuto conquistare grandi territori. Tale incredulità non si limitò ai primi tempi di guerra, ma continuò anche quando gli avvenimenti e soprattutto gli scopi degli estremisti serbi erano ormai evidenti, poiché si stentava a credere alla realtà e ci si illudeva che tutto si sarebbe esaurito con qualche intimidazione: ciò paralizzò qualsiasi reazione della gente.

Nelle città assediate, quando ancora il nemico si era fatto vivo soltanto con i bombardamenti e non lo si era visto negli occhi, gli abitanti si illudevano ancora di poter reagire in maniera "normale". Così le donne di Ilok organizzarono una protesta pacifica di fronte ai carri armati per chiedere che fosse riallacciata l'elettricità, mentre i carri armati minacciarono di schiacciarle. A Vukovar, la dottoressa Vesna Bosanac, direttrice dell'ospedale racconta come nell'agosto del 1991, dopo che la città era già stata bombardata ed era praticamente tagliata fuori dalle campagne circostanti, molte donne là sfollate preferirono tornare nei villaggi serbi circostanti pur di non far perdere l'anno scolastico ai propri figli. Con il tempo gli orrori dell'assedio resero le persone più coscienti e disperate; nel racconto di una ragazza croata diciannovenne di Osijek, la vita in cantina si trasforma da una specie di gioco in un incubo orribile:

"Sai, all'inizio ci piaceva. La guerra in qualche modo ci aveva avvicinato e per noi era divertente. (In cantina ...) giocavamo a carte, leggevamo libri, c'era una radio (...) sembrava un viaggio o una festa. (...) Ma poi, sempre a guardare quei quattro muri, quelle tre o quattro facce. Non succede niente. Se ne va l'elettricità e tu accendi la candela, ma non puoi più leggere, non puoi lavorare, e questo ti fa impazzire. Non riesci più a dormire e cominci a pensare: che succedera? Semplicemente cominci ad avere paura. (...) Perdi la fiducia. Ti convinci che sono davvero più forti di noi. Ti convinci che, come dicono loro "noi serbi siamo più forti. Noi, l'esercito, vinceremo, vi conquisteremo e voi sparirete". Semplicemente ti rendi conto che è la tua fine e che verrano davvero e faranno quel che dicono. (...)"

La cosa che più sconvolgeva questa gente era che a commettere quegli orrori fossero persone di loro conoscenza. In un rapporto scritto nel gennaio del 1992 da Ivan Skaric e pubblicato dall'Università di Medicina di Zagabria, basato sulle interviste a molti ex prigionieri dei campi di concentramento e delle prigioni nella zona di Knin, in Krajina, si legge:

"(...) Essi vennero catturati dai loro vicini di casa, da ex amici, dagli amici migliori, da parenti stretti, da compaesani o concittadini. (...) É interessante notare come le persone non riuscivano semplicemente ad accettare che i loro vicini li arrestassero per strada, a lavoro, nel bar e li portassero in prigione. Che queste persone fossero completamente impreparate a questo tipo di guerra sporca appare chiaro anche dalle testimonianze dei prigionieri che ammisero le loro responsabilità personali per il loro arresto; infatti il 39% di tutte le persone intervistate si rimproverano di essere in parte responsabili del proprio arresto perché non erano stati abbastanza previdenti. Il numero di civili che pensa di essersi comportato in maniera incosciente è molto più grande. (...)"

Nelle zone dove i serbi costituivano una minoranza notevole o addirittura erano maggioranza, i rapporti interpersonali fra membri di diversi gruppi etnici erano naturalmente assai più intensi e furono proprio gli abitanti di queste zone a rimanere maggiormente stupefatti per le azioni commesse dai loro vicini. Questa è la testimonianza di un abitante di Okucani di 68 anni, internato nel campo di concentramento di Manjaca:

"(...) Ci trattavano così male che impiccarsi sembrava la soluzione migliore. Tutto questo mi successe solo perché ero croato. Non c'era altra ragione. Davano un'importanza incredibile alla nazionalità, solo per la nazionalità! Perché i miei compaesani serbi avrebbero potuto anche salvarmi, se lo avessero voluto. Ho vissuto in quel villaggio per quarant'anni. Non ho mai offeso nessuno. Conoscevo qualche giovane del villaggio che si era unito alla polizia della "SAO Krajina", ma non l'ho mica denunciato alla Guardia Croata. (...) Non so che potrà succedere in futuro, ma prima eravamo buoni vicini. (...)"

Molti di coloro che furono arrestati, rimasero completamente stupefatti nel constatare la crudeltà del trattamento; sempre secondo il rapporto di Ivan Skaric il 47% degli ex prigionieri intervistati affermò che prima dell'arresto non avrebbe potuto immaginarsi neanche lontanamente cosa sarebbe loro successo. Molti affermano che sembrava di vivere in un film. Un ex prigioniero di Begejci:

"(...) Ci picchiarono e quando vedemmo il filo spinato, i riflettori e le sentinelle armate ci prese il panico, pensammo che era un vero lager e che ci avrebbero torturato e ucciso."

Perfino quando la guerra si estese alla Bosnia-Erzegovina gli abitanti restarono increduli e paralizzati; nonostante fossero a conoscenza di quanto già avvenuto in Croazia, semplicemente non riuscivano a capacitarsi che ciò potesse succedere anche a loro. Ecco la testimonianza di una donna di Biscani, un villaggio musulmano vicino a Prijedor:

"(...) Tutto cominciò il 30 aprile (1992), quando andai a Prijedor. I miei vicini mi avevano detto che Prijedor era caduta, ma io non gli avevo creduto. (...) Al posto di blocco mi chiesero dove stavo andando e perché. Gli dissi che stavo andando in farmacia a prendere delle medicine per mio marito che era malato. Mi dissero che non aveva più bisogno di medicine perché loro sarebbero venuti e l'avrebbero ucciso. Senza far caso a queste minacce entrai in farmacia, ma non mi dettero le medicine perché ero musulmana. Tornai a casa a mani vuote. Ci andai a piedi perché nel frattempo avevano soppresso la nostra linea dell'autobus. Avevano anche tagliato l'acqua e la luce al nostro villaggio. Sopravvivemmo in qualche modo, finché il 22 maggio fu attaccato il villaggio di Hambarine. (...). Fu poi la volta di Kozarac. (...) Il giorno seguente annunciarono che sarebbero venuti a perquisire le case. Ci ordinarono di stare a casa e ci assicurarono che a chi non aveva armi non sarebbe successo niente. Rimasi a casa con mio marito e nostro figlio minorenne. Mio figlio aveva paura e voleva scappare nei boschi, ma noi non glielo permettemmo perché ci eravamo fidati delle promesse. Allora sentimmo sparare e urlare. Arrivarono tre soldati davanti alla nostra casa. Ci dissero "Dio benedica questa casa serba". Io risposi "Dio vi benedica" e allora cominciarono ad insultarmi e urlare: non avevo indovinato la risposta. Così portarono via mio figlio e mio marito. (...) Quel giorno uccisero 150 persone. (...)"

Dopo che in Croazia si era svolta una guerra terribile, dopo che in Bosnia era già cominciata la guerra, questa donna non crede che sia vero che Prijedor sia caduta e non crede alle minacce dei soldati, nonostante il loro villaggio sia stato completamente isolato; si fida della parola data e non tenta neanche di nascondersi, come invece aveva proposto il figlio. C'è da chiedersi se sia ingenuità o se questa donna avesse fatto in modo di non vedere, di non sapere, cercando di continuare una vita normale. Anche in altri racconti di sopravvissuti si ritrova lo stesso tentativo di ignorare la realtà. Per esempio nel racconto di una ragazza che faceva la cameriera in un motel frequentato anche da soldati serbi:

"(...) Al lavoro avvenivano continuamente provocazioni, la gente giocava con le armi, ma erano ancora cose sopportabili e pensavo che sarebbero passate. Laggiù sentii dire che avrebbero sgozzato tutti i croati e i musulmani, ma non credetti a una sola parola. Mi domandavano spesso se ero una piccola ustasa e mi dettero questo soprannome. Tutto ciò era diventato quasi normale per me, fino a quando vennero a cercarmi. (...)"

Questo desiderio di non vedere è una delle cause più probabili per spiegare il numero enorme di perdite civili in Bosnia-Erzegovina; infatti la maggior parte dei villaggi, al momento dell'attacco, si trovò quasi completamente priva di difese e anche la difesa passiva della fuga fu scartata quasi da tutti come esagerata. Ecco la testimonianza di un musulmano di Lublija:

"(...) Secondo me, la causa principale di tutte queste sofferenze è stata la mancanza di organizzazione della Difesa Territoriale di Ljubija; non c'era un comando unico. Io non risposi alle richieste di mobilitazione della Difesa Territoriale (ne ricevetti due). I serbi dapprima armarono se stessi e la propria gente, poi permisero alla Difesa Territoriale di funzionare, lasciando che i suoi membri entrassero in servizio. (...) L'organizzazione era bene armata ma non usò queste armi. Intanto i serbi prendevano posizioni a Ljubija e organizzavano la loro difesa. (...) Tutti i serbi erano armati e ben organizzati. Diedero ordine che tutti i croati e i musulmani che fossero in possesso di armi, le consegnassero alla stazione di polizia di Ljubija. Poi obbligarono anche la Difesa Territoriale a consegnare le armi e a cessare ogni attività. (...) Se tutto fosse stato ben organizzato da parte croata e musulmana, Ljubija non sarebbe mai caduta in mano ai serbi. I musulmani di Donja Ljubija hanno tradito Hambarine, perché non si sono mai uniti alla resistenza; per primi hanno alzato la bandiera bianca di fronte alle richieste dei serbi. Le bandiere bianche erano come il segno della loro lealtà al governo serbo."

Molti si comportarono in maniera incosciente, lo stesso uomo che ha fornito quest'ultima testimonianza afferma di non aver risposto alla chiamata della Difesa Territoriale; il motivo è che non potevano credere seriamente che sarebbe scoppiata una guerra, non potevano credere che i loro vicini sarebbero diventati i loro nemici, e non ci credettero neanche di fronte all'evidenza; anzi, così cercarono di esorcizzare la paura e di salvare, se non l'integrità fisica, almeno quella psicologica.

Superato però questo momento di incredulità in molte persone sopraggiunse, com'è comprensibile, l'odio e il desiderio di vendetta. Questa è la testimonianza di un soldato croato prigioniero a Manjaca:

"Si divertivano a costringeci a fare flessioni fino a che non collassavamo. Ero così furioso che ogni cosa si appannò. I miei amici svenivano e loro li ferivano in faccia. Poi dovevamo stare immobili per ore e guardarci le punte delle scarpe. Non dimenticherò mai la rabbia che mi prese."

La violenza chiama violenza; l'odio chiama odio, e una volta che il ciclo della vendetta si è innescato è difficile interromperlo. Eppure vi sono molte persone che nonostante le violenze subite e i lutti, riescono a desiderare non la vendetta, foriera solo di ulteriori vendette, ma la giustizia. Anche in questo caso non bisogna pensare che soltanto le persone colte possano ragionare in questo modo e ce lo insegna un ragazzino musulmano di 15 anni, a cui i serbi hanno ucciso il padre, il fratello e il nonno, egli stesso torturato in un campo di concentramento e adesso profugo a Zagabria:

"Credo che le persone prima o poi debbano tornare alle proprie case, e penso proprio che torneranno. Io penso che allora sarà necessario giudicare i serbi che hanno commesso questi crimini, sia attivamente sia passivamente; dovranno essere puniti dopo processi legali, non siamo mica dei selvaggi che vogliono vendicarsi."

I "traditori"

Come si è detto, la propaganda dell'odio ha attecchito bene, soprattutto nelle campagne, ma non per questo però si deve generalizzare, pensando che dovunque violenza e orrori siano dilagati senza ostacoli. La testimonianza di un anziano contadino serbo di Slana, in Croazia, adesso profugo a Zagabria, dimostra come anche la gente semplice comprenda bene l'infondatezza delle barriere erette dal razzismo e dalla propaganda:

"E adesso scrivo "ortodosso" all'affiliazione religiosa. E "serbo" per nazionalità, e non può essere. Penso che il primo che ha cominciato a fare così, a dividere le persone, è stato lui a fare questo sbaglio e non sarà mai possibile risolverlo"

Se i musulmani e i croati non credettero seriamente alla minaccia che si avvicinava ciò avvenne anche in ragione del fatto che non tutti i serbi si comportarono in modo violento. Tra di essi vi fu anche chi fece una scelta di campo implicita fuggendo all'estero e disertando, specialmente dopo che si erano già potuti vedere gli sviluppi della situazione in Croazia, e nel periodo imminente la guerra in Bosnia. Fra chi invece decise di rimanere, fu determinante una scelta di campo, più o meno volontaria, e non solo se combattere con gli aggrediti o gli aggressori, ma anche se partecipare direttamente o soltanto tollerare quanto avveniva; perfino fra chi scelse di partecipare alla guerra insieme agli aggressori vi furono persone che cercarono di tenere un comportamento umano e rispettoso della vita altrui.

In un rapporto del Dipartimento di Stato Americano si racconta del massacro commesso il 21 maggio del 1992 ai danni dei pazienti musulmani dell'ospedale di Zvornik per far posto ai soldati serbi feriti; in quest'occasione, dopo aver assistito impotente all'uccisione di 27 bambini, oltre che di 36 adulti, pazienti dell'ospedale, un chirurgo serbo impazzì: sulle aberranti e inutili considerazioni circa l'appartenenza etnica delle vittime, aveva prevalso la pietà umana e l'orrore per la violenza.

Altri serbi, pur non combattendo contro il proprio popolo, non fecero niente per danneggiare croati o musulmani, e anzi li aiutarono come poterono; ad esempio, la testimonianza di una donna croata di un villaggio vicino a Daruvar, nella Slavonia occidentale, racconta di un gesto di misericordia che travalica ogni considerazione etnico-nazionale:

"(...) Mentre erano ancora nel villaggio di Veliki Miletinac, essi ci vietarono di seppellire mio figlio e l'altro uomo al cimitero, pretendevano che quelle due vittime innocenti fossero sepolte in un fosso lungo la strada. Ma uno degli abitanti di Bastajski Brdjani, un uomo di nazionalità serba, si oppose fermamente e alla fine i terroristi acconsentirono a farli seppellire nel cimitero, anche se senza cerimonie e senza parenti."

Spesso nelle testimonianze si trovano atti simili, certo modesti, umili, eppure importantissimi, perché anche gesti di questo tipo, che non sempre sono venuti da persone assolutamente estranee all'aggressione serba, riscattano l'umanità; così, ad esempio, racconta un soldato croato, torturato in ogni modo perché prima della guerra aveva fatto l'arbitro nelle partite di calcio ed al quale ruppero una gamba e la mandibola:

"(...) Ma devo anche dire che c'era anche fra loro qualche buona persona che parlava con me in modo molto umano: ciò ha significato molto per me."

In un rapporto di Amnesty International si racconta che, quando una volta la polizia serba portò un gruppo di prigionieri in prima linea, per il lavoro forzato in una zona minata (cioè in pratica avevano portato i prigionieri a "sminare" la zona con i loro corpi), un comandante serbo si oppose, salvando così la vita, almeno provvisoriamente, a 55 persone; anche fra i comandanti in prima linea, dunque non si trovavano soltanto criminali sanguinari.

Ci fu poi anche chi, più coraggioso, si rifiutò di partecipare alla guerra, ai massacri e alle torture e ma venne arrestato, internato nei campi di concentramento e posto di fronte a tanti e tali orrori, che spesso vacillò nei propri propositi non violenti e finì per collaborare con le autorità serbe. Questa è la testimonianza del Dottor Solar, internato a Bucje:

"(...) Il 9 dicembre portarono via 38 prigionieri verso Stara Gradiska e il 13 un secondo gruppo di 22 prigionieri: tre prigionieri serbi rimasero, sembra perché avevano deciso di combattere come volontari. (...) C'erano circa 80 persone detenute e Bucje e complessivamente circa 120 persone vi erano state imprigionate in tempi diversi, circa 150 contando i civili. I serbi venivano rilasciati dopo 10 o 15 giorni. Sono passati di lì circa 30 serbi. (...)"

Casi come questi, casi di persone che collaborarono perché costrette con la violenza, casi di persone che pur lavorando in un campo di concentramento provarono compassione per un prigioniero, rievocano alla memoria le varie tonalità di cui il bene e il male sono composti, proprio come nella "zona grigia" di Primo Levi. In un rapporto di Amnesty International si legge la storia di un ragazzo musulmano, prigioniero in un campo serbo, "colpevole" di aver consegnato un foglietto ad un membro della Croce Rossa durante una visita di controllo; egli fu picchiato da alcuni prigionieri serbi, che erano stati arrestati come disertori e che nel campo erano diventati veri e propri Kapos:

"Mi portarono dall'altra parte della scuola (...) Erano otto serbi, fra guardie e prigionieri. Uno mi spinse con una pistola puntata alla mia schiena. Andai dove voleva e là cominciarono a picchiarmi. Mi picchiarono per 35 o 40 minuti. Mi dicevano "Non urlare o sarà peggio per te!". Mi chiesero anche: "Hai detto alla Croce Rossa che Bosanski Petrovac è stata evacuata con la forza?" (...) quando ti picchiavano (...) era come un elettroshock che ti passava per tutto il corpo."

É chiaro che per questi prigionieri serbi, le remore che potevano aver avuto riguardo alla guerra, erano ormai superate; ma quanta parte di colpa sta in chi li mise in una situazione di violenza tale da costringerli a collaborare?

Altre volte il cedimento era assai minore, come leggiamo nel racconto di un medico siriano, che viveva da tempo in Croazia e che come molti finì nel campo di concentramento di Stajicevo:

"(...) Dopo essere entrati nel campo ci fecero sedere per terra con la testa china e le braccia dietro la schiena. I soldati e i poliziotti continuarono a picchiarci per più di un'ora quando una voce chiese "perché mi picchiate, sono anch'io serbo". Dopo aver controllato la sua nazionalità le guardie lo mandarono in un'altra zona del campo."

Spesso, poi, non vi fu nessun cedimento e così molti bosniaci serbi condivisero la stessa sorte dei loro concittadini croati e musulmani, aggiungendovi ad essa le particolari sventure dovute all'essere considerati "traditori". Questo prigioniero del campo di concentramento Keraterm fu ucciso come "traditore della causa serba":

"(...) La colpa di Jovan Radocaj era di essere sposato ad una croata, Zdenka (che è stata uccisa a casa sua a Ljeskare) e di aver assistito all'assemblea di fondazione dell'SDA di Hambarine. (...)"

Fra i serbi infine vi fu anche chi scelse di combattere con gli aggrediti, croati e musulmani, anche se ciò significava andare contro il proprio popolo e spesso contro i propri amici. Ciò avvenne soprattutto fra i serbi che vivevano nelle città abbastanza grandi: le rappresaglie che si abbatterono su di loro spesso furono, se possibile, anche più gravi di quelle commesse contro le altre etnie, poiché in questo caso si trattava di punire i "traditori della causa serba". Valga come esempio la sorte degli abitanti serbi di Vukovar, molti dei quali, dopo aver scelto di rimanere a combattere contro l'aggressore, dovettero subire una sorte ancora più amara dei loro concittadini e una punizione esemplare per non essere "veri serbi" e non avere "neanche una goccia di sangue serbo". Anche a Sarajevo gran parte degli abitanti serbi preferì rimanere e combattere contro gli aggressori, nonostante questi ultimi fossero serbi come loro e spesso parenti o amici; gli aggressori dal canto loro, cominciarono a considerare i serbi dell'altra parte anche peggiori dei musulmani e dei croati e li trattano di conseguenza. Leggiamo cosa racconta del suo arresto un musulmano di Dobrinja, un sobborgo di Sarajevo:

"Eravamo un gruppo di venti persone - quattro croati, cinque serbi e 11 musulmani. Loro erano 25 cetnici. Ci portarono in una stanza e separarono i serbi da una parte e i croati e i musulmani dall'altra. All'inizio minacciarono soltanto i serbi. Ci dicevano che ci avrebbero uccisi. Dicevano a questi cinque serbi che noi eravamo dei buoni musulmani e croati perché non eravamo nell'esercito di Alja (riferendosi al Presidente bosniaco Izetbegovic), ma che loro invece erano dei cattivi serbi perché non combattevano per la causa serba. Li picchiavano duramente."

Spesso è stata la sorte a decidere la parte per cui una persona avrebbe combattuto, ad esempio, semplicemente trovarsi in un certo posto in un dato momento; altre volte invece vi fu una scelta precisa e volontaria. Ecco come un contadino, della regione di Banija in Croazia, che si definisce ortodosso di religione ma non serbo, "perché i serbi stanno in Serbia", descrive l'inizio della guerra e il momento della scelta di campo.

"Avevamo tutto, tutto andava bene, finché non arrivarono una notte dalle colline, all'ora di cena, voglio dire arrivò l'esercito, quello Jugoslavo, insieme a certa gente del posto, come lo devo chiamare quest'esercito? Piombarono nel villaggio e cominciarono a dar fuoco (...) Un uomo di nome Boris (serbo) venne giù da me e disse "Ehi, scappa, vieni su con me. Torneranno, lo sai, brucieranno tutto." E andai con quell'uomo su in collina. (...) Arrivati lassù trovai molti dei nostri. Stavano parlando di nazionalità, il nostro è un villaggio misto, c'era gente ortodossa e tutto quanto, ma a nessuno finora gliene era mai importanto nulla, a nessuno che fosse intelligente. Mi fermai davanti al capo e dissi: "ecco come stanno le cose, ascoltatemi. Quando ero un ragazzo, quando cominciarono i guai nel 1941, questa gente (i croati di Slano) ci hanno nascosto e non ci hanno fatto del male. Adesso il nostro dovere è di proteggere queste persone, perché sono la nostra gente, questo è il nostro villaggio". Uno accanto a me disse: "Ha ragione, parla bene". E un ufficiale, credo un capitano: "C'è ancora la Chiesa nel villaggio?". Io dissi: "Sentite, se buttano giù la Chiesa, chi lo fa non è un essere umano". Così presi le difese dei miei vicini (croati)."

Quest'uomo prese le difese dei suoi vicini croati in una riunione di serbi, trovando anche dei consensi. In questo modo egli ha dato la possibilità di schierarsi diversamente a coloro che, altrimenti, per viltà avrebbero acconsentito passivamente; qui si vede bene quanto possa essere casuale e labile la motivazione della scelta di campo. Nei giorni successivi il nostro testimone, salvò la vita a molte persone, senza tener di conto la nazionalità:

"Sentite, questa guerra è stata imposta al nostro paese, e anche a noi. Adesso è importante salvare le vite, se possibile, e il carattere umano"

I serbi che scelsero di rimanere a fianco dei loro vicini croati e musulmani avvertirono comunque un senso di colpa per quanto era stato commesso dal loro popolo. Questa è la testimonianza di una cittadina di Vukovar di nazionalità serba:

"Noi percepiamo una sorta di colpa collettiva estrema (...) chi dice il contrario mente. Per mesi sono vissuta in una grotta. Poi per le strade ho dovuto camminare sui corpi carbonizzati dei miei vicini. Noi non dormiamo più: di notte non facciamo incubi perché ne abbiamo già abbastanza durante il giorno."

Non solo i serbi che si trovarono fra gli aggrediti hanno deciso di combattere con essi, poiché ad esempio molti serbi che abitavano in zone della Croazia non toccate dal conflitto si arruolarono come volontari nell'esercito croato, per idealismo. Questa è l'ultima lettera di un volontario serbo, Momcilo Vukasinovic, scritta sul fronte della guerra in Croazia il 13 ottobre del 1991:

"Voglio che tu sappia che ho desiderato da sempre un'Europa senza frontiere con rispetto dei diritti dell'individuo, prima di tutto. Io non sono croato, ma la mia patria è la Croazia. Non mi vergogno di questo. Non rinnegherò mai il mio nome e le mie origini. Mi dispiace che combattiamo proprio contro i serbi, ma non possiamo farci niente. La mia opinione è che combattiamo contro lo stalinismo più arretrato. (...) Per la verità non perdonerò mai loro di avermi costretto ad ucciderli. Devi sapere che non sono un eroe, sto morendo di paura, ma non posso non partecipare. (...)"

Momcilo è stato ucciso in un imboscata dalle "Aquile Bianche" di Arkan il 4 dicembre del 1991.

Spesso vi è stato anche chi ha rischiato personalmente la vita per salvare altre vite umane, talvolta compiendo atti veramente coraggiosi, come ad esempio il serbo che riuscì a liberare dodici donne, prigioniere da oltre cinque mesi in un campo di concentramento, appositamente creato per stuprare le ragazze e tenerle prigioniere finché non partorissero "bambini serbi"; ecco la testimonianza di una diciassettene da lui salvata:

"A luglio (1992) riuscimmo a scappare in 12 quando un nostro vicino di casa serbo rubò un uniforme dell'Esercito Jugoslavo, se la mise e insieme a due suoi amici dell'HVO riuscirono in qualche modo ad entrare negli edifici dove ci tenevano ed ha portarci fuori. Scappammo a piedi per quattro giorni fino ad arrivare a Gradacac. Non incontravamo soldati serbi, solo soldati croati dell'HVO che ci davano da mangiare e poi ci portarono a Zagabria. (...). Sono incinta e presto partorirò. ..."

Da tutti gli esempi esposti finora appare evidente come sia fuorviante considerare questo conflitto come una "guerra etnica", visto che la divisione etnica non è netta, né dalla parte degli aggressori, né da quella degli aggrediti, dove anche molti croati e musulmani hanno tradito il loro popolo e sono passati ai serbi. Durante tutta la guerra in Croazia continuò ad esistere un Esercito Federale Jugoslavo, in cui militavano soldati di leva, provenienti anche dalla Croazia; moltissimi di questi riuscirono a disertare, qualcuno non ce la fece, altri, ancora, non vollero. Lo stesso avvenne anche nella guerra di Bosnia, durante la quale diversi croati e musulmani bosniaci collaborarono attivamente con i serbi: la maggior parte lo fece perché costretta, altri però perché passarono spontaneamente dall'altra parte, rinnegando la propria appartenenza etnica. Per quanto riguarda i primi, quelli che furono costretti, vale forse ancora il discorso di Primo Levi sulla "zona grigia" e soprattutto la raccomandazione di non giudicarli a cuor leggero, poiché bisogna tener presente la situazione di costrizione nella quale queste persone si trovarono. Gli altri invece, una volta compiuto il passo, non si peritarono più di commettere le peggiori atrocità. Anche fra i collaborazionisti bisogna distinguere fra croati e musulmani, poiché questa scelta non ha implicato per entrambi le stesse conseguenze. Infatti i musulmani sono considerati dai nazionalisti serbi e da quelli croati come appartenenti alla propria etnia, e quindi un popolo privo di diritti territoriali, mentre i croati, nella visione nazionalista della Grande Serbia, sono considerati rivali di pari dignità e con diritti territoriali sulla Croazia, seppur limitati. Per questo motivo i casi di collaborazione fra l'esercito serbo-bosniaco ed esercito croato-bosniaco sono stati abbastanza frequenti, poiché due popoli distinti possono allearsi così come possono combattersi. Invece i musulmani che scelgono di combattere con i serbi, possono solo diventare "traditori" del proprio popolo. Così nell'agosto del 1992 nella zona di Prijedor, pochi giorni dopo che i serbi avevano commesso un massacro nei confronti dei croati di Brisevo, altri croati si unirono ai serbi nella pulizia etnica dei musulmani della zona:

"La XV fossa è a fianco di ... Là sono stati uccisi, in un solo giorno, circa duecento musulmani. Purtroppo i cetnici croati di Gornja Ravska hanno avuto la parte principale in ciò che è accaduto. Solaja (un uomo biondo e robusto di 32 anni) e Nikola Juric erano alla loro testa. Uccisero i musulmani, legati con filo di ferro spinato, che i serbi avevano condotto con dei pullman dalla provincia di Ljubija."

Erano chiaramente dei nazionalisti croati dell'estrema destra, e purtroppo non si tratta di fatti isolati. Nelle zone della Bosnia da essi controllate, i croati commisero, in accordo con i serbi, atrocità terribili nei confronti dei musulmani, alleati di ieri e di nuovo alleati oggi. Del resto lo stesso carattere di guerriglia per bande che questo conflitto ha assunto fin dall'inizio, ha fatto sì che nel contesto locale le alleanze siano state di varia natura. Con gli aggressori collaborarono anche singole persone, a volte entrando nelle istituzioni nemiche:

"Stipo Tomic (croato), capitano; ha partecipato all'aggressione contro la Croazia, l'anno scorso. Dicono che abbia tradito un'intera unità croata. Quindi ha ricevuto il grado di maggiore dell'Esercito Jugoslavo. Sua moglie è serba (...)"

Casi simili non sono rari, e spesso dimostrano come questi "traditori" siano fra i criminali più efferati e confermino la regola che vuole i "convertiti" particolarmente zelanti (spesso più dei loro nuovi compagni) nel dimostrare la lealtà alla causa e la crudeltà contro gli ex-fratelli; altre volte pur essendo passati alla parte avversa, non ne sono entusiasti, ma al tempo stesso non hanno il coraggio di esporsi e di rinunciare:

"Un giorno venne a farmi visita Zoran Anusic, un croato sposato con una serba, che si era sottomesso ai serbi. Era ubriaco. Mi raccontò come adesso sotterrasse i morti, che i serbi portavano alla miniera, alle cosiddette "statue". Disse che a volte i serbi portavano anche persone ancora vive e che le uccidevano sul posto. Raccontò di un gruppo consistente di persone di Hambarine (erano circa un centinaio), che furono fatte prigioniere dai serbi di Miska Glava, furono condotte laggiù e fucilate; poi lui le sotterrò col bulldozer."

Interessante come in entrambi i casi, e se ne potrebbero citare altri, questi uomini fossero sposati con donne serbe, quasi che gli aggressori serbi non ammettessero alla partecipazione del genocidio i "non serbi", se non per parentela o per "meriti".

Durante la guerra in Croazia e all'inizio di quella in Bosnia, molti "non serbi" furono costretti con la forza a servire nell'Armata Serba; ad esempio nella zona di Prijedor, in Bosnia:

"(...) Un gran numero di croati dei villaggi di Gornja Ravska e di Kalajevo hanno risposto alla mobilitazione dell'Armata Serba, ma non possiamo giudicarli, perché su 105 reclute, 90 sono state mobilitate con la forza. La stessa cosa vale per il villaggio di Kalajevo. Solo le persone "equivoche", ladri, criminali, alcolizzati, si sono arruolati volontariamente, ma si tratta di una minoranza rispetto alla popolazione totale. (...)"

La maggior parte dei collaborazionisti fu costretta con la forza, ma vi fu anche chi "tradì" spontaneamente il proprio popolo, anche fra i musulmani:

"(...) il migliore esempio è Eniz Demirovic: era portinaio alla scuola di Ljubija. Appena qualche giorno dopo l'occupazione serba di Ljubija, indossò l'uniforme dell'Armata Serba. Anche lui è sposato con una serba, ma poteva non arruolarsi a causa dell'età. A fianco di suo figlio, Jasmin, Eniz Demirovic ha partecipato alla "pulizia" dei villaggi di Agic e Colopek, che sono musulmani al cento per cento. Si dice che siano dei grandi "sgozzatori" e che abbiano partecipato al saccheggio di Volar Goruji e di Surkovac. (...)"

Conclusioni

Gli esempi riportati confermano la tesi secondo la quale non ci troviamo di fronte ad una guerra etnica; infatti se il discrimine fosse il razzismo come potrebbe un musulmano sgozzare altri musulmani soltanto perché tali? La componente razzista è presente, ma deve essere capita meglio. Noi europei occidentali tendiamo a fare riferimento, per capire questa guerra, al più grande genocidio mai commesso, quello nazista, nei confronti degli ebrei, diventato espressione massima e punto di riferimento di ogni razzismo e intolleranza. La differenza sta però nel fatto che l'antisemitismo moderno, e soprattutto quello nazista, era un'ideologia pseudo-scientifica, estrema conseguenza dello spirito illuministico-positivista secondo Theodor Adorno, in grado comunque di fornire criteri "oggettivi", cioè esterni alla volontà del singolo, il quale veniva classificato senza possibilità di scelta e una volta classificato nel campo avverso non c'era professione di fede che tenesse; se poi qualcuno collaborava, lo faceva soltanto perché costretto o perché sperava di salvarsi, e gravitava così in quella "zona grigia", dove, peraltro, la divisione razziale pseudo-scientifica restava netta e irrevocabile.

Nel caso della guerra balcanica invece ci troviamo di fronte ad un unico popolo, distinto in tre gruppi, in origine religiosi e poi consolidatisi in gruppi etnici: con ciò non significa però che questa sia una guerra di religione, poiché la divisione religiosa non è la vera causa dell'odio, ma soltanto un mero strumento dei nazionalismi. In realtà, come abbiamo visto, quelli che i giornali chiamano "musulmani" sono in realtà parte integrante della nazione bosniaca, multietnica e multireligiosa, e solo gli altri gruppi (in particolare i serbi, ma anche i croati) si aggregano in base all'appartenenza etnica, indipendentemente dall'appartenenza per cittadinanza ad una certa repubblica. In una tale situazione l'appartenenza etnica, e religiosa, diventa un fattore discriminante poiché mancano elementi più certi per stabilire la fedeltà di una persona ad uno certo governo, e questo ragionamento, una volta instaurato, fa sì che gli abitanti di un dato villaggio vengano considerati nemici a priori in quanto appartenenti ad una certa etnia (e quindi probabilmente fedeli ad un certo governo e passibili di punizione). Perciò il meccanismo che si instaura è di tipo inquisitorio: chi appartiene ad una data etnia è un nemico a meno che non dimostri il contrario, perciò deve abiurare l'etnia alla quale appartiene sancendo il tradimento mediante la partecipazione ai crimini contro di essa.

Per quanto riguarda il genocidio vero e proprio, risulta più facile a capirsi se accettiamo la definizione di questa guerra come una "combinazione di guerre di secessione e di guerre imperialistiche"; infatti i vari nazionalismi, non solo hanno rivendicato a sé le zone dove erano maggioranza, ma anche quelli dove erano un'esigua minoranza o dove, nel caso del nazionalismo serbo, non erano rappresentati, ma che in passato erano stati propri o perché rappresentavano obiettivi importanti dal punto di vista econonomico (sbocco al mare, terre fertili etc.), secondo un tipico principio imperialista. Definire questa guerra come una guerra di secessione fa capire come la matrice razziale, o etnica, non sia assolutamente determinante. Nel nostro caso inoltre vi è una combinazione di più guerre di secessione: dapprima la Slovenia, la Croazia e la Bosnia si sono rese indipendenti dalla Jugoslavia, e poi a loro volta e la "SAO Krajina", la Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina e la "Herceg-Bosna" croata hanno fatto secessione da Croazia e Bosnia (fra l'altro anche la Macedonia ha proclamato l'indipendenza dalla Jugoslavia e lo stesso ha fatto il Kosovo, senza però ricevere il riconoscimento internazionale). Ogni volta è stato fatto un referendum e la maggioranza, quasi sempre amplissima (poiché in genere votavano soltanto i membri dell'etnia a cui il nuovo Stato avrebbe fatto riferimento e che erano maggioranza in loco), si è dichiarata per la secessione: facendo referendum in zone sempre più piccole, ma dove un etnia è pur sempre maggioritaria, in teoria si potrebbe ottenere una frammentazione quasi all'infinito, e non è un caso che proprio questa zona del mondo abbia dato il termine "balcanizzazione". In questo processo, per la sopravvivenza territoriale della propria etnia (e anche per la propria sopravvivenza fisica) diventa fondamentale avere la maggioranza in quante più zone possibile, e il mezzo privilegiato per ottenerla, evitando la frammentazione insita in progressive secessioni referendarie, è la "pulizia etnica". Per ottenere la purezza etnica di un territorio si procede al duplice metodo dell'espulsione e dello sterminio; fin quando è stato possibile, più o meno per tutto il periodo della guerra in Croazia, il primo è prevalso sul secondo (che pure veniva talvolta praticato); successivamente, quando gli Stati limitrofi e anche quelli più lontani hanno smesso di accogliere i profughi lo sterminio è prevalso sul "metodo" dell'espulsione. Benché il criterio per cui si uccide sia razzista, tuttavia non vi è nessuna teoria di inferiorità o di superiorità razziale: i croati non vengono uccisi perché inferiori, ma perché nemici potenziali (a meno che non sia conveniente allearsi con loro) e i musulmani non vengono uccisi perché razzialmente inferiori, ma perché "traditori", e solo in quest'ottica inferiori e nemici; allo stesso modo hanno ragionato i croati quando massacravano i civili musulmani e serbi nelle zone loro assegnate dal Piano Vance-Owen che essi sperano di poter rivendicare. I bosniaci si sono comportati in questo modo più di rado; anche se è già successo che paramilitari musulmani, in qualche zona che sperano di rivendicare, abbiano espulso la popolazione serba e croata. Purtroppo la colpa di questo atteggiamento è proprio della comunità internazionale che con le proposte di cantonalizzazione ha avvallatto i paini di spartizione della Bosnia. Si noti che sulla cantonalizzazione i vari nazionalisti non hanno avuto niente da ridire, se non riguardo alle assegnazioni percentuali: era il loro stesso obiettivo.

A causa delle assegnazioni su base etnica, tutte e tre le etnie, chi più chi meno, sono attivamente impegnate nell'opera di "pulizia etnica"; va notato però che, da parte serba, la cantonalizzazione prevista nei piani di pace ha costituito soltanto un motivo in più per completare la "pulizia", cominciata già da anni e che trova le sue radici nel pensiero mitico del nazionalismo. In ultima analisi la definizione migliore per questa guerra non è guerra civile, ma guerra contro i civili: proprio per questo più che crimini di guerra, quelli commessi nel contesto della "pulizia etnica" devono essere chiamati crimini contro l'umanità. L'esercito nemico diventa quasi un disturbo in quest'opera di sterminio sistematica e premeditata. Questa "pulizia" non riguarda soltanto gli appartenenti all'etnia avversa, ma anche la presenza visibile dell'etnia in una certa zona, e quindi l'architettura, la toponomastica etc.; e si spinge al genocidio contro i leader e i rappresentanti della cultura dell'etnia avversa, come portatori dei valori e della cultura di quell'etnia. Un medesimo popolo slavo infatti si differenzia unicamente per religione cultura, cosicché la cultura diversa dell'altro è la sua diversità, ed eliminando la cultura dell'avversario lo si elimina tout court.