Seconda Lezione: la teoria del complotto
La forma di paranoia nota come “complottomania” è una delle cause principali della produzione e diffusione di false notizie. Vediamone la genesi.

La “teoria sociale della cospirazione” di Popper
''La teoria cospirativa della società non è altro che una moderna versione del teismo, della credenza in Dei i cui capricci e desideri comandano su tutto. Se si tolgono di mezzo gli Dei ... allora al posto degli Dei finiscono uomini e gruppi potenti – i poteri oscuri – a cui viene attribuito di tutto ...''
Complotti, cospirazioni, congiure hanno animato la storia umana fin da quando esiste la società.
Remo Ceserani, nel saggio L’immaginazione cospiratoria, contenuto nel volume “Cospirazioni, trame” Le Monnier 2001,
www.lemonnier.it/LMU/LMU/pdf/CDIMicali2/Ceserani.pdf
scrive che si possono “distinguere tre fasi nella lunga storia dell’immaginazione cospiratoria, corrispondenti a tre diversi tipi di assetti sociali e a tre forme storiche diverse di cospirazione e delle sue motivazioni e significati: la prima è quella delle congiure di corte, proprie dei regimi monarchici legittimati dalla tradizione e dal consenso, governati da strutture famigliari e da ristrette cerchie di potere (es. Congiura de’Pazzi). La seconda è quella delle forme di cospirazione nate dentro società più moderne, in tempi di trasformazione e democratizzazione dei regimi politici autoritari, espressione di gruppi di opposizione costretti dai metodi polizieschi degli organi di potere ad agire nella clandestinità e a contrapporre rivendicazione di libertà contro tirannide (si pensi alle organizzazioni massoniche o carbonare nel primo Ottocento o alla rivolta decabrista contro gli zar di Russia). La terza è la forma postmoderna e paranoica delle congiure paventate, reali, ipotetiche, sovradeterminate, espresse da gruppi segreti e misteriosi, che si presume obbediscano a logiche di puro potere, in contatto spesso ambiguo con agenzie sovranazionali, associazioni segrete ingiustificabili nei regimi democratici, e inoltre servizi deviati, grandi corporazioni economiche e finanziarie, gruppi terroristici sfuggiti a ogni controllo e coerenza ideologica.

Riguardo ai complotti, il conservatore François Guizot nel 1821 scrisse Des cospirations et de la justice politique, nel quale sostiene che le cospirazioni sono un problema innato al sistema politico liberale, nel quale, essendo permesse opinioni diverse e gruppi di interesse per tutelare interessi diversi, si crea un ambiente che favorisce la “complottomania”. Guizot sottolinea come in una società liberale, esistendo una faccia del potere nascosta all’opinione pubblica, c’è la possibilità che questa tema bieche cospirazioni dove in realtà non esiste niente di tutto questo.

Non analizzeremo le poche cospirazioni vere, ma tratteremo le molto più diffuse presunte cospirazioni e il danno che esse provocano.

popperNel 1945 il filosofo tedesco Karl Popper nel libro La società aperta e i suoi nemici attaccò l’idea che il futuro sia in qualche modo prevedibile studiando il passato e chiama questa opinione la “teoria cospirativa della società”. Credere che studiano il passato si possa predire il futuro significa credere che vi sia un disegno preciso riguardo all’evolversi delle cose.

Secondo Popper la teoria sociale della cospirazione è simile a quella che si trova in Omero. Questi concepiva il potere degli dèi in modo che, tutto ciò che accadeva nella pianura davanti a Troia, costituiva soltanto un riflesso delle molteplici cospirazioni tramate nell’Olimpo. La credenza negli dèi omerici, le cui cospirazioni erano responsabili delle vicissitudini della guerra troiana, è venuta meno, ma il posto degli dèi nell’Olimpo omerico è ora occupato dai Savi Anziani di Sion, dai monopolisti, dai capitalisti o dagli imperialisti, o, per converso, dai comunisti.
L’adozione della teoria della cospirazione difficilmente può essere evitata da quanti credono di sapere come realizzare il cielo sulla terra. La sola spiegazione dell’impossibilità di realizzare questo paradiso è la malvagità del demonio, che ha un interesse acquisto per l’inferno.
Popper tiene a ribadire che lui non crede che i complotti siano impossibili, ma che anzi, essi siano tipici fenomeni sociali che diventano importanti tutte le volte che pervengono al potere proprio le persone che credono nella teoria della cospirazione. La cosa curiosa è che nonostante siano stati paventati tantissimi complotti, sembra che nessuno si sia mai realizzato, almeno non nella maniera prestabilita.

Popper:
"Per spiegare quale sia, io credo, il compito centrale della scienze sociali, vorrei cominciare con il descrivere una teoria ritenuta vera da molti razionalisti, una teoria che credo implichi l’esatto opposto del vero scopo delle scienze sociali. La chiamerò la “Teoria cospirativa della società”. Questa teoria, che è molto più primitiva della maggior parte delle forme di teismo, è simile alla teoria che aveva Omero della società. Omero concepiva il potere degli Dei in un modo tale che qualsiasi cosa accadesse nella pianura di Troia non era altro che un riflesso delle varie cospirazioni che accadevano nell’Olimpo. La teoria cospirativa della società non è altro che una moderna versione del teismo, della credenza in Dei i cui capricci e desideri comandano su tutto. Se si tolgono di mezzo gli Dei e poi ci si chiede chi mettere al loro posto, allora al posto degli Dei finiscono uomini e gruppi potenti – i poteri oscuri – a cui viene attribuito di tutto: dall’aver programmato la grande depressione economica a tutti i mali del mondo.
La Teoria cospirativa della società è molto, molto diffusa e c’è ben poco di vero in essa. Soltanto quando i teorici della cospirazione salgono al potere allora diventa una teoria che ha veramente qualcosa a che fare con le cose che accadono (è quello che io ho chiamato l’effetto Edipo”). Per esempio quando Hitler arrivò al potere, siccome credeva nel mito cospiratorio degli Protocolli dei Savi di Sion, egli cercò di distruggere questa cospirazione con una sua contro-cospirazione. Quello che è interessante notare è che questo tipo di cospirazioni non riescono mai, o quasi mai, nel modo in cui si intendeva.
Queste osservazioni possono essere prese come una indicazione di quale sia lo scopo della teoria sociale. Come ho detto Hitler ha cercato di realizzare una cospirazione che è fallita. È fallita perché altre persone hanno a loro volta cospirato contro Hitler. È fallita semplicemente perché generalmente le cose umane non vanno mai nel modo che si era programmato, ma sempre in modo leggermente diverso. Nella vita sociale difficilmente otteniamo l’effetto che volevamo produrre e di solito otteniamo invece in compenso cose che non volevamo. Naturalmente, agiamo con alcuni scopi in mente, ma a parte gli scopi (che possono o non possono essere raggiunti) ci sono sempre conseguenze non volute delle nostre azioni e di solito queste conseguenze non possono essere eliminate. Spiegare perché non possono essere eliminate è lo scopo principale della teoria sociale …
I problemi caratteristici delle scienze sociali si verificano soltanto quando vogliamo conoscere le conseguenze indesiderate, e soprattutto le conseguenze non volute, che possono nascere da certe cose. Vogliamo prevedere non soltanto le conseguenze, ma anche le conseguenze indirette. Perché dovremmo volerle prevedere? Sia che lo vogliamo per curiosità scientifica, sia perché vogliamo essere preparati ad esse, vorremmo conoscerle per impedire che divengano importanti (e questo significa, di nuovo, azione, e la creazione di ulteriori conseguenze indesiderate).
Io credo che le persone che si avvicinano alle scienze sociali con la teoria cospirativa già pronta si negano la possibilità di capire quale sia lo scopo delle scienze sociali, perché presumono di poter spiegare praticamente tutto nella società chiedendosi chi lo ha voluto, mentre lo scopo delle scienze sociali è spiegare le cose che nessuno vuole.


Effettivamente il caso più eclatante di falsa cospirazione è probabilmente quello dei “Protocolli dei Savi Anziani di Sion”, su questo voglio aprire una breve parentesi perché questa falsità interessa anche il mondo della Rete.

I Protocolli dei Savi Anziani di Sion
Da un libercolo della polizia segreta zarista fino all'attentato alle Due Torri di New York.
I Protocolli dei Savi Anziani di Sion sono un libercolo diffuso dalla polizia segreta zarista Okhrana agli inizi del Novecento per «svelare» un ipotetico progetto di dominio del mondo ordito da una setta ebraica segreta. Dicono di essere il verbale di una riunione avvenuta a fine ‘800 (nel cimitero ebraico di Praga) dove alcuni maggiorenti ebrei illustrano un piano per dominare il mondo distruggendo gli Stati nazionali attraverso idee “disgregatrici”, quali il liberalismo, il socialismo, il comunismo, il capitalismo e l'anarchia.

Un'inchiesta ordinata immediatamente dopo la prima edizione dimostrò la falsità del documento; tuttavia il testo ebbe numerose traduzioni che ne determinarono il successo e la grande diffusione. Gli antisemiti di ogni colore lo usano come “prova” dell’esistenza della cospirazione ebraica per dominiare il mondo”. E anche oggi nonostante i numerosi processi intentati contro gli editori e i divulgatori dell'opera i Protocolli continuarono a essere pubblicati con successo nei più diversi ambienti.

Ecco alcune edizioni:

protocolli1

ed. francese 1934

protocolli2
Ed. polacca del 1943

protocolli3
Ed. egiziana del 1972


Se si mettono le parole “Protocolli dei Savi Anziani di Sion” su Google.it possiamo vedere come la versione italiana sia molto diffusa e propagandata da vari siti razzisti.

Diamo un’occhiata ad esempio a tre siti che riportano il testo dei Protocolli.

http://www.holywar.org/italy/proto.htm[/link]
Si tratta di un notorio sito antisemita di tipo cattolico tradizionalista. Nonostante i tentativi di farlo chiudere, continua dall’estero a imperversare.

Questi altri due siti invece
[link href="http://www.nwo.it/rivoluzione.html"]http://www.nwo.it/rivoluzione.html

http://www.disinformazione.it/Protocollision.htm
sono di tipo complottardo più moderno, ma sempre disgustosamente razzista: ammettono che i Protocolli siano un falso, ma dicono che sono un falso “verosimile” (!).

Ultimamente i Protocolli hanno conosciuto una nuova vitalità nei paesi arabi, dove sono stati oggetto di due serie televisive di gran successo, rispettivamente in Egitto e in Siria.

Nel 2002 la “Dreams TV” egiziana aveva trasmesso uno sceneggiato intitolato “Il cavaliere senza cavallo”, nel quale il protagonista – come in una specie di “X-File” - cercava di sventare il famigerato “complotto ebraico per controllare il mondo”, di memoria nazista.

Nel 2003 la televisione del gruppo terrorista Hezbollah, Al-Manar, ha trasmesso una nuova “fiction”, apertamente antisemita, prodotta in Siria in trenta puntate e intitolata Al-Shatat ("La Diaspora"). Il contenuto dello sceneggiato è una fantasiosa e infame ricostruzione della storia del sionismo dal 1812 fino alla costituzione dello Stato di Israele. L’Istituto di ricerca sui media del Medio Oriente, il Memri, ha fornito la trama della prima puntata dello sceneggiato. Eccone alcuni estratti.

http://stream.realimpact.net/rihurl.ram?file=realimpact/memri/shatat.rm
http://stream.realimpact.net/rihurl.ram?file=realimpact/memri/al-manartv_alshattat_ramadan_excerpt.rm

In questo documentario iraniano la cospirazione si estende a Hollywood, che tramite una gran quantità di film (da “Lawrence d’Arabia a “Matrix”) tramerebbe per il controllo del mondo.
http://stream.realimpact.net/rihurl.ram?file=realimpact/memri/memri_excerpts_20040428.rm

Se proviamo a mettere le parole “Protocolli dei savi anziani di Sion” in un motore di ricerca italiano vediamo come la stragrande maggioranza dei siti che contengono queste parole sia antisemita e ritenga i Protocolli come veri, o al limite “verosimili”.

Per farvi vedere come inducano la paura del complotto nei navigatori vi invito a visitare questo link:
http://66.102.11.104/search?q=cache:4Gq2G-YEIHUJ:fgalante.tripod.com/riasavi.htm+anziani+di+sion&hl=en&ie=UTF-8

Per tornare al tema del corso, le false notizie, faccio un solo esempio di falsa notizia recentissima e antisemita, dovuta alla “teoria sociale della cospirazione”, e cioè la credenza che nelle Torri Gemelle non ci fossero stati impiegati ebrei perché erano stati avvertiti dal Mossad.

Di questa falsa notizia ho parlato diffusamente nel mio libro, “Il razzismo, il colore della discriminazione”, pubblicato da Amnesty International.

Anche se poco carino, mi auto-cito, dal capitolo “Antisionismo o moderno antisemitismo?”:

vignetta
- Vignetta di Diavù (David Vecchiato), “Cuore”, 8-14 ottobre 2001

"Qualche giorno dopo gli attacchi agli Stati Uniti dell’11 settembre, in Libano gli Hezbollah diffusero la notizia - ripresa da molti giornali, anche in Italia - secondo la quale 4.000 impiegati ebrei non si sarebbero presentati a lavoro sulle Torri Gemelle a New York l’11 settembre, lasciando intendere quindi che erano a conoscenza dell’attentato.
Credere a simili notizie significa pensare che gli ebrei in tutto il mondo siano collegati da qualche sistema di informazione segreto che permetta di lanciare simili avvertimenti senza che nessuno lasci trapelare la notizia. Significa in pratica credere alla teoria del “complotto giudaico”.
Eppure questa falsa notizia è stata ripresa da molti media e creduta da molte persone. Questo è stato possibile perché evidentemente il pregiudizio antisemita è ancora molto diffuso.
"

In realtà pare che la bufala si sia originata così. Il 12 settembre l’ambasciata israeliana, come molte altre ambasciate, emise un comunicato in cui si diceva preoccupata per al sorta di 4.000 connazionali che vivevano a New York e in particolare per alcuni di loro che lavoravano al World Trade Center. La notizia fu pubblicata anche sul Jerusalm Post
http://www.jpost.com/Editions/2001/09/12/LatestNews/LatestNews.34656.html
Questa cifra probabilmente dette l’idea ad “Al Manar” la televisione dei terroristi Hezbollah, che il 17 settembre, pubblicò sul suo sito la notizia che 4000 ebrei non si erano presentati al lavoro l’11 settembre. La notizia fu ripresa da svariati giornali arabi ripresero la notizia; quindi fu la volta del sito Web della “Pravda” con una breve nota a firma di una certa Irina Malenko. Dopo poche ora la “Pravda” cancellò l’articolo, definendolo “uno stupido errore”. Ma intanto anche alcuni media occidentali cominciarono ad avvertire che stava circolando questa voce, anche se facevano notare che era ovviamente falsa. Nel frattempo la bufala aveva cominciato a diffondersi via email e ad essere riportata su tutti i siti razzisti, neonazisti, antisemiti, complottardi etc. della rete, dove si può ancora trovare oggi.
Esempio:
http://www.google.com/search?hl=en&lr=&ie=UTF-8&oe=UTF-8&edition=us&q=11+settembre+4000+ebrei

Anche se non ci sarebbe alcun bisogno di farlo, ho cercato un elenco dei morti per cittadinanza. Dei quasi 3000 morti degli attentati dell’11 settembre, circa 500 erano stranieri, fra questi 2 israeliani.
http://www.cbsnews.com/stories/2002/09/11/september11/main521522.shtml
Se si scorre l’elenco delle vittime pubblicato su questo sito
http://www.september11victims.com/september11Victims/victims_list.htm
si può vedere che i cognomi ebraici sono moltissimi. Non è un modo sicuro per identificare gli ebrei, ma dà le proporzioni sui numeri in una città come New York dove gli ebrei sono diversi milioni.


Complotti e razzismo
Si può sostenere che il razzismo stesso sia una forma di paranoia complottarda
La paura dei complotti è una paura antica probabilmente quanto le società umane. In ogni caso ha assunto forme diverse a seconda dello sviluppo sociale raggiunto nel contesto in cui si sviluppava. Le più antiche forme di “teorie del complotto” sono quelle ai danni delle minoranze, che in alcuni casi sono ancora diffuse. Quasi tutte queste accuse complottarde servivano a rafforzare le convenzioni sociali volte ad escluderli. Si pensi innanzitutto alle fole di “complotto giudaico”, nelle sue innumerevoli varianti, dall’accusa di omicidi rituali, a quella di controllare l’oro, o nella sua ultima versione, i media. Inventate dai Crociati, queste accuse imperversano ancora oggi. E gli ebrei sono le principali vittime di questa paranoia.

Altri gruppi comunque ne sono state vittime. Si pensi alle accuse agli “zingari” per rapire bambini, o mangiarli. In America simili dicerie colpivano i neri, accusati di stupri e assassini di bianchi (di padroni bianchi, nell’800). Anche in questo caso queste dicerie erano alle base dei linciaggi pubblici che sono proseguiti fino agli anni ‘60 dello scorso secolo.

Chi è razzista è particolarmente predisposto a credere ai complotti. Si può anzi sostenere che il razzismo stesso sia una forma di paranoia complottarda. Infatti è riduttivo definire come base del pensiero razzista il credere che altre persone siano inferiori; i razzisti in genere non credono solo o tanto nell’inferiorità di un gruppo, ma soprattutto nella sua intrinseca pericolosità, perché quel gruppo è dedito a fare il male, complottando fra di loro.

Questa base razzista – che per certi versi è una costante antropologica in tutte le comunità - negli anni si è arricchita di nuovi spunti, tanto da farla passare in secondo piano, e oggi chi crede ai complotti non è detto che sia razzista.

Sulla complottomania odierna
Come mai le teorie del complotto sono diventate così popolari?
Le persone che credono nei complotti tendono a pensare di aver perso la propria autonomia individuale. Questo è dovuto alla crescente ansietà delle persone verso il controllo sulle loro vite esercitato dallo stato, o da altri enti impersonali o da forze esterne non meglio definite, e un piò paranoiche (es. Ufo).

Tutto ciò è divenuto più evidente nel XX secolo man mano che si è sviluppata la moderna burocrazia e lo stato cosiddetto “interventista”.

Nel dopoguerra la crescente complessità del sistema economico delle nostre società, e segnatamente lo sviluppo del consumismo, ha arricchito la lista degli enti temuti per la loro invadenza alle “multinazionali” e alla semplice pubblicità, che plasma e seleziona stili di vita, gusti e preferenze.

Una delle teorie del complotto oggi più note, grazie a film e telefilm come “X-files”, è quella paranormale. Tuttavia sono purtroppo ancora importanti vecchie teorie del complotto come quelle antisemite (il complotto giudeoplutocratico, inventato dai fascisti).

Uno dei massimi studiosi di teorie del complotto è oggi Mark Fenster, che ha analizzato però solo la cultura americana.

In ogni caso Fenster nota come tutte le teorie sui complotti sostengano le stesse cose (Fenster 1999):
- Innanzitutto, che il complotto è in atto, e qualcuno sta cercando di fare del male.
- In secondo luogo, il male non viene fatto in genere a tutti, ma in particolare a “noi, persone per bene”.
- Terzo, si tratta di una cospirazione organizzata. (punto centrale).
- Quarto, le mosse dei cospiratori sono segrete, e ogni traccia viene coperta.
- Quinto, i cospiratori sono potenti; tutte i complotti riguardano infatti in ultima analisi il controllo del potere.

Inoltre ci sono alcuni punti fermi comuni a tutte le teorie del complotto.

Il controllo delle informazioni è la parte più importante della cospirazione. Persone malvagie nasconderebbero informazioni preziose al pubblico per orientarne i comportamenti, e in ultima analisi dominarli.

Le teorie del complotto non sono altro che una versione falsificata della storia, servono a reindirizzare l’odio verso un certo gruppo (etnico, politico, religioso o altro).

Le teorie del complotto sono sempre populiste: pretendono di stare dalla parte dell’”uomo comune”, contro il “potere”: disprezzano le elite, le persone altolocate, i ricchi, i potenti, i colti, compresi gli scienziati. Sia i populisti che chi crede nei complotti ritengono che la scienza rappresenti le elite e sia contraria agli interessi dell’”uomo comune”. La scienza è difficile da comprendere e richiedere studio, populisti e complottardi la vedono come un fenomeno e elitario e in quanto tale convenzionale e tradizionalista (loro invece sarebbero “rivoluzionari”).

Le teorie del complotto sono sempre reazionarie. Spesso legate all’estrema destra (i nazisti erano dei paranoici della “cospirazione mondiale”), si scagliano contro ogni novità, vagheggiando un mondo mitico prima che i “poteri occulti” si diffondessero.
La teoria del complotto però fa parte anche del bagaglio culturale dell’estrema sinistra (si pensi alle purghe staliniane) e ultimamente prospera nella versione antiamericana della “cospirazione NWO”, dove Nwo sta per “New World Order”.
http://www.nwo.it/


APPENDICE: ''Infotainement'', quando le notizie servono per intrattenere
Se le notizie fanno parte dello spettacolo, le false notizie sono in agguato...
Claudio Fracassi fa derivare la commistione fra divertimento e informazione alla nascita nel 1981 di MTV, la prima emittente al mondo di sola musica. Con i videoclip l’obiettivo – enunciarono allora i promotori – era conquistare la «generazione senza memoria», quella dei più giovani, proponendo un universo di suoni e di immagini fatto di segmenti autosufficienti, di brevissimi racconti senza inizio, senza fine e senza contesto, «immersi totalmente nel presente», ingredienti unici di un canale sempre acceso e apparentemente privo di palinsesto, cioè di programmazione.

Presto il nuovo stile e i nuovi ritmi hanno contagiato e conquistato la comunicazione pubblicitaria, la fiction, i tg, la carta stampata, e naturalmente la politica. Le scalette dei telegiornali si sono fatte più sincopate, le prime pagine dei giornali più serrate e frammentate, le dichiarazioni pubbliche più fulminee e insieme vuote di contenuti. Con Mtv era nato quello che è stato poi definito il «supermercato della comunicazione», in cui i generi sono annullati, gli stili si confondono, e l’informazione assume le stesse cadenze dell’intrattenimento o della pubblicità (e viceversa).

Si era definitivamente affermata la commistione tra generi, che ha trovato anche una sua espressione linguistica: la mescolanza tra informazione e intrattenimento, information e entertainment, ha dato vita all’«infotainment», in cui all’esibizione dell’uomo politico si mescola quella di nani e ballerine, e l’appello per il Bangladesh segue gli illusionismi del mago. In questo nuovo scenario anche le leggende metropolitane e le notizie false servono egregiamente a catturare l’attenzione del pubblico e a intrattenerlo.

I luoghi di guerra – da sempre teatro di manipolazioni fotografiche – sono diventati, nell’era dell’infotaiment, teatro privilegiato di rappresentazioni a metà tra l’informazione, la pubblicità e il costume. Nel 1995 i maggiori giornali italiani ed europei, a rappresentare il precario sollievo di Sarajevo provocato dall’allentamento dell’assedio delle batterie serbe, hanno pubblicato in prima pagina una magnifica fotografia-simbolo: vi si scorgeva una giovane donna – alta, bionda, attraente, ben vestita – che con un paffuto bambino in braccio faceva con il pollice il segno dell’autostop. Dietro di lei, a difendere le vetrine di un negozio, i sacchetti di sabbia tipici delle trincee. Il messaggio di ottimismo – ribadito nelle didascalie redazionali – era evidente: Sarajevo è ferita, ma finalmente libera; questa donna sta per uscirne, lasciandosi alle spalle dolori e trincee. Certo, la ragazza era troppo bella, il suo figlioletto troppo paffuto, i sacchetti troppo puliti perché tutto fosse naturale. E infatti, ben visibile nella parte superiore della foto, si scorgeva l’insegna «Benetton». Pochi giorni prima, nel centro della città, l’azienda veneta aveva inaugurato una sua boutique, in segno, era stato detto, di solidarietà. Intorno al negozio, come arredamento ammonitore, erano state riprodotte finte trincee di sacchetti di sabbia. La ragazza era dunque una modella, il bambino bene in carne era stato scritturato, chissà dove, per l’occasione. Quanto al resto, chi pubblicò la foto avrebbe dovuto probabilmente sapere che l’esodo da Sarajevo era ancora pressoché impossibile, almeno per gli autostoppisti, e che agitare il pollice per fermare una macchina, in quella strada centrale, sarebbe stato quantomeno velleitario, visto che si trattava di isola pedonale, vietata alle auto.

Il «metodo Hollywood», come abbiamo visto, aveva già segnato il suo trionfo in un’altra guerra di interesse planetario, quella del Golfo. Per settimane, i teleschermi di tutto il mondo videro scorrere scene di potenti carri armati nel deserto, di lucidi aerei in picchiata, di agili incrociatori che solcavano le onde, tratte direttamente dagli spot messi a disposizione dalle industrie di armamenti.

L’infotainment determina anche nuove scalette di importanza delle notizie.
Sempre Claudio Fracassi fa l’esempio di un incidente aereo nelle Filippine, avvenuto nel 1992, aveva provato 80 morti e un grande itneresse sulla stampa filippina.
In Italia, lo stesso evento – lo stesso aereo distrutto, gli stessi ottanta morti, gli stessi drammatici particolari – non è diventato una notizia, o è diventato soltanto una piccolissima notizia. La crisalide non si è trasformata in farfalla.
A questo punto, andiamo oltre il fatto accaduto, e formuliamo, allo scopo di capire meglio, un ipotesi: sull’aereo precipitato nelle Filippine c’erano – questa è l’ipotesi – sei turisti italiani, peraltro particolarmente sfortunati. Che cosa sarebbe successo, che cosa succederebbe, in questo caso, dal punto di vista dell’informazione? A Manila, è la risposta, poco cambia, al massimo nelle cronache si farà cenno ai nomi di questi sei europei.
Tutto cambia invece – stiamo continuando a seguire, in via accademica, l’ipotesi di cui sopra – nelle cronache italiane: il fatto è sempre quello – un aereo caduto, ottanta povere vittime – ma l’informazione, da piccola e burocratica che era, è diventata grande e ricca di pathos. Nel corso del viaggio, però, si è trasformata, e somiglia poco a quella delle Filippine. Lì infatti la notizia è il disastro aereo, con il suo carico di morti; qui è diversa, e suona press’a poco così: sei turisti italiani hanno perso la vita (notizia principale) in una tragedia aerea nelle Filippine (notizia aggiuntiva) nella quale complessivamente sono decedute ottanta persone (notizia secondaria).
Già che ci siamo, formuliamo a questo punto, sempre per capire meglio, un ulteriore ipotesi. Tra i sei turisti italiani c’era una coppia di sposi in viaggio di nozze, provenienti, poniamo, da Viterbo. Nelle Filippine, sui giornali e in tv, poco o nulla cambia nel rilievo e nella qualità dell’informazione, Viterbo o non Viterbo. Sulla maggio parte dei giornali italiani, e sui telegiornali nazionali, il mutamento invece c’è, ma è interno alle cronache, dove si parla anche dei giovani sposi. La notizia principale rimane sempre, tuttavia, quella dei sei connazionali andati a morire laggiù. Altro discorso è però quello del giornale che esce a Viterbo, o della pagina locale dei quotidiani regionali e delle locandine che la accompagnano nelle edicole. Qui l’informazione su quell’evento filippino è nuova di zecca, e suona così: due sposini viterbesi perdono la vita in viaggio di nozze (notizia principale), in un disastro aereo nelle Filippine (notizia aggiuntiva); con loro sono morti anche altri quattro italiani (notizia secondaria) e complessivamente le vittime sono state ottanta (notizia facoltativa). Quanto agli articoli, essi saranno dedicati prevalentemente non alle circostanze della sciagura, o all’inchiesta del governo filippino o all’elenco dei deceduti, ma al viaggio di nozze della giovane coppia, all’agenzia che l’aveva prenotato, ai parenti di lui, al suo lavoro – poniamo – in banca, al fatto che lei si era diplomata in quella certa scuola e giocava nella squadra di pallavolo locale.
Dunque, riassumendo: avvenuto un fatto di grande rilievo, la notizia che lo accompagna segue una vita autonoma, tutta sua; diventa grande e si rimpicciolisce, scompare e ricompare, cambia forma, sostanza, protagonisti. E tutto ciò non per una particolare malignità, o incapacità dei giornalisti, ma per i meccanismi stessi dell’informazione. Non se ne può che trarre una conclusione: la notizia, pur avendo una qualche relazione con il fatto, appartiene a un universo distinto, segue altre regole, va appresa e giudicata seguendo altri parametri che non soltanto il criterio di realtà.

Il processo di selezione delle notizie è l’essenza stessa dell’informazione. Ovviamente, prendere atto che l’informazione è, alla base, drastica selezione, non significa legittimare le omissioni, o peggio le censure, né ignorare che, alle spalle di ogni scelta, ci sono interessi, valori, culture: che insomma, alla fine, le notizie, come è stato scritto, non sono altro che «l’esercizio del potere sull’interpretazione della realtà». Al di là della mediazione dei giornalisti, sono le stesse fonti d’informazione, spesso, a decidere che cosa far sapere e che cosa no. Cosicché «gli organi d’informazione non riflettono un mondo esterno, ma le pratiche di coloro che hanno il potere di determinare l’esperienza degli altri».
Ma è nella sua fisiologia – cioè nella normale creazione delle notizie di routine, senza intenti propagandistici o truffaldini – che si manifesta già, compiutamente, la tendenziosità e la parzialità delle scelte.
In base a un’analisi condotta negli Stati Uniti sul rilievo dato nell’informazione alle notizie su disastri di vario tipo (dal crollo, all’incidente ferroviario o aereo) a seconda della nazionalità delle vittime, fu costruita una singolare graduatoria, definita «scala di equivalenza razziale», nota anche «legge di McLurg», da un leggendario direttore di giornale britannico secondo il quale un morto britannico equivaleva a 5 morti francese, 20 morti egiziani, 500 morti indiani e 1000 morti cinesi.

Il genocidio nel Ruanda è diventato notizia, con relativo sbarco di truppe di inviati a Kigali, solo quando la carneficina ha superato quota duecentomila morti. Anni prima, era stato del tutto ignorato lo scontro sanguinoso (decine di migliaia di morti) tra Tutsi e Hutu in Burundi. Cosicché, quando il fuoco del conflitto etnico e di potere si è esteso al vicino Ruanda, l’opinione pubblica ha avuto l’impressione di una esplosione di odio «improvvisa», «irrazionale», «inspiegabile», tale da confermare ogni legittimo pregiudizio sulla «ingovernabilità» e «inciviltà» delle popolazioni africane.

Quando il virus Ebola ha fatto strage nell’Africa centrale (o meglio, quando gli organi di informazione, nella primavera del 1995, hanno cominciato a parlare del contagio che da tempo dilagava), protagonisti della vicenda sono apparsi non tanto gli abitanti dei Paesi colpiti, quanto gli europei che rischiavano di esserlo. Un giornale italiano, nel pieno dell’epidemia, ha titolato a tutta pagina «le vittime sono salite a quattro»: alle due suore italiane già uccise dal virus nello Zaire si era infatti aggiunto il decesso di due olandesi.

Nell’aprile del 1996, il precipitare della crisi politica in Liberia diede l’avvio a scontri armati che provocarono migliaia di vittime. Della Liberia si parlò tuttavia molto, sui mezzi di informazione di tutta Italia, per due motivi. Il primo era la nazionalità – liberiana, appunto – del calciatore in quel momento più famoso del campionato: l’attaccante del Milan Gorge Weah. Le rapide interviste telefoniche con l’uomo del goal sostituirono così la faticosa e noiosa raccolta di particolari sulle carneficine a Monrovia. In secondo luogo, l’opinione pubblica fu chiamata a condividere l’angoscia della famiglia Maconi, padre madre e figli originari di Livorno, bloccati in casa dai guerriglieri nella capitale liberiana e impossibilitati a tornare in Italia. Quando, alla fine, la vicenda della famiglia livornese si sciolse felicemente, la Liberia cessò praticamente di fare notizia. Per di più, maledizione, Weah aveva smesso, da un paio di settimane, di fare goal.
Queste sono “false notizie per omissione”.
( 05.06.2004 ) - Corso di Giornalismo on line