| Articoli Osservatorio
I campi 'nomadi'
Chi sono, da dove vengono e come vivono le
persone che si trovano nei cosiddetti "campi nomadi"
Visita al Poderaccio
Il campo si trova lungo l'Arno, alla periferia
sud di Firenze.
Alcuni anni fa ebbi la
fortuna di incontrare due splendide donne che vivevano in una favela
di Rio de Janeiro, invitate a Firenze da un’associazione di
volontariato di cui faccio parte. In attesa della conferenza che
avrebbero tenuto alla sera sui figli uccisi dagli “squadroni della
morte”, le portammo a visitare la città. Le portammo sul Ponte
Vecchio, in Piazza Signoria, ma vedevo che non erano interessate più
di tanto ai monumenti. “ Portateci a vedere le favelas di
Firenze”, ci chiesero. La persona che era con me sorridendo
cercò di spiegarle che non c’erano favelas a Firenze. Io la
interruppi: le favelas ci sono eccome a Firenze, si chiamano
“ campi nomadi". La più grande favela di Firenze
è il Poderaccio, un campo in parte autorizzato e in parte abusivo
che si trova nel quartiere dell’Isolotto (periferia Sud), lungo
l’Arno. L’altro campo autorizzato è l’Olmatello, alla periferia Nord
della città. I “campi nomadi” erano nati molti anni fa per
ospitare i giostranti di passaggio in città, molti dei quali zingari
Rom. Ben presto sono diventate delle baraccopoli i cui abitanti sono
tutto meno che nomadi. Molti infatti vivono lì da decenni, senza mai
essersi mossi; altri sono arrivati di recente per sfuggire alle
guerre e alle persecuzioni di cui sono vittima i Rom nei paesi
dell’Est. Tanto che forse sarebbe più giusto chiamarli “campi
profughi”. Il mio contatto con questi campi è Paola Cecchi:
un’istituzione a Firenze per chiunque voglia occuparsi dei Rom e dei
campi. Guarda il video "I campi nomadi a due passi dal
centro"
Il campo 'abusivo'
E' il "Masini": il campo degli ultimi
arrivati
Andiamo dapprima nel campo
abusivo, il “Masini”. Il campo autorizzato è su una specie di
collinetta, il “Masini” si estende invece nella zona pianeggiante
fino alle rive dell’Arno. Baracche, fili penzolanti, fango, galline,
gatti e tanti bambini. Le baracche più vicine al fiume sono
state abbattute qualche mese fa, quando vi fu l’alluvione nelle
“zone golenari” del Po. Anche quelle sono zone golenari e, per
analogia, le baracche più a rischio sono state abbattute da qualche
funzionario zelante del “Comitato di Gestione”. Il Masini è
una specie di “campo di smistamento”; ci troviamo infatti gli ultimi
arrivati, mentre chi è qua da più tempo riesce a sistemarsi nel
campo autorizzato oppure – fortunati – riesce a sistemarsi in
qualche casa vera e propria, fuori dal campo, fra noi
fiorentini. La maggior parte delle persone sono Rom del Kosovo,
ma ultimamente sono arrivati parecchi Rom albanesi. I Rom del
Kosovo, arrivati soprattutto a partire dall’estate del 1999, hanno
potuto chiedere lo status di rifugiati, anche se a causa dei tempi
lunghi della burocrazia italiana le domande di molti non sono ancora
state vagliate. Nel frattempo, come tutti i richiedenti asilo, per
legge non possono lavorare, né hanno alcun tipo di aiuto (essendo
terminati da tempo gli scarsi fondi stanziati per questo scopo).
Così si arrangiano come possono e se qualcuno trova lavoro al nero,
decine di familiari riescono a sopravvivere grazie ai suoi magri
introiti.
Come mai sono venuti via?
"Qua non c'è razzismo", è la paradossale
risposta di uno di loro. Una risposta che getta una luce sulle
condizioni di vita dei Rom nell'Est Europa.
I lavori poco qualificati sono quelli
più diffusi al campo, come il facchino per gli uomini e la donna di
pulizie per le donne, ma solo in imprese private di pulizia - quale
italiano prenderebbe una zingara a fare la domestica in casa
sua?.
Nonostante vi siano anche persone che, con difficoltà,
sono riuscite ad avere documenti regolari e un lavoro regolare,
molti di questi lavori sono al nero. Non tanto e non solo perché
conviene al datore di lavoro, ma soprattutto perché i richiedenti
asilo non possono - per legge – lavorare, mentre chi è “clandestino”
non può essere assunto regolarmente. In pratica, sia la legge sul
diritto d’asilo, sia la legge sull’immigrazione, favoriscono il
lavoro nero, o peggio.
Come mai questa gente è venuta via? La
quasi totalità sono stati costretti a venire via, alcuni per
motivi economici, altri per violenze e discriminazioni.
In
tutto l’Est Europa, gruppi ed atteggiamenti razzisti sono riemersi
come fantasmi dal passato, dopo essere stati repressi per decenni
dai regimi comunisti. Bande di skinheads bruciano i quartieri
dove vivono i Rom in veri e propri pogrom, la polizia li
tortura per indurli a confessare crimini e metterli in carcere, la
gente evita di mescolarsi insieme a loro e dare loro lavoro. Così a
migliaia fuggono alla spicciolata o in gruppi.
Perché
vengono qua? Non è solo perché qua c’è lavoro. Uno di loro mi
spiega. “Qua non c’è razzismo. Un bianco e un nero possono
camminare uno accanto all’altro. Là no”. Questa frase mi lascia
un po’ perplessa: mi stupisce che pensino che in Italia non ci sia
razzismo; mi fa pensare il fatto che definiscano se stessi “neri” e
noi “bianchi”. Gli faccio notare però che gli italiani li lasciano
vivere in quelle condizioni, segregati di fatto da loro. Ed infatti
mi dice che lui la famiglia l’ha lasciata al suo paese. Perché là
hanno una casa. Lui qua può lavorare, dorme in una baracca per
risparmiare e i soldi li manda a casa. Sembra a tutti un
accomodamento ragionevole.
Immigrati economici
In base alle leggi, chi viene in cerca di lavoro
come Tomar non ha diritto a restare legalmente.
Solo quelli provenienti dal
Kosovo però ottengono lo status di rifugiati. Perché con la guerra
la situazione in Kosovo è nota a tutti. Di recente sono
arrivati al campo parecchi Rom dall’Albania. Qualcuno ha provato a
chiedere asilo. Uno di questi è Tomar, con la moglie e i 4
figli piccoli. L’ultimo appena nato è - letteralmente - in fasce.
Vivono in una baracca di legno composta da due stanze. Parlano poco
e male in italiano. Tomar è stato ieri a Roma alla
Commissione centrale. Ci fa leggere il foglio che gli hanno
rilasciato. La sua domanda di asilo è stata respinta. Quando gli
hanno chiesto perché è venuto in Italia, Tomar ha detto la verità:
“Per cercare lavoro, perché in Albania non c’è lavoro e non sapevo
più come sfamare la famiglia”. Errore! L’asilo è “politico”, viene
dato solo per motivi “politici”. Probabilmente non glielo avrebbero
dato comunque, ma rispondendo così non ha lasciato alcuno spiraglio
alla possibilità di ottenere un permesso, per lo meno umanitario.
Così ieri a Roma gli han dato l’espulsione. Ha 15 giorni (ora 14),
per lasciare l’Italia. La sua preoccupazione è per il bambino
appena nato. Ha una mano con qualche problema, un po’ rattrapita, e
devono operarlo. Faranno in tempo prima dell’espulsione? La
madre potrebbe ottenere un permesso speciale fino a che il figlio
non avrà raggiunto i sei mesi di età, ma lui dovrebbe comunque andar
via. Paola lascia loro l’indirizzo di un’avvocata che fa
consulenza gratuita a chi ha questo tipo di difficoltà. Questo è
tutto l’aiuto che possiamo dargli. Uscendo dalla baracca di
Tomar, veniamo fermati da una donna alla quale Paola chiede notizie
di una famiglia appena arrivata. Sono stati sistemati in una vecchia
roulotte che era libera. Ai nuovi arrivati le altre persone del
campo passano spesso vestiti, coperte e utensili vari, per
permettere loro di sopravvivere. In qualche caso si tratta di
parenti, in altri casi di estranei, verso i quali comunque non viene
meno la solidarietà. Entriamo nella roulotte e ci troviamo
una donna giovane con tre bambini piccoli, uno appena nato (non in
fasce stavolta). Non parlano italiano, ma solo albanese. Sono Rom
albanesi infatti. Il marito è a a cercare lavoro. Non riusciamo a
comunicare molto. Quasi sicuramente non hanno i documenti in regola
e il loro futuro non è certo roseo.
Rifugiati politici
Nejad e famiglia attendono da quasi due anni che
la loro richiesta di asilo sia valutata, e nel frattempo hanno il
divieto di lavorare.
Paola mi porta da Nejad, un Rom del Kosovo. Com’è
usanza nei Balcani, ci togliamo le scarpe per entrare nella sua
baracca. Il salotto è composto da tappeti e cuscini su cui sedersi.
Ci sediamo in terra insieme a suo padre, la moglie, i fratelli e i
numerosi figli. Mi faccio raccontare la loro storia, simile a quella
di tanti altri. Abitavano vicino a Mitrovice (in Kosovo)
aveva due case grandi. Fino a qualche anno fa vivevano tutti insieme
Serbi, Rom e Albanesi. Poi è cominciata la guerra fra Albanesi e
Serbi, e i Rom si sono trovati nel mezzo. Gli Albanesi dell’Uçk sono
venuti con le armi e li hanno mandati via insieme ai serbi. Sono
andati prima in Serbia, poi in Montenegro. Per un po’ hanno lavorato
in Montenegro, hanno raccolto un po’ di soldi e sono venuti via. Gli
hanno chiesto un milione e mezzo di lire a testa per passare il
mare. La sua famiglia era composta da 10 persone, hanno quindi
pagato 15 milioni per venire via. Li hanno stipati con altre persone
su un traghetto vecchio e malandato e sono arrivati a Brindisi. Era
l’agosto del 1999. Qualche giorno dopo hanno saputo che un’altra
nave, la “Mispatt”, è affondata con 114 persone a bordo. Un solo
sopravvissuto. Molti erano diretti a Firenze e parecchie famiglie
del Poderaccio hanno perso familiari in questo naufragio. Paola mi
racconta come una famiglia di suoi conoscenti abbia perso 13
familiari in quel naufragio. Dalla Puglia hanno preso il
treno per Firenze, dove avevano qualche familiare. Sul treno non
hanno pagato il biglietto. La tragedia del Kosovo era sulle prime
pagine dei giornali. Bastava che dicessero “ Sono del Kosovo”
e i controllori li lasciavano stare, mi racconta un cugino di
Nejad. Alla fine del 2000 tutta la famiglia ha fatto domanda
di asilo politico, ma dopo 16 mesi non sono stati ancora chiamati a
Roma, alla Commissione centrale per il ricoscimento dello status di
rifugiato. Soltanto un loro parente è stato chiamato. Gli hanno
concesso l’asilo umanitario, ma hanno scritto male il nome, nel
trascriverlo dai documenti cirillici. Adesso c’è il rischio che
considerino i suoi documenti falsi. In compenso all’intera
famiglia è stato dato un permesso di soggiorno in attesa della
valutazione della domanda, con l’esplicito divieto di lavorare.
“ Ma come posso vivere senza lavorare?” mi chiede Nejad. E io
non so cosa rispondergli. Quando lo stato toglie a qualcuno un
diritto fondamentale come quello di guadagnarsi da vivere, dovrebbe
sostiuirlo per lo meno con un sussidio. In effeti quando fu deciso
di vietare ai richiedenti asilo di lavorare, furono stanziati anche
dei fondi per permettere loro per lo meno di sopravvivere
nell’attesa. Ma i soldi erano pochi e sono finiti da anni. E nel
frattempo i tempi di attesa per arrivare all’agognato asilo si sono
allungati fino a raggiungere quasi i 2 anni (mentre nei testi di
legge si parla di due settimane!). E come possono vivere queste
persone senza poter lavorare? Mi fa vedere le foto delle due
case che aveva in Kosovo. Sono villette moderne e grandi. Valgono
300 milioni l’una, mi dice orgoglioso. “ Chi ci vive adesso?”
- gli chiedo. “ Gli albanesi”, mi risponde. Poi mi spiega che
in una ci vive un profugo dalle campagne a cui han distrutto la
casa, nell’altra ci si è trasferito il loro vicino. Il vicino (l’ex
vicino?) gli ha proposto di comprare formalmente la casa, ma lui
spera di poter tornare un giorno e non ha accettato.
Gli Askalija
Una famiglia di Askalija a cui hanno bruciato la
casa in Kosovo.
È andata peggio a un'altra famiglia
che Paola mi presenta. La loro storia me la racconta la figlia di 11
anni che parla perfettamente italiano. Sono Askalija, un gruppo
etnico un po’ particolare: parlano albanese e non conoscono la
lingua dei Rom, sono però scuri di pelle. I Rom li considerano dei
loro - anche per aumentare il loro numero, mi spiega Paola. Loro si
definiscono Askalija. Conoscendo il complicato coacervo di minoranze
che sono i Balcani, non cerco di indagare di più. Sono Askalija, e
questo per me è sufficiente.
La loro casa a Pristina è stata
bruciata e sono dovuti scappare a Kosovo Polje, dove sono stati per
qualche tempo in una scuola con altre 5000 persone. Poi sono
arrivati gruppi albanesi armati e li hanno mandati via anche da là.
Anche loro sono andati prima in Serbia (da una zia) e poi in
Montengro e quindi in Italia tramite il solito traghetto di
clandestini. Appena arrivati sono stati espulsi, ma nel frattempo
avevano raggiunto Firenze e incontrato Paola, che proprio
nell’estate del 1999 aveva imparato a preparare da sola i ricorsi
contro le espulsioni. Dopo qualche tempo è stato riconosciuto loro
lo status di rifugiati. Ma il “capofamiglia” è morto in un incidente
stradale, lasciando la moglie e 5 figli piccoli. Come in tutte le
culture tradizionali in questi casi sono i parenti a farsi carico
della vedova e dei bambini, in particolare i genitori e il fratello.
Così dal Kosovo sono arrivati i suoceri, mentre il fratello è venuto
dalla Germania, dove aveva trovato asilo e un lavoro. Adesso vivono
tutti al Poderraccio, ma abusivamente. Il fratello ha presentato
nuovamente la domanda di asilo in Italia, ma quasi certamente gli
sarà respinta, perché aveva già in corso la procedura in Germania e
in base all’accordo di Dublino avrebbe dovuto restare là.
Il
caso di questa famiglia Askalija ci permette di notare le differenze
di approccio dei vari paesi europei. In Germania la questione dei
richiedenti asilo e degli immigrati è regolamentata da leggi. Chi
può essere accolto, viene accolto con casa e lavoro, chi non ha
diritto all’asilo politico e non ha un lavoro viene respinto non con
un semplice foglio di via, ma caricandolo su un aereo (procedura che
in termini tecnici si chiama “deportazione”). Questo è quello che
avviene in gran parte del Nord Europa e che da qualche tempo ha
cominciato a verificarsi anche in Italia. Nel Nord Europa però chi
viene accolto non è trattato come un pariah, ma ottiene una serie di
facilitazioni: corsi di lingue, alloggio e lavoro. In Italia invece,
se da un lato le espulsioni sono meno sistematiche, dall’altro
l’accoglienza è del tutto assente, favorendo situazioni di
emarginazione ed illegalità.
Il campo “autorizzato” e il nuovo campo
L'Italia è l'unico paese d'Europa a segregare i
Rom nei "campi" impedendone ogni integrazione.
Essendo da più tempo nel campo, questa
famiglia di Askalija vive nel campo “autorizzato”. Le baracche sono
più curate e le strade asfaltate, per il resto è molto simile al
campo abusivo. Il campo autorizzato è circondato da una rete
metallica e protetto da una guardiola in cui alcuni Rom, stipendiati
dal Comune, fanno una specie di servizio di portineria. Questo
sistema di recinzione sembra sia stato uno dei motivi per cui è
morta una bambina nell’incendio che c’è stato nel 2000. La guardiola
impedisce di fatto ai visitatori di entrare liberamente nel campo e
aumenta la distanza fra chi è dentro e chi è fuori.
 Uscendo ci mostrano il
“nuovo” campo nomadi che stanno costruendo. Pare che molte
associazioni di volontariato abbiano criticato l’ipotesi di
costruire un altro campo, ma c'è chi non è poi così critico verso
questa decisione. Spesso i Rom che vanno a vivere nei quartieri con
i fiorentini non si trovano bene. Si sentono emarginati e non
possono contare neanche sulla rete di parenti e sulla solidarietà
che invece c’era nel campo. In più di un caso hanno preferito
addirittura tornare nel campo. Il nostro modello di vita è
difficile da sostenere per un popolo che ha uno stile di vita così
diverso dal nostro e così poche opportunità di integrarsi. In
ogni caso fra i Rom ci sono molte aspettative verso il nuovo campo.
Le strade sembrano larghe e le piazzole ben fatte. “ Le
costruiscono per noi, vero?”, mi chiede un bambino speranzoso.
Sinceramente non so come saranno previste le assegnazioni degli
alloggi. Capisco che dal punto di vista di chi vive nel campo
adesso, la costruzione di un nuovo campo più confortevole sia un
passo avanti, ma non posso non pensare che questo sia un sistema di
segregazione organizzato e che in questi ghetti si chiudono persone
che in realtà non siamo disposti ad accettere che vivano fra noi.
Non è un caso che l’European Roma Rights Center abbia definito
l’Italia “ il paese dei campi” nel suo rapporto sulla
situazione dei Rom nel mondo (Cfr. Il paese dei campi. La
segregazione razziale dei Rom in Italia, serie “Rapporti
nazionali”, n. 9, ottobre 2000). |