A tutta l'umanità!
Che non si possano trovare spazi così vasti,
pianeti così freddi,
cuori e menti così vuoti
da non riuscire a riempirli di calore e d'amore!
- Garth, "Il sogno d'un folle", Star Trek, TOS
Data probabilmente direbbe che la cultura è quando "si condividono gli schemi di significato", cioè l'insieme del sapere scientifico, culturale e delle tradizioni comuni ad un gruppo di persone (in genere un popolo).
Le persone che guardano Star Trek condividono queste caratteristiche?
Di sicuro abbiamo un linguaggio speciale e un insieme di simboli noti soltanto a noi; chi più chi meno, tutti conosciamo la storia, le usanze, il sapere scientifico di Star Trek. Si può quindi affermare che Star Trek è una forma di cultura.
In queste pagine ci proponiamo di studiare la cultura di Star Trek e in particolare le implicazioni filosofiche ed etiche del telefilm.
Soprattutto all'estero vi è una vasta letteratura sull'argomento e Star Trek viene utilizzato perfino da professori universitari per esemplificare teorie complesse, oppure come soggetto stesso di studio, sia dal punto di vista letterario, sia per la filosofia del diritto, la filosofia morale etc. Nel nostro piccolo cercheremo di portare all'attenzione degli appassionati italiani questi temi e, per quanto possibile, di contribuire alla discussione generale su questi argomenti.
"Molti miti sono basati sulla verità"
- Spock, "Viaggio verso Eden", TOS
"Mi fa piacere vedere che vi sono differenze fra noi.
Forse uniti saremo migliori della nostra somma"
- Surak di Vulcan, "Sfida all'ultima sangue", TOS.
È difficile definire il sistema filosofico predominante nella società e nella cultura di Star Trek perché non esiste alcun sistema dominante.
La Weltanschaung di Star Trek, e segnatamente della Federazione, è del tutto antiassolutistica, contraria a quei sistemi universali che tutto vogliono spiegare e che tutto pretendono di sapere e che hanno caratterizzato la cultura occidentale (e non solo occidentale, ma si potrebbe dire terrestre) degli ultimi secoli. In Star Trek queste certezze assolute mancano, perché l'idea stessa di assoluto e di una qualsiasi civiltà basata su principi assoluti e monologici, è oggettivamente sorpassata dalla pluralità dei punti di riferimento culturali della Federazione.
Una cultura basata su queste premesse vede nella differenza un valore da tutelare, non un problema da risolvere. Il rispetto per le altre culture è quindi qualcosa di più che una posizione diplomatica, è il presupposto stesso dell'esistenza della Federazione, nella quale, ricordiamolo, convivono centinaia di razze diverse, ognuna con la propria visione del mondo. La capacità di contenere in se gli opposti è forse la più grande utopia di Star Trek.
Mostrandoci però una società dove questo accade, l'utopia (nel senso di "luogo che non è"), non è più tale: Star Trek è per questo anche un modello di convivenza possibile. Qualche esempio, americano:
Quando l'attrice che impersonava Uhra prese in considerazione l'idea di uscire dal cast, intervenne Martin Luther King in persona a fermarla: era la rappresentazione della vittoria futura del movimento per i diritti civili. Whoopy Goldberg dice che da bambina, vedendo Uhra, pensò che nel futuro ci sarebbe stato un posto anche per lei nella società.
"per arrivare là dove nessuno è mai giunto prima"
- dalla sigla iniziale di Star Trek.
Schopenauer definiva l'essere umano come l'essere 'mancante', sempre alla ricerca di una spiegazione ulteriore. L'istanza del cercare, dell'esplorare è in Star Trek conseguenza diretta di una società pluralista: poiché niente è dato in modo univoco, ma tutto è parziale, temporaneo e aperto a possibili reinterpretazioni e punti di vista differenti, la ricerca diventa un aspetto essenziale dell'esistenza. Questa ricerca però non mira a cercare un nuovo assoluto, ma a cercare ulteriori spiegazioni, ulteriori significati, ed è quindi, per ovvi motivi, una ricerca infinita, ed anche per questo proiettata verso il futuro.
Nella nostra società il futuro è appannaggio dell'utopia, della catastrofe o della fantascienza. Pochi scienziati, e ancor meno politici sono in grado di guardare oltre il loro naso, se non per terrorizzare o per tranquillizzare. Colpisce quindi una società completamente proiettata verso il futuro come quella di Star Trek. Ad esempio, quando viene scoperto che la velocità curvatura, può generare delle fratture nello spazio-tempo, subito viene deciso di ridurre al minimo i viaggi a curvatura ("Inquinamento spaziale", TNG): sono entrati in gioco i diritti delle generazioni future, ai quali nella nostra società, pochi pensano.
"Poiché il diritto di ogni essere senziente a vivere secondo la sua naturale evoluzione culturale è considerato sacro, nessun membro della Flotta Stellare interferirà con lo sviluppo normale e salutare di una cultura o forma di vita aliena. Tale interferenza include l'introduzione di conoscenze, tecnologia, armamenti superiori in un mondo la cui società sia incapace di utilizzare saggiamente tali innovamenti. Il personale della Flotta Stellare non può violare la Prima Direttiva, neanche per salvare le proprie vite o le proprie navi, a meno che non agiscano per rimediare ad una precedente violazione o ad una contaminazione accidentale della cultura in oggetto. Questa direttiva ha la precedenza su tutte le altre considerazioni, e comporta la massima obbligazione morale".
Una conseguenza poco amata dell'essere una cultura e una società pluraliste e rispettose per l''altro', quale abbiamo visto essere la società di Star Trek, è la Prima Direttiva, spesso vista come una regola disumana e poco comprensibile: ad esempio nel caso in cui si debba lasciar morire un intero pianeta pur di non interferire, come in "Terra Promessa" (TNG). Anche in questi casi estremi, la domanda che sta alla base della 'non azione' prescritta dalla Prima Direttiva è: chi siamo noi per decidere della vita e della morte di un intero pianeta? Abbiamo noi questo diritto? Anche se per molti, appare del tutto mostruoso il non intervenire anche in questi casi, bisogna riconoscere che il quesito non è peregrino (vedi Una cultura pluralista e policentrica).
La scelta di basare l'intera esplorazione sull'ideale di non interferenza è dovuta al profondo rispetto di Star Trek per tutto ciò che è 'altro'. Essere in grado di affrontare il problema della comunicazione con l''altro' è infatti uno dei requisiti stessi richiesti ad ogni capitano e comandante di astronavi.
Se l'intera esplorazione è basata sull'ideale di non interferenza, ciò non è un caso, ma trae origine da un altro dei valori portanti del mondo di Star Trek: la preservazione della memoria del passato.
L'essere umano ha una dimensione storica e culturale: quello che differenzia l'essere umano dagli altri animali (o in questo caso cosa differenzia gli esseri senzienti dagli altri esseri) è proprio l'avere una cultura, un retaggio, una storia. Non quindi Storia come magistra vitae, ma Storia come una studio delle fasi dell'esistenza culturale di una civiltà, indispensabile per capirne gli sviluppi presenti e quelli futuri. Solo in questo senso la storia può avere anche qualcosa da insegnare. In questo caso, le esplorazioni compiute dal genere umano nel passato ci insegnano che, anche con le migliori intenzioni, l'incontro affrettato fra due culture, è degenerato quasi sempre in scontro.
La comunicazione è un'arte difficile, non solo e non tanto per i problemi linguistici (problema ovvio, accantonato abilmente con l'espediente scenico del traduttore universale), ma soprattutto per motivi culturali. Il comunicare stesso è una forma culturale e i modi di comunicazione stessi variano fra le culture (notevole su questo la puntata "Darmok", TNG). Anche i contenuti che si vogliono comunicare possono non essere gli stessi. La cultura di Star Trek, essendo una cultura pluralista, è forse fra le più adatte a comunicare con una cultura aliena, poiché sa adattarsi. Riveste quindi particolare interesse per la Federazione il problema del ricevente: è questi in grado di capire i contenuti che voglio comunicare con lui? È interessato a capirli? Ma soprattutto: è giusto che li capisca?
Quest'ultima domanda è forse la più importante perché è la meno banale. La cultura di Star Trek ci appare superiore, ma probabilmente non ammetterebbe una tale definizione gerarchica. Non vi sono culture 'superiori' perché non vi sono culture 'inferiori'. Ogni contatto di una cultura progredita scientificamente (ma anche eticamente), con un'altra cultura, è destinato a cambiarla irreparabilmente, anche se questo a volte appare desiderabile alla nostra morale (per esempio una cultura basata sulla repressione dei 'diversi' come quella di "Il Diritto di Essere", TNG). Il danno alla cultura peculiare di una società è una danno al futuro stesso: questa cultura, forse, in futuro avrebbe potuto produrre e scoprire significati che non ci sono ancora chiari. Per non menzionare il fatto che le verità rivelate non sono mai altrettanto buone come le spiegazioni conquistate.
Quando allora comunicare con una cultura 'aliena'? La Federazione si è data un preciso limite per l'applicazione della Prima Direttiva: qualsiasi società scopra la velocità curvatura, viene contattata, le viene spiegato che esiste una Federazione, basata su certi principi, e viene invitata a partecipavi. Alcuni decidono di farlo, altri no, ma mantengono contatti nei casi di emergenza (isolazionisti), altri invece non ne vogliono sapere di alcun tipo di contatto (xenofobi).
La linea di demarcazione costituita dalla velocità curvatura è stata scelto per un motivo pragmatico: un popolo che abbia scoperto la velocità curvatura, scopre, ipso facto, l'esistenza di altre culture, di altre forme di vita etc. Le precauzioni che vengono prese al primo contatto, mostrano come gli scrupoli che hanno originato la Prima Direttiva siano ancora esistenti, e si cerca di minimizzare l'impatto ormai comunque inevitabile.
La critica che si può fare è che può sembrare che la Federazione sia impegnata nella preservazione 'museale', delle civiltà minoritarie esistenti. La Prima Direttiva inoltre è stata spesso accusata di essere spietata, ed oggettivamente spesso lo è. La pietà d'altronde è un'emozione umana (come direbbe Spock), che spesso porta a risultati del tutto diversi da quelli che l'oggetto della pietà avrebbe voluto. Faccio qualche esempio tratto dalla storia terrestre, ricchissima di simili esempi. Racconta Bernal Diaz, un testimone della Conquista delle Americhe:
"Gesù permise che il cacicco diventasse cristiano: il monaco lo battezzò e chiese e ottenne dal governatore che il cacicco non fosse bruciato, ma impiccato".
Dal punto di vista del cristiano, e soprattutto del cristiano dell'epoca, il monaco ha salvato la vita eterna del cacicco e gli ha risparmiato una morte atroce; ma dal punto di vista del cacicco pagano, è servita poi a molto la pietà del monaco?
Nel rapportarsi con una cultura 'altra' (aliena), bisogna capire che 'altri' sono i valori, e non è detto che ciò che a noi pare giusto o ingiusto, lo sia realmente anche per l''altro'.
Vi sono innumerevoli puntate che trattano di questo tema, ma l'esempio più calzante è forse quello dei rapporti con i Klingon: durante il Primo Contatto i rappresentanti della Federazione cercarono di cambiare la struttura della società Klingon e questo portò dapprima alla guerra civile nell'Impero Klingon e poi alla guerra con la Federazione.
Eppure resta la sensazione che spesso la Prima Direttiva somigli più al "principio di non interferenza negli affari privati di un altro Stato" che ha portato a tanti lutti e ingiustizie nella storia del nostro secolo. E sicuramente c'è del vero. In una puntata, "I terroristi di Rutia" (TNG), la questione viene affrontata, senza apparente soluzione. Dice il capo dei terroristi a Picard:
"Capitano, per molti versi la Federazione è da ammirare, ma c'è una punta di vigliaccheria morale nei vostri rapporti con i pianeti non allineati. Voi state facendo affari con un governo che ci schiaccia e sostenete di non essere coinvolti, invece siete tremendamente coinvolti e vi rifiutate di sporcarvi le mani."
La grandezza di Star Trek sta anche nel presentare le proprie debolezze. I frequenti esempi in cui la Prima Direttiva entra in conflitto con i principi etici basilari, e ancor più i numerosi esempi in cui essa viene violata, stanno a testimoniare come la Prima Direttiva non sia considerata come un principio assoluto, ma semplicemente come la miglior regola che si sono saputi dare di fronte ad un problema complicatissimo come quello dei rapporti con l''altro' in un contesto estremo come quello dell'esplorazione spaziale.
Il nome stesso 'Direttiva' indica una indicazione di massima, non un imperativo categorico. La morale della società di Star Trek non è di tipo catechistico, non pretende cioè di sapere sempre ciò che è bene e ciò che è male; è piuttosto una morale elastica, come è giusto che sia, perché infiniti sono i contesti di applicazione dei principi morali. Una morale elastica, una morale a là Nietschke, è infatti la miglior morale per una società di persone intellettualmente capaci quale quella di Star Trek, in un contesto estremamente dinamico come quello dello spazio.
Anche se la Prima Direttiva è un Ordine Generale dato ai comandanti, ed è quindi formulata in modo assai preciso, è abbastanza probabile che le spiegazioni date da Picard, e prima ancora da Kirk, nei numerosi casi in cui entrambi l'hanno violata, debbano essere state ritenute sufficienti, perché non si è mai saputo di nessun serio provvedimento preso nei loro confronti per aver violato la Prima Direttiva.
Questo atteggiamento verso chi, in coscienza, decide di non seguire un ordine, è precisamente l'atteggiamento che ci si aspetta da una società che ha saputo far tesoro degli errori del passato terrestre, quando indicibili crimini sono stati commessi nascondendosi dietro l'obbedienza agli ordini. (Vedi anche Violenza e non violenza in Star Trek e Significati Profondi della Kobayashi Maru)
Una società 'utopica' quindi, dove però i conflitti esistono e vengono discussi, non esorcizzati, né sublimati, né repressi. La Prima Direttiva, in quanto soluzione parziale (tutte le soluzioni sono parziali!), viene continuamente rimessa in discussione, e in alcuni casi abbandonata, proprio perché non vi sono regole certe e immutabili, ma il contesto può essere più importante della regola.
La Prima Direttiva non è sta quindi a rappresentare quindi una cultura indifferente per le ingiustizie, tutt'altro. Quante volte abbiamo visto Picard, e anche Kirk, rischiare la sicurezza stessa della nave per rispettare un principio (si pensi al principio 'minimalista' di "preservare la vita").
-Mio Dio , Bones , che cosa ho fatto?
-Quello che doveva fare, quello che fa sempre,
mutare la morte in una continua lotta per la vita.
- Kirk e McCoy, Alla ricerca di Spock.
"Ci sono sempre alternative"
-Spock, Kirk, Picard, Worf, altri
L'esistenza non può avere un lieto fine: la morte è inevitabile e fa parte della vita. Dalla Zona Neutrale arriva una richiesta di soccorso e non ci sono altre navi in zona: se andate in soccorso della nave nei guai, violate la Zona Neutrale (rischiando la guerra con i romulani); se non ci andate l'equipaggio della nave in pericolo morirà. Decidete di andare in soccorso della nave e scoprite così che è una trappola per distruggervi e scatenare una guerra attribuendo a voi la colpa. Se però non ci foste andati, l'equipaggio sarebbe morto. Si tratta infatti di un test che viene fatto ai cadetti all'Accademia: una situazione in cui è impossibile vincere, qualsiasi cosa facciate.
Il modo in cui si affronta l'inevitabile è un test caratteriale estremamente importante: il carattere viene rivelato dalla passione e dalla tenacia con cui si combatte per la salvezza, facendo il possibile per trasformare l'inevitabilità della morte in una lotta per la vita. Ma la Kobayashi Maru è di più che una semplice 'prova del fuoco' o di un test caratteriale.
Non è un caso infatti che questo test porti un nome giapponese. La Kobayashi Maru infatti può rientrare a buon diritto tra i koan della filosofia zen. Il koan è un enigma insolubile, un paradosso che il Maestro propone al discepolo per aiutarlo a scoprire l'inadeguatezza di ogni sforzo razionale a scoprire la realtà ultima. Lo scopo del koan è quello di produrre il vuoto di coscienza. Probabilmente era questo il significato originario che chi ha inventato il test voleva dare alla Kobayashi Maru: far accettare ai cadetti l'inevitabilità della morte.
Eppure non è neanche questo il significato ultimo della Kobayashi Maru: in essa sono racchiuse le basi etiche stesse della filosofia della Federazione.
La prima missione della Flotta Stellare è quella di 'Preservare la vita'. La Kobayashi Maru insegna agli ufficiali della Flotta Stellare quanto la vita sia preziosa; insegna a cercare fino all'ultimo il modo per preservarla.
Kirk, come è noto, è l'unico ad aver superato la Kobayashi Maru ... truccando il test! In qualsiasi esercito/università sarebbe stato quantomeno espulso, la Flotta Astrale invece lo ha decorato. Ecco l'essenza stessa di Star Trek: trovare una terza via, senza compromettere mai il fine ultimo, né i principi etici. Forzare un paradosso non solo è un modo accettabile per cavarsela, ma è un modo di fare del tutto auspicabile e encomiabile per un ufficiale.
La Kobayashi Maru è molto più di un test caratteriale quindi, è un test che rivela l'attitudine al comando, inteso come capacità di non accettare l'inevitabile, rimettendo tutto sempre in discussione fino a trovare un'alternativa accettabile.
"C'è anche un altro modo di sopravvivere,
attraverso la fiducia e l'aiuto reciproco".
- Kirk, "La forza dell'odio"
Su come funzioni complessivamente la società di Star Trek sono state fatte molte speculazioni: c'è chi l'ha definita fascista e militarista, e chi al contrario l'ha definita comunista, e chi infine l'ha definita come iper-liberal ed eccessivamente politically correct (e quindi autoritaria). Vorrei provare anch'io a fare la mia speculazione in proposito.
Innanzitutto: cosa sappiamo noi della società di Star Trek?
Stando a Star Trek, the Role Playing Game:
"la Federazione Unita dei Pianeti è un'alleanza politica interstellare composta da sistemi di governo planetario autonomi. In quanto organizzazione democratica rappresentativa, è governata dal Consiglio della Federazione, al quale ogni pianeta membro invia delegati. I due compiti principali della Federazione Unita dei Pianeti sono la protezione dei propri cittadini e l'esplorazione della galassia, entrambi intrapresi dalla Flotta Stellare".
Come si può vedere la Federazione ha un governo molto 'leggero'; in sostanza le è affidato il monopolio della violenza e l'esplorazione. Questa definizione però ci dice poco su come funzioni complessivamente la società della Federazione.
In una puntata, dopo un viaggio nel tempo, Deanna spiega a Mark Twain:
"La povertà non esiste più sulla Terra da molti anni, ed insieme ad essa sono scomparse molte altre cose: lo sconforto, la disperazione".
Nel 21esimo secolo, dopo il Primo Contatto con i vulcaniani - e dopo le atroci guerre di quel secolo - i terrestri sembra abbiano cominciato a ricostruire la loro società su altre basi. Picard in "Primo Contatto" dice:
"I soldi non esistono più nel ventiquattresimo secolo. Il profitto e la ricchezza non sono più le forze conduttrici; lavoriamo per un'umanità migliore"
Quindi i soldi non esistono (almeno all'interno della Federazione), sappiamo che non è più il profitto a guidare l'economia, e che il miglioramento di se stessi è il fine ultimo di ogni essere umano e della società stessa.
Ma come vive un cittadino della Federazione? Quasi sempre vediamo piccole colonie rurali, centri di ricerca, laboratori etc. disseminati su vari pianeti. Le persone sembrano per lo più impegnate in attività intellettuali di vario tipo, o anche a lavori artistici o manuali in proprio. Che tipo di società è mai questa?
Come è stato possibile realizzarla?
Lo sviluppo scientifico in Star Trek sembra aver risolto i principali
bisogni dell'homo tecnologicus: energia a volontà per alimentare macchine che
fanno i lavori più umili, cibo e oggetti vari a volontà (grazie ai replicatori).
Questo rende plausibile una modifica sostanziale del sistema economico. Quali
bisogni infatti restano da soddisfare? Prevalentemente quelli culturali, che
paiono essere le principali preoccupazioni di tutti i cittadini della
Federazione. Se la famiglia di Picard coltiva le viti, lo fa per piacere
personale, non certo per necessità.
Qualcuno sostiene che questa "mancanza di fantasia" in campo economico - il non aver immaginato megacorporazioni multiplanetarie etc., mega-trust e speculazioni al di là dell'immaginabile - sia una delle principali debolezza di Star Trek. Chi ha mai detto che in campo economico si debba andare verso una sempre maggiore complessità del sistema economico in cui adesso noi viviamo (il capitalismo)? Non si può ipotizzare invece che in futuro
- grazie allo sviluppo tecnologico - si andrà vero una forma di economia più semplice, più sostenibile, più ecologica, e più ... 'umana'?
Anche nell'ambito politico, perché mai dovremo essere per sempre vincolati ai sistemi politici esistenti, senza possibilità di metterli in discussione o di proporne di nuovi?
Io credo invece che Star Trek sia stato molto fantasioso nell'immaginarsi una società che, in fondo, è basata sulla semplicità.
"L'armonia di una tale società viene ottenuta, non dalla sottomissione ad una legge, né dall'obbedienza ad una autorità, ma dal libero accordo concluso fra vari gruppi [...] liberamente costituitisi [...] per la soddisfazione dell'infinità varietà di bisogni e aspirazioni di un essere civile."
Questa non è la definizione della Federazione Unita dei Pianeti, ma dell'anarchia, così come veniva data dall'Enciclopedia Britannica nel 1910. Io credo infatti che la forma della società di Star Trek sia essenzialmente ispirata al filone del socialismo utopistico libertario. Tale filone - messo da parte nel '900 da altre 'utopie' - prevedeva un modello di vita più semplice, più ecologico, uno sviluppo più sostenibile e ... più piacevole.
Noam Chomsky dice in proposito:
"un sistema decentralizzato di tipo federativo, formato da libere associazioni che incorporano istituzioni socio-economiche costituirebbe quello che io chiamo anarco-sindacalismo. Secondo me questa è la forma più appropriata di organizzazione sociale per una società tecnologicamente avanzata, in cui ormai non c'è più alcun bisogno, né ragione, che gli esseri umani siano degradati al livello di strumenti o di ingranaggi di una macchina."
E' interessante notare anche che, stando a quanto è possibile vedere, non
sembra neanche che il sistema economico della Federazione sia centralizzato o
pianificato, anche perché lo stato praticamente non esiste. Si potrebbe quindi
anche ritenere che essa non sia altro che la 'normale' evoluzione della società
liberista verso una società libertaria. D'altronde entrambe sono versioni
dell'ideologia liberale, cioè l'ideologia parlamentare più vicina all'anarchia
(e non a caso 'libertarian' per gli americani coincide con 'anarchico').
"Se questa fosse una democrazia, discuterei il suo consiglio,
ma questa non è una democrazia".
- Kirk a un guardiamarina, durante una battaglia.
Un anarchico libertario però rimarrebbe probabilmente inorridito dal sentir dire che Star Trek rappresenta l'anarchia, perché è del tutto evidente che la Flotta Stellare - soggetto del telefilm - è un'istituzione gerarchica, e quindi contraria alle più elementari regole dell'anarchia. Cerchiamo però di capire meglio cosa significa il 'militarismo di Star Trek'.
Alcuni si chiedono perché debba essere l'esercito ad esplorare l'universo? perché non lo fanno i civili?
Innanzitutto va detto che la Flotta non è un organismo militare, o almeno non soltanto, stando a Star Trek, the Role Playing Game, nel quale la Flotta viene descritta come un
"corpo semi-militare, agisce per il mantenimento della pace, il rispetto della legge, il regolare svolgimento delle transazioni e l'esplorazione. La Flotta Stellare non intraprende azioni di conquista, ma assicura la pacifica coesistenza tra i cittadini della Federazione. L'utilizzo della forza non è consentito se non come ultima risorsa".
Picard, nell'episodio "una perfetta strategia" è ancora più drastico:
"La Flotta non è un organo militare. Il suo scopo è l'esplorazione".
L'esplorazione di un universo abitato da molte specie senzienti, non tutte amichevoli, è naturalmente una missione pericolosa ed è per questo motivo che viene affidata principalmente a quelli che ai nostri occhi appaiono come 'militari'. Eppure vi sono anche civili sull'Enterprise. Il significato di questa scelta è spiegato da Troi in una puntata: Picard, in vista di un grande pericolo che la nave sta per affrontare le chiede come mai vi siano civili sulla nave, quando l'Enterprise può in qualsiasi momento essere mandata nella Zona neutrale ad affrontare i Romulani; Troi gli risponde che è illusorio credere di poter garantire la salvezza delle persone tenendole sulla Terra. In un episodio del vecchio Star Trek ("Specchio, specchio", TOS) vi è un universo parallelo dove gli esseri umani hanno deciso di non esplorare lo spazio, restando al sicuro nel proprio pianeta; ma i romulani finiscono con lo scoprire la Terra indifesa e conquistarla. La morale è che non c'è sicurezza senza affrontare il pericolo. Quello che muove l'esplorazione nel XXIV secolo non è solo la curiosità scientifica, ma anche una questione di sicurezza. Per questo la missione è affidata ai militari. Ma qual è però il senso dell'essere un membro della Flotta Stellare? Com'è concepito l'esercito nel XXIV secolo?
Come abbiamo detto alla Flotta Stellare è il principale organismo della Federazione, e data la forma statate quasi inesistente, è normale che si finisca con l'identificarle. Poiché oltre all'esplorazione è affidata alla Flotta buona parte della ricerca scientifica di punta. È inutile negare che questo non abbia dei riflessi nell'intera struttura della società, dove sembra che la Flotta Stellare sia considerata come una delle istituzioni più importanti, soprattutto dal punto di vista scientifico, culturale e di prestigio. È per questo la Federazione una società gerarchica?
La Flotta Stellare è gerarchica, come negarlo, ma non esiste niente di simile a una leva obbligatoria; quindi la gerarchia cui sono sottoposti i membri di Flotta Stellare è pur sempre volontaria.
Per gli anarchici e gli antimilitaristi in genere, anche l'esercito professionista è una cosa negativa, perché lo Stato in questo modo addestra ad uccidere. Ma questo caso è, secondo me, diverso perché, come abbiamo visto, non esiste uno Stato così come il nostro, ma una Federazione assai simile a quella vagheggiata dagli anarchici. Tale Federazione è più che degna di essere difesa e non insegna certo ai suoi cittadini ad uccidere, dato che i suoi principi sono il rispetto per la vita e il rispetto per l'altro (Prima Direttiva e Ordini Generali 2 e 4).
Fra i membri della Flotta vi sono rapporti gerarchici, è vero, ma soltanto perché sono quelli più adatti al fine della Flotta, che è la difesa. Infine in questo esercito l'obbedienza non è una virtù, e disubbidire a ordini che si ritengono ingiusti è accettabile e in alcuni casi meritevole (vedi Significati Profondi della Kobayashi Maru).
Abbiamo quindi un esercito gerarchico, ma nel quale però l'obbedienza cieca non è certo una virtù, un esercito che fa di tutto per non uccidere, utilizzando essenzialmente mezzi non violenti, un esercito che non è emissario di un governo, ma ha come referente una società pluralista, libertaria e 'utopica', un esercito la cui Prima Direttiva è quella di non disturbare lo sviluppo delle altre società.
Non è lecito pensare che, data la necessità della difesa, la Federazione abbia fatto una deroga ai suoi principi antiautoritari ed abbia perpetuato la forma 'esercito', sia pure smussandone le caratteristiche peggiori e non necessarie?
D'altronde vi sono esempi di eserciti anarchici in caso di necessità. Racconta George Orwell, che ha militato nelle milizie volontarie anarchiche del POUM nella Guerra di Spagna:
"In teoria, ad ogni grado, la milizia era democratica e non gerarchica. Era chiaro che si doveva obbedire agli ordini, ma era chiaro anche che quando davi un ordine, lo davi da compagno a compagno e non da superiore a inferiore. C'erano ufficiali, ma non c'erano ranghi militari nel senso classico: nessun distintivo, stelletta o saluto. [...] Naturalmente non vi era perfetta uguaglianza, ma non avevo mai visto una cosa che ci somigliasse altrettanto, o che sarebbe stato possibile dato i tempi." (George Orwell, "Homage to Catalonia", p. 26, traduzione mia).
In Star Trek, se pure notiamo una certa deferenza fra ufficiali di grado diverso, sembra più dovuta ad una sorta di rispetto reciproco, piuttosto che ai vincoli gerarchici (non ricordo di aver mai visto qualcuno punito perché si era comportato in modo non deferente verso i superiori). Gli ufficiali non sembrano avere particolari privilegi sui semplici membri della truppa, i gradi sono ridotti al limite minimo e non c'è alcun saluto. Non sarà proprio come la milizia del POUM, ma tanto meno somiglia ai nostri eserciti attuali!
Star Trek comunque non è mai manicheo e non è vero che la Flotta Stellare sia presentata come la migliore delle società possibili. Sia in TNG che nel Voyager vi sono personaggi che hanno avuto forti contrasti con il sistema gerarchico della Flotta (Wesley, Ro, Paris, B'eleanna), mostrando così i limiti e anche le potenziali ingiustizie di questo sistema, che essendo gerarchico è pur sempre oppressivo.
"Io sono disposto a morire per la libertà.
E nella migliore tradizione della sua civiltà,
sono disposto anche ad uccidere per questo"
- Finn ne "I terroristi di Rutia", TNG
Quale flotta può mai dedicare una delle sue navi più importanti alla persona che ha teorizzato per primo la non violenza, e cioè Gandhi? Soltanto una Flotta che accetti fra i suoi principi anche la non violenza.
L'Ahimsa di Gandhi (la non violenza) significa letteralmente: astensione dall'ingiuria. Gandhi stesso però ammetteva in casi estremi la violenza ("Credo che qualora si dovesse scegliere fra codardia e violenza, io consiglierei la violenza", Gandhi).
Da queste riflessioni si sono mossi alcuni teorici e pratici della non violenza i quali sono arrivati a teorizzare la "non collaborazione con il male" come arma suprema e l'astensione dall'ingiuria (la non violenza) come prassi auspicabile. Ad esempio Nelson Mandela ha utilizzato la non violenza come forma di lotta politica, ma non si è precluso l'utilizzo della violenza per rendere credibile il suo movimento.
Fra i teorici di questa linea di interpretazione pragmatica della non violenza prendiamo ad esempio Guenther Anders. Criticando l'atteggiamento pacifista, Anders rispondeva che anche il comandamento "Non uccidere" esigeva alcune eccezioni:
"E ciò nel caso in cui attraverso con quell'atto-eccezione vengano salvati più persone di quante ne muoiano a causa sua. Dobbiamo cioè accettare la guerra se siamo costretti. [...] Se vogliamo cercare seriamente di salvaguardare la nostra sopravvivenza, e quindi anche quella dei posteri, allora non ci resta niente altra da fare che intimorire davvero quei nostri contemporanei che veramente ci minacciano. Ciò significa [...] ogni tanto mettere in pratica queste minacce, affinché non si creda che continueremo a limitarci ad un puro teatro difensivo".
Tradotto in linguaggio trekker, questa è esattamente la seconda direttiva, cioè il secondo ordine generale ai capitani delle navi della Flotta Stellare - conosciuto in breve come: 'Preservare la vita':
"Nessun membro della Flotta Stellare farà uso non necessario della forza, sia collettivamente, sia individualmente contro membri della Federazione Unita dei Pianeti, contro i loro rappresentanti, portavoce, leader designati o contro qualsiasi membro di una specie senziente, per qualsivoglia ragione e in qualsiasi caso".
Già Kirk si basava su questo principio. Un esempio mirabile è "Gli schemi della forza" (TOS): quando Kirk viene a sapere che il pianeta Ekos ha lanciato l'assalto finale contro Zaon, uno degli abitanti del pianeta aggredito gli chiede di distruggere gli invasori e Kirk risponde: "Si, noi possiamo salvare Zaon, ma chi salverà Ekos?".
La ricerca di una terza via, che salvi entrambi i pianeti è l'unica possibile per un membro della Flotta Stellare perché qualsiasi soluzione deve rispettare il principio fondamentale del rispetto della vita. Soltanto quando tutte le vie saranno tentate è lecito l'uso della violenza, minimizzandone sempre gli effetti.
Nonostante l'evidente progresso etico della Federazione, Star Trek è sempre capace di rimettersi in discussione, un esempio ne è la puntata "Missione di Pace" (TOS): di fronte alla violenza dei Klingon, Kirk ritiene non solo necessario, ma anche moralmente corretto combattere contro di loro, e disprezza gli abitanti del pianeta Organia, a prima vista così passivi. In realtà questi innocui personaggi sono soltanto la proiezione fisica di esseri infinitamente più evoluti, disgustati sia dalla violenza 'difensiva' degli umani, sia da quella 'offensiva' Klingon.
Vi sono comunque altre puntate in cui il rispetto e la conoscenza delle teorie non violente è evidente, sia in TOS che in TNG. La non violenza di Gandhi infatti significa il rifiuto della logica della violenza. Ciò permette di trasformare la propria debolezza in un'arma. Essa è collegata a un altro importante principio gandhiano, quello della non collaborazione con il male.
In "Arena" (TOS) e in "Lo spettro di una pistola" (TOS), soltanto tenendo a freno la propria violenza si riesce a vincere. Stessa cosa in "Un arma dal passato" (TNG), quando Picard capisce che l'arma vulcaniana amplifica l'odio della persona verso cui è puntata, fino a distruggere la persona stessa. Queste possono essere definite parabole esemplificative della non violenza che probabilmente sarebbero piaciute a Gandhi stesso, il quale aveva detto: "L'odio può essere vinto soltanto con l'amore. Rispondere con la stessa moneta non fa che ampliare e acuire l'odio".
"La Flotta Stellare non è un'organizzazione che rinnega
i suoi principi quando questi non le fanno comodo!"
- Picard "La Misura di un Uomo", TNG
I Borg sono forse il nemico più temibile che la Federazione abbia mai dovuto affrontare. Questo però non giustifica che nei loro confronti venga meno il rispetto dei principi fondanti della Federazione. Mi riferisco all'uccisione da parte di Picard della regina Borg moribonda in "Primo Contatto". Vedendo quella scena al cinema, rimasi colpita per la non chalance con cui tutto ciò avveniva: Picard vede che la regina giace al suolo, ferita probabilmente in modo mortale, e cosa fa? Le si avvicina e le stronca la colonna vertebrale!
Probabilmente ciò è dovuto al fatto che è un film, e i film sono sempre più 'spettacolari' (e si sa la violenza negli USA è considerata spettacolare). L'atto forse è più consono al personaggio indurito dall'esperienza con i Borg. Ciò non toglie che tale atto vada contro i più elementari principi di Star Trek.
La regina dei Borg era sconfitta, disarmata e ferita. Fin dai tempi della Convenzione di Ginevra i combattenti feriti e disarmati sono considerati al pari dei civili, e non possono essere uccisi. Picard inoltre ha violato l'Ordine Generale Numero 2 e l'Ordine Generale Numero 8, che impongono di preservare la vita e di porre attenzione per evitare perdite non necessarie.
Picard ha insomma ucciso in modo deliberato e arbitrario un essere senziente senza che ve ne fosse alcuna necessità, contravvenendo all'ordine supremo, allo spirito stesso della Federazione e della Flotta astrale: l'ordine di preservare la vita.
Il gesto di Picard è umanamente comprensibile, data la sua esperienza personale con i Borg, ma sarebbe stato più realistico se qualcuno almeno avesse notato che comunque era stato commesso un abuso.
Pensate alla differenza con la puntata "Io Borg" (TNG), e agli scrupoli che i vari membri dell'equipaggio si fanno fino a decidere di rinunciare ad usare Tug come un'arma di distruzione contro i Borg.
Quando Star Trek fa una deroga ai suoi principi per essere spettacolare, riesce forse a raggiungere un pubblico più vasto, ma a quale prezzo? Vale la pena rinnegare anni di insegnamenti etici di così alto livello per raggiungere uno scopo che forse si poteva ottenere lo stesso con altri mezzi?
Appendice
(Tratto da un mio articolo pubblicato su “STIM - Star Trek Italia Magazine” in risposta all’articolo di Chiara Salvioni, “Il trekker relativista”).
Il dibattito sul relativismo culturale può essere fatto
risalire alla filosofia greca ed ha sempre affascinato filosofi e antropologi,
che in tutti questi secoli non hanno - per fortuna! - trovato una risposta
univoca. Dico "fortunatamente" perché non penso che esista una
riposta univoca, ma che piuttosto il valore del dibattito non stia nella
riposta, ma nel fatto stesso che ci poniamo simili questioni.
Nel XIV secolo gli equipaggi della Federazione sembrano essere vincolati da un
principio relativista quale quello della "Prima direttiva". Però ad
una più attenta osservazione, quando viene citata la Prima Direttiva in Star
Trek, sappiamo tutti bene che nel proseguio della puntata questa
"direttiva" sarà sicuramente violata! Allora qual è il valore che la
Prima Direttiva assume in Star Trek? Forse proprio la necessità di doverla
violare ogni tanto, per principi non scritti più importanti.
La
Dichiarazione Universale dei Diritti Umani
Il dibattito sul relativismo culturale è tornato
potentemente alla ribalta circa 50 anni fa, quando fu deciso di stendere il
testo della Dichiarazione Universale dei
Diritti Umani. L'idea di fondo della Dichiarazione era che in ogni società,
cultura, sistema legale, forme artistiche etc.
erano comunque rintracciabili alcuni principi fondamentali comuni che
potevano essere ricondotti sotto il nome di "diritti umani", il cui
significato ultimo non era altro che indicare che ogni essere umano ha un valore
intrinseco in quanto persona.
Facciamo alcuni esempi. Nel testo fondamentale del bramanesimo, il Mahabrattah,
si può leggere: "Non fare ad altri cioè che fatto a te provocherebbe
dolore"; nel testo buddista Udana-Varga (5-18) si legge "Non fare male
ad altri in un modo che farebbe male a te", nei dialoghi di Confucio (XV,
23) si legge: "Non fare ad altri qualcosa che non avresti voluto che altri
facessero a te"; nel taoismo (T'ai Shan Kan Ying P'ien) "Considera il
guadagno del tuo vicino come il tuo stesso guadagno e le perdite del vicino come
le tue stesse"; nella religione zoroastra (Dadistan-i-dinik, 94:5)
"Nella natura è buono soltanto ciò che si astiene dal fare ad altri
qualcosa che non è buono per se stesso", nel Talmud (Shabbat 31°, si
legge "Ciò che è odioso per te, non farlo ad altri", nel Testamento
di Matteo diventa: "Non fare ad altri ciò che non vorresti fosse fatto a
te"; e in una Sunnah musulmana "Nessuno fra voi è un credente finché
non desidera per il suo fratello ciò che desidera per se stesso".
Alla stesura del testo parteciparono personalità di tutto il mondo, e non
soltanto occidentali. Fra i più importanti fautori della Dichiarazione
ricordo Eleanor Roosevelt (statunitense), Rene Cassin (francese), Charles
Malik (libanese); il Dottor P.C. Chang, (cinese), e Vladimir M. Koretsky
(russo). Anche intellettuali di alto profilo parteciparono alle discussioni
preparatorie; fra i non occidentali mi limito a ricordare Gandhi (indiano).
Rispetto al testo iniziale si formarono diversi gruppi di pressione per
introdurre cambiamenti e aggiunte più consone alle rispettive tradizioni.
Faccio qualche esempio. L'articolo sul diritto alla proprietà fu modificato su
richiesta dei sovietici in questo modo: "Ogni individuo ha il diritto ad
avere una proprietà privata sua personale o in comune con gli altri"; su richiesta delle comunità
ebraiche fu introdotto questo comma, relativamente al diritto all'istruzione,
"I genitori hanno diritto di priorità nella scelta di istruzione da
impartire ai loro figli", perché in molti paesi le scuole confessionali
avevano cercato di convertire i bambini ebrei alla religione maggioritaria, o
"di stato". Altre pressioni da parte di stati che prevedevano pene
corporali hanno impedito un esplicito divieto di queste pratiche, per arrivare
al quale sono state necessarie ulteriori convenzioni e pareri giuridici. Il
diritto alla vita inteso come diritto a non essere "giustiziato" è
invece un esempio di diritto che non ha ancora trovato una definizione giuridica
accettata a livello internazionale (tranne che in Europa).
Diritti umani e
relativismo culturale
Già all'epoca della stesura della Dichiarazione, la discussione sul "relativismo culturale"
fu particolarmente accesa e l'Associazione degli antropologi americani decise di
rifiutare l'invito a partecipare alla discussione preparatoria "nella
convinzione che una simile dichiarazione non sarebbe stata applicabile a tutti
gli esseri umani".
Non si può infatti negare che i diritti umani siano nati come concetto in
Europa e negli Stati Uniti nel XVII e XVIII secolo. Fra l'altro le Nazioni Unite
che proclamarono all'unanimità la Dichiarazione erano però molto diverse da quelle attuali. Soltanto
58 stati ne facevano parte e molti fra gli stati africani e quelli asiatici non
erano rappresentati perché erano ancora colonie. Era insomma inevitabile che i
diritti umani fossero scritti essenzialmente secondo parametri
"europei".
Negli anni '80 e '90 molti studiosi non occidentali hanno affrontato la
questione. Va detto che nella stragrande maggioranza di essi vi è un accordo
sostanziale sul fatto che esistano effettivamente dei valori universali e che la
Dichiarazione sia un buon strumento
per descriverli. Molti fanno notare che i "valori africani" o la
"via asiatica ai diritti umani" spesso non siano altro che paraventi
creati dai dittatori locali per giustificare le loro violazioni dei diritti
umani e la loro repressione dell'opposizione e dei movimenti democratici. In
ogni caso la visione dello Stato e della società che emerge dalla Dichiarazione
risentono di alcune "pecche" tipicamente occidentali, e che sono
state ben riassunte da Prakash Sinha: innanzitutto l'individuo viene ritenuto
essere l'elemento base della società; vi è poi una preponderanza dei diritti
sui doveri; ed infine è tutta occidentale l'idea che i diritti possano essere
assicurati dalla legge e non dalla conciliazione o dall'educazione.
Uno standard legale minimo
Per la verità i diritti umani universali non cercano di
imporre uno standard culturale, piuttosto si propongono come uno standard minimo
legale per la protezione della dignità
dell'essere umano. Per questo si propongono come uno strumento flessibile. Ad
esempio il diritto all'istruzione può essere realizzato nei modi più adatti
alla cultura del paese dove esso si applica. Ciononostante i diritti umani
pongono delle limitazioni legali concrete a certe pratiche
"culturali": nessuna società può arrogarsi il diritto di rendere
legale la schiavitù giustificando questo come una necessità culturale; eppure
la schiavitù è stata un tratto caratterizzante di molte culture e società.
Va anche ricordato che la Dichiarazione è soltanto il primo di una serie di strumenti che
formano il diritto internazionale e modellano i diritti umani. Negli anni
infatti si sono aggiunte una serie di convenzioni (legalmente più forti della
Dichiarazione, che è appunto una dichiarazione di principio), varate con il
consenso di tutti e 180 gli stati del mondo. Grazie a queste convenzioni i
diritti umani si sono ampliati come concetto e sono diventati una realtà
giuridica almeno in teoria accettata da tutti gli stati del mondo.
Alla fine anche gli antropologi hanno cambiato posizione rispetto al relativismo
culturale assoluto. Si vedano in proposito gli scritti di David Bidney, Clyde
Kluckhohn e Richard Beis. Quest'ultimo ha voluto cercare le similitudini morali
fra le varie culture del mondo e ne ha identificate 22, fra cui: divieto
dell'omicidio e della mutilazione senza giustificazioni forti, giustizia
economica, reciprocità e restituzione, provvedimenti a favore dei poveri, il
diritto alla proprietà, la priorità di alcuni beni immateriali (libertà).
I pericoli di un
approccio relativista
Per vedere le possibili implicazioni negative di un
approccio relativista, è sufficiente riflette sulla questione dei diritti delle
donne. Nella Dichiarazione viene detto
più volte che i diritti si applicano a tutti gli esseri umani, senza
distinzioni di sesso, razza, religione, stato sociale etc. Ciononostante in gran
parte del mondo le donne sono considerate esseri umani di serie B, alle quali
non si applicano certi diritti umani. In molti paesi le donne sono una proprietà
dei parenti maschi, che le comprano e le vendono e talvolta hanno addirittura
diritto di vita o di morte su di loro - basti pensare ai "delitti di
onore" praticamente impuniti in molti paesi, compreso il nostro fino a
qualche decennio fa. Non è infatti solo la cultura tradizionale a discriminare
le donne, spesso le leggi stesse pongono gravissime discriminazioni. È noto il
caso dei Talebani in Afghanistan, ma anche in Arabia Saudita e Sudan vi sono
delle leggi simili, che impongono loro un certo abbigliamento e che vietano alle
donne di uscire non accompagnate dal marito, tanto da farne delle prigioniere
nelle loro stesse case soltanto a causa del loro genere sessuale. Questi stati
hanno invocato la differenza della loro cultura per giustificare queste loro
leggi. Ma la cultura non è un'entità unica. Le donne che si ribellano a queste
imposizione non fanno forse parte di quella cultura? Le donne persiane che
l'anno scorso hanno manifestato per "il diritto di scelta" se mettersi
il chador oppure no, l'hanno fatto invocando principi musulmani.
È difficile quindi sostenere che un'intera cultura non si accorda con i diritti
umani. È più facile che alcuni suoi gruppi dominanti non si accordino con i
diritti umani e cerchino di soffocare le voci dei loro stessi dissidenti che
richiedono quei diritti.
Un approccio totalmente relativista impedirebbe agli attivisti per i diritti
umani occidentali di occuparsi di simili questioni; un approccio pluralista
invece permette alle donne che vivono sulla loro pelle la persecuzione di
chiedere e magari ottenere l'intervento di attivisti occidentali per aiutarle in
questa battaglia.
L'approccio pluralista riconosce l'esistenza di differenze, ma non vieta di dare
giudizi su quelle moralmente inaccettabili e di far proprie richieste di aiuto
provenienti da altre culture.
D'altronde l'applicazione estrema del principio relativista può trasformarsi in
una forma di razzismo non dichiarato. Infatti ribadendo le differenze, si
finisce con il vedere solo quelle, e minimizzare o addirittura negare le affinità
culturali.
E Star Trek?
La Prima Direttiva - l'obbligo a non interferire con lo
sviluppo delle società aliene non in possesso della velocità curvatura -
è chiaramente ispirata al principio del relativismo culturale. Nella sua
formulazione classica, la prima direttiva fa riferimento un "diritto di
ogni essere senziente [così sono chiamati di diritti umani nel mondo di Star
Trek] a vivere secondo la sua naturale evoluzione". Tale diritto è
considerato addirittura "sacro" - una parola usata raramente dalla
Federazione!
La scelta di basare l'intera esplorazione sull'ideale di non interferenza è
dovuta al profondo rispetto di Star Trek per tutto ciò che è 'altro' e sul
rispetto verso il progresso evolutivo altrui. Se la Flotta stellare fosse
impegnata in un'opera "missionaria" di "conversione" ai suoi
principi di tutti i popoli che incontra, priverebbe la sua società pluralista
di molti possibili apporti positivi. Per preservare il pluralismo è necessario
rispettare le pluralità delle varie culture e permettere loro di svilupparsi
senza interferenze. Forse allora sarebbe più corretto dire che la cultura di
Star Trek è "pluralista", e come tale si avvale di un principio
relativista, la Prima Direttiva, nei rapporti con le altre società.
Quando però guardiamo le puntate di Star Trek come spettatori sappiamo bene che
se viene citata la prima direttiva, è segno che nel proseguio della puntata
tale direttiva sarà violata. È noto che sia Kirk, sia Picard e altri
comandanti hanno spesso violato la Prima direttiva e sempre per questioni di
principio.
Ci sarebbero molte puntate di TOS che potrebbero essere citate, ma
concentriamoci sulla serie The Next
Generation visto che è andata in onda mentre si stava svolgendo il
dibattito su universalità e relativismo culturale per quanto riguarda i diritti
umani.
Nella puntata "Giustizia Sommaria" viene detto che Picard ha violato
la Prima Direttiva ben nove volte. Si ritiene comunemente che questo sia
accaduto nelle seguenti puntate: ne "Il giudizio" per salvare Wesley
dalla condanna a morte; in "Missione di soccorso" per salvare i
sopravvissuti di una nave caduti in un mondo governato dalle donne e dove gli uomini sono cittadini
di serie B; in "Amici per la pelle" quando Data ha fatto amicizia via
onde radio con una ragazza di un pianeta che sta per distruggersi; ne
"L'avventura del Mariposa" quando un popolo che aveva eliminato i
rapporti sessuali riproducendosi per clonazione viene costretto a vivere con un
altro popolo, i bringloidi, per poter sopravvivere; ne "Le insegne del
comando" quando l'Enterprise impedisce a un vascello Sheliak di distruggere
una colonia della Federazione insediatasi in un pianeta degli Sheliak; in
"Prima direttiva" quando una missione di antropologi della Federazione
viene scoperta dagli abitanti di un pianeta proto-Vulcaniani che finiscono con
il credere che Picard sia un Dio; ne "I terroristi di Rutia" quando
Picard e la Chrusher vengono salvati con un'azione di commando da un pianeta
dilaniato da una guerra civile; in "Sorelle" quando un'azione di
commando rischia di modificare gli equilibri di potere di un pianeta; e infine
in "Primo contatto" dove la prima direttiva viene violata per salvare
Riker che era in missione in un pianeta tendenzialmente isolazionista.
Come si può vedere in tutte queste puntate la Prima Direttiva è stata più
volte violata quasi sempre per poter salvare la vita a qualcuno. Eppure in altre
puntate la Prima direttiva viene rispettata fino in fondo, anche se questo
comporta la morte di un intero pianeta, come in "Terra promessa" -
dove però la direttiva viene fortunatamente violata dal fratello di Worf.
Com'è possibile questo duplice atteggiamento? Probabilmente puntate come
"Terra Promessa" assolvono al compito di mostrare quanto possa essere
disumana l'appplicazione integrale di un simile principio.
Analizziamo meglio la prima puntata in cui Picard viola la prima direttiva.
Nella puntata "Il giudizio" l'Enterprise approda in un paese
idilliaco, dove gli abitanti, gli Edo, biondi e muscolosi (e un po' nazisti)
sembrano vivere in perfetta armonia. Mentre gioca con altri ragazzi Wesley
inavvertitamente … calpesta un'aiuola! Sgomento da parte degli Edo, che
comunicano che la pena per l'aver infranto quella regola - qualsiasi regola - è
la morte.
Picard non prende mai seriamente in considerazione l'ipotesi di permettere
questa esecuzione ("Non è questo lo spirito della Prima Direttiva").
Ma una misteriosa e potentissima nave in orbita intorno al pianeta, ritenuta
dagli Edo essere il loro Dio entra in contatto con Data e viene a sapere della
Prima Direttiva. Come reagirà il Dio degli Edo di fronte a questa plateale
violazione della loro stessa legge da parte dell'equipaggio dell'Enterprise? Il
rischio è che la pena di morte sia applicata anche all'intero equipaggio …
Picard ovviamente salva Wesley, ma nel farlo ci tiene ad affermare che è
necessario che capiscano perché impedirà l’esecuzione. Al Dio degli Edo
Picard dice: "Sul concetto di giustizia ho riflettuto molto ultimamente. E
perciò dico che non può esserci giustizia finché ci saranno regole assolute,
perché la vita stessa non fa che proporci sempre nuove eccezioni" al che
Riker commenta: "La giustizia è più che un insieme di regole
scritte". Il "Dio" degli Edo concorda e li lascia andare via.
Anche la Prima Direttiva è qualcosa di più che una regola scritta.
Estratti del discorso che Patrick Stewart ha tenuto il 14 maggio 1995 al Pomona College, in occasione del conferimento del titolo di 'dottore in Letteratura' Honoris Causas.
Patrick Stewart
P.S. Patrick Stewart è un attivista di Amnesty International