L'etica di Star Trek

Dr. Valentina Piattelli

Data A tutta l'umanità!
Che non si possano trovare spazi così vasti,
pianeti così freddi,
cuori e menti così vuoti
da non riuscire a riempirli di calore e d'amore!

- Garth, "Il sogno d'un folle", Star Trek, TOS



Star Trek è cultura?

Data probabilmente direbbe che la cultura è quando "si condividono gli schemi di significato", cioè l'insieme del sapere scientifico, culturale e delle tradizioni comuni ad un gruppo di persone (in genere un popolo).
Le persone che guardano Star Trek condividono queste caratteristiche?
Di sicuro abbiamo un linguaggio speciale e un insieme di simboli noti soltanto a noi; chi più chi meno, tutti conosciamo la storia, le usanze, il sapere scientifico di Star Trek. Si può quindi affermare che Star Trek è una forma di cultura.
In queste pagine ci proponiamo di studiare la cultura di Star Trek e in particolare le implicazioni filosofiche ed etiche del telefilm.
Soprattutto all'estero vi è una vasta letteratura sull'argomento e Star Trek viene utilizzato perfino da professori universitari per esemplificare teorie complesse, oppure come soggetto stesso di studio, sia dal punto di vista letterario, sia per la filosofia del diritto, la filosofia morale etc. Nel nostro piccolo cercheremo di portare all'attenzione degli appassionati italiani questi temi e, per quanto possibile, di contribuire alla discussione generale su questi argomenti.

"Molti miti sono basati sulla verità"
- Spock, "Viaggio verso Eden", TOS

logo federazione

Una cultura pluralista e policentrica

"Mi fa piacere vedere che vi sono differenze fra noi.
Forse uniti saremo migliori della nostra somma"
- Surak di Vulcan, "Sfida all'ultima sangue", TOS.

È difficile definire il sistema filosofico predominante nella società e nella cultura di Star Trek perché non esiste alcun sistema dominante.
La Weltanschaung di Star Trek, e segnatamente della Federazione, è del tutto antiassolutistica, contraria a quei sistemi universali che tutto vogliono spiegare e che tutto pretendono di sapere e che hanno caratterizzato la cultura occidentale (e non solo occidentale, ma si potrebbe dire terrestre) degli ultimi secoli. In Star Trek queste certezze assolute mancano, perché l'idea stessa di assoluto e di una qualsiasi civiltà basata su principi assoluti e monologici, è oggettivamente sorpassata dalla pluralità dei punti di riferimento culturali della Federazione.
Una cultura basata su queste premesse vede nella differenza un valore da tutelare, non un problema da risolvere. Il rispetto per le altre culture è quindi qualcosa di più che una posizione diplomatica, è il presupposto stesso dell'esistenza della Federazione, nella quale, ricordiamolo, convivono centinaia di razze diverse, ognuna con la propria visione del mondo. La capacità di contenere in se gli opposti è forse la più grande utopia di Star Trek.
Mostrandoci però una società dove questo accade, l'utopia (nel senso di "luogo che non è"), non è più tale: Star Trek è per questo anche un modello di convivenza possibile. Qualche esempio, americano:
Quando l'attrice che impersonava Uhra prese in considerazione l'idea di uscire dal cast, intervenne Martin Luther King in persona a fermarla: era la rappresentazione della vittoria futura del movimento per i diritti civili. Whoopy Goldberg dice che da bambina, vedendo Uhra, pensò che nel futuro ci sarebbe stato un posto anche per lei nella società.

piani

La ricerca come valore fondante e il rispetto per il futuro

"per arrivare là dove nessuno è mai giunto prima"
- dalla sigla iniziale di Star Trek.

Schopenauer definiva l'essere umano come l'essere 'mancante', sempre alla ricerca di una spiegazione ulteriore. L'istanza del cercare, dell'esplorare è in Star Trek conseguenza diretta di una società pluralista: poiché niente è dato in modo univoco, ma tutto è parziale, temporaneo e aperto a possibili reinterpretazioni e punti di vista differenti, la ricerca diventa un aspetto essenziale dell'esistenza. Questa ricerca però non mira a cercare un nuovo assoluto, ma a cercare ulteriori spiegazioni, ulteriori significati, ed è quindi, per ovvi motivi, una ricerca infinita, ed anche per questo proiettata verso il futuro.
Nella nostra società il futuro è appannaggio dell'utopia, della catastrofe o della fantascienza. Pochi scienziati, e ancor meno politici sono in grado di guardare oltre il loro naso, se non per terrorizzare o per tranquillizzare. Colpisce quindi una società completamente proiettata verso il futuro come quella di Star Trek. Ad esempio, quando viene scoperto che la velocità curvatura, può generare delle fratture nello spazio-tempo, subito viene deciso di ridurre al minimo i viaggi a curvatura ("Inquinamento spaziale", TNG): sono entrati in gioco i diritti delle generazioni future, ai quali nella nostra società, pochi pensano.

placca

La Prima Direttiva

"Poiché il diritto di ogni essere senziente a vivere secondo la sua naturale evoluzione culturale è considerato sacro, nessun membro della Flotta Stellare interferirà con lo sviluppo normale e salutare di una cultura o forma di vita aliena. Tale interferenza include l'introduzione di conoscenze, tecnologia, armamenti superiori in un mondo la cui società sia incapace di utilizzare saggiamente tali innovamenti. Il personale della Flotta Stellare non può violare la Prima Direttiva, neanche per salvare le proprie vite o le proprie navi, a meno che non agiscano per rimediare ad una precedente violazione o ad una contaminazione accidentale della cultura in oggetto. Questa direttiva ha la precedenza su tutte le altre considerazioni, e comporta la massima obbligazione morale".
- Prima Direttiva

Una conseguenza poco amata dell'essere una cultura e una società pluraliste e rispettose per l''altro', quale abbiamo visto essere la società di Star Trek, è la Prima Direttiva, spesso vista come una regola disumana e poco comprensibile: ad esempio nel caso in cui si debba lasciar morire un intero pianeta pur di non interferire, come in "Terra Promessa" (TNG). Anche in questi casi estremi, la domanda che sta alla base della 'non azione' prescritta dalla Prima Direttiva è: chi siamo noi per decidere della vita e della morte di un intero pianeta? Abbiamo noi questo diritto? Anche se per molti, appare del tutto mostruoso il non intervenire anche in questi casi, bisogna riconoscere che il quesito non è peregrino (vedi Una cultura pluralista e policentrica).
La scelta di basare l'intera esplorazione sull'ideale di non interferenza è dovuta al profondo rispetto di Star Trek per tutto ciò che è 'altro'. Essere in grado di affrontare il problema della comunicazione con l''altro' è infatti uno dei requisiti stessi richiesti ad ogni capitano e comandante di astronavi.
Se l'intera esplorazione è basata sull'ideale di non interferenza, ciò non è un caso, ma trae origine da un altro dei valori portanti del mondo di Star Trek: la preservazione della memoria del passato.
L'essere umano ha una dimensione storica e culturale: quello che differenzia l'essere umano dagli altri animali (o in questo caso cosa differenzia gli esseri senzienti dagli altri esseri) è proprio l'avere una cultura, un retaggio, una storia. Non quindi Storia come magistra vitae, ma Storia come una studio delle fasi dell'esistenza culturale di una civiltà, indispensabile per capirne gli sviluppi presenti e quelli futuri. Solo in questo senso la storia può avere anche qualcosa da insegnare. In questo caso, le esplorazioni compiute dal genere umano nel passato ci insegnano che, anche con le migliori intenzioni, l'incontro affrettato fra due culture, è degenerato quasi sempre in scontro.
La comunicazione è un'arte difficile, non solo e non tanto per i problemi linguistici (problema ovvio, accantonato abilmente con l'espediente scenico del traduttore universale), ma soprattutto per motivi culturali. Il comunicare stesso è una forma culturale e i modi di comunicazione stessi variano fra le culture (notevole su questo la puntata "Darmok", TNG). Anche i contenuti che si vogliono comunicare possono non essere gli stessi. La cultura di Star Trek, essendo una cultura pluralista, è forse fra le più adatte a comunicare con una cultura aliena, poiché sa adattarsi. Riveste quindi particolare interesse per la Federazione il problema del ricevente: è questi in grado di capire i contenuti che voglio comunicare con lui? È interessato a capirli? Ma soprattutto: è giusto che li capisca? Quest'ultima domanda è forse la più importante perché è la meno banale. La cultura di Star Trek ci appare superiore, ma probabilmente non ammetterebbe una tale definizione gerarchica. Non vi sono culture 'superiori' perché non vi sono culture 'inferiori'. Ogni contatto di una cultura progredita scientificamente (ma anche eticamente), con un'altra cultura, è destinato a cambiarla irreparabilmente, anche se questo a volte appare desiderabile alla nostra morale (per esempio una cultura basata sulla repressione dei 'diversi' come quella di "Il Diritto di Essere", TNG). Il danno alla cultura peculiare di una società è una danno al futuro stesso: questa cultura, forse, in futuro avrebbe potuto produrre e scoprire significati che non ci sono ancora chiari. Per non menzionare il fatto che le verità rivelate non sono mai altrettanto buone come le spiegazioni conquistate.
Quando allora comunicare con una cultura 'aliena'? La Federazione si è data un preciso limite per l'applicazione della Prima Direttiva: qualsiasi società scopra la velocità curvatura, viene contattata, le viene spiegato che esiste una Federazione, basata su certi principi, e viene invitata a partecipavi. Alcuni decidono di farlo, altri no, ma mantengono contatti nei casi di emergenza (isolazionisti), altri invece non ne vogliono sapere di alcun tipo di contatto (xenofobi).
La linea di demarcazione costituita dalla velocità curvatura è stata scelto per un motivo pragmatico: un popolo che abbia scoperto la velocità curvatura, scopre, ipso facto, l'esistenza di altre culture, di altre forme di vita etc. Le precauzioni che vengono prese al primo contatto, mostrano come gli scrupoli che hanno originato la Prima Direttiva siano ancora esistenti, e si cerca di minimizzare l'impatto ormai comunque inevitabile. La critica che si può fare è che può sembrare che la Federazione sia impegnata nella preservazione 'museale', delle civiltà minoritarie esistenti. La Prima Direttiva inoltre è stata spesso accusata di essere spietata, ed oggettivamente spesso lo è. La pietà d'altronde è un'emozione umana (come direbbe Spock), che spesso porta a risultati del tutto diversi da quelli che l'oggetto della pietà avrebbe voluto. Faccio qualche esempio tratto dalla storia terrestre, ricchissima di simili esempi. Racconta Bernal Diaz, un testimone della Conquista delle Americhe:
"Gesù permise che il cacicco diventasse cristiano: il monaco lo battezzò e chiese e ottenne dal governatore che il cacicco non fosse bruciato, ma impiccato".
Dal punto di vista del cristiano, e soprattutto del cristiano dell'epoca, il monaco ha salvato la vita eterna del cacicco e gli ha risparmiato una morte atroce; ma dal punto di vista del cacicco pagano, è servita poi a molto la pietà del monaco?
Nel rapportarsi con una cultura 'altra' (aliena), bisogna capire che 'altri' sono i valori, e non è detto che ciò che a noi pare giusto o ingiusto, lo sia realmente anche per l''altro'.
Vi sono innumerevoli puntate che trattano di questo tema, ma l'esempio più calzante è forse quello dei rapporti con i Klingon: durante il Primo Contatto i rappresentanti della Federazione cercarono di cambiare la struttura della società Klingon e questo portò dapprima alla guerra civile nell'Impero Klingon e poi alla guerra con la Federazione.
Eppure resta la sensazione che spesso la Prima Direttiva somigli più al "principio di non interferenza negli affari privati di un altro Stato" che ha portato a tanti lutti e ingiustizie nella storia del nostro secolo. E sicuramente c'è del vero. In una puntata, "I terroristi di Rutia" (TNG), la questione viene affrontata, senza apparente soluzione. Dice il capo dei terroristi a Picard:
"Capitano, per molti versi la Federazione è da ammirare, ma c'è una punta di vigliaccheria morale nei vostri rapporti con i pianeti non allineati. Voi state facendo affari con un governo che ci schiaccia e sostenete di non essere coinvolti, invece siete tremendamente coinvolti e vi rifiutate di sporcarvi le mani."
La grandezza di Star Trek sta anche nel presentare le proprie debolezze. I frequenti esempi in cui la Prima Direttiva entra in conflitto con i principi etici basilari, e ancor più i numerosi esempi in cui essa viene violata, stanno a testimoniare come la Prima Direttiva non sia considerata come un principio assoluto, ma semplicemente come la miglior regola che si sono saputi dare di fronte ad un problema complicatissimo come quello dei rapporti con l''altro' in un contesto estremo come quello dell'esplorazione spaziale.
Il nome stesso 'Direttiva' indica una indicazione di massima, non un imperativo categorico. La morale della società di Star Trek non è di tipo catechistico, non pretende cioè di sapere sempre ciò che è bene e ciò che è male; è piuttosto una morale elastica, come è giusto che sia, perché infiniti sono i contesti di applicazione dei principi morali. Una morale elastica, una morale a là Nietschke, è infatti la miglior morale per una società di persone intellettualmente capaci quale quella di Star Trek, in un contesto estremamente dinamico come quello dello spazio.
Anche se la Prima Direttiva è un Ordine Generale dato ai comandanti, ed è quindi formulata in modo assai preciso, è abbastanza probabile che le spiegazioni date da Picard, e prima ancora da Kirk, nei numerosi casi in cui entrambi l'hanno violata, debbano essere state ritenute sufficienti, perché non si è mai saputo di nessun serio provvedimento preso nei loro confronti per aver violato la Prima Direttiva.
Questo atteggiamento verso chi, in coscienza, decide di non seguire un ordine, è precisamente l'atteggiamento che ci si aspetta da una società che ha saputo far tesoro degli errori del passato terrestre, quando indicibili crimini sono stati commessi nascondendosi dietro l'obbedienza agli ordini. (Vedi anche Violenza e non violenza in Star Trek e Significati Profondi della Kobayashi Maru)
Una società 'utopica' quindi, dove però i conflitti esistono e vengono discussi, non esorcizzati, né sublimati, né repressi. La Prima Direttiva, in quanto soluzione parziale (tutte le soluzioni sono parziali!), viene continuamente rimessa in discussione, e in alcuni casi abbandonata, proprio perché non vi sono regole certe e immutabili, ma il contesto può essere più importante della regola.
La Prima Direttiva non è sta quindi a rappresentare quindi una cultura indifferente per le ingiustizie, tutt'altro. Quante volte abbiamo visto Picard, e anche Kirk, rischiare la sicurezza stessa della nave per rispettare un principio (si pensi al principio 'minimalista' di "preservare la vita").

tramonto

Significati profondi della Kobayashi Maru.

-Mio Dio , Bones , che cosa ho fatto?
-Quello che doveva fare, quello che fa sempre,
mutare la morte in una continua lotta per la vita.
- Kirk e McCoy, Alla ricerca di Spock.

"Ci sono sempre alternative"
-Spock, Kirk, Picard, Worf, altri

L'esistenza non può avere un lieto fine: la morte è inevitabile e fa parte della vita. Dalla Zona Neutrale arriva una richiesta di soccorso e non ci sono altre navi in zona: se andate in soccorso della nave nei guai, violate la Zona Neutrale (rischiando la guerra con i romulani); se non ci andate l'equipaggio della nave in pericolo morirà. Decidete di andare in soccorso della nave e scoprite così che è una trappola per distruggervi e scatenare una guerra attribuendo a voi la colpa. Se però non ci foste andati, l'equipaggio sarebbe morto. Si tratta infatti di un test che viene fatto ai cadetti all'Accademia: una situazione in cui è impossibile vincere, qualsiasi cosa facciate.
Il modo in cui si affronta l'inevitabile è un test caratteriale estremamente importante: il carattere viene rivelato dalla passione e dalla tenacia con cui si combatte per la salvezza, facendo il possibile per trasformare l'inevitabilità della morte in una lotta per la vita. Ma la Kobayashi Maru è di più che una semplice 'prova del fuoco' o di un test caratteriale.
Non è un caso infatti che questo test porti un nome giapponese. La Kobayashi Maru infatti può rientrare a buon diritto tra i koan della filosofia zen. Il koan è un enigma insolubile, un paradosso che il Maestro propone al discepolo per aiutarlo a scoprire l'inadeguatezza di ogni sforzo razionale a scoprire la realtà ultima. Lo scopo del koan è quello di produrre il vuoto di coscienza. Probabilmente era questo il significato originario che chi ha inventato il test voleva dare alla Kobayashi Maru: far accettare ai cadetti l'inevitabilità della morte.
Eppure non è neanche questo il significato ultimo della Kobayashi Maru: in essa sono racchiuse le basi etiche stesse della filosofia della Federazione.
La prima missione della Flotta Stellare è quella di 'Preservare la vita'. La Kobayashi Maru insegna agli ufficiali della Flotta Stellare quanto la vita sia preziosa; insegna a cercare fino all'ultimo il modo per preservarla.
Kirk, come è noto, è l'unico ad aver superato la Kobayashi Maru ... truccando il test! In qualsiasi esercito/università sarebbe stato quantomeno espulso, la Flotta Astrale invece lo ha decorato. Ecco l'essenza stessa di Star Trek: trovare una terza via, senza compromettere mai il fine ultimo, né i principi etici. Forzare un paradosso non solo è un modo accettabile per cavarsela, ma è un modo di fare del tutto auspicabile e encomiabile per un ufficiale. La Kobayashi Maru è molto più di un test caratteriale quindi, è un test che rivela l'attitudine al comando, inteso come capacità di non accettare l'inevitabile, rimettendo tutto sempre in discussione fino a trovare un'alternativa accettabile.

Picard

La società di Star Trek: la via della semplicità.

"C'è anche un altro modo di sopravvivere,
attraverso la fiducia e l'aiuto reciproco".
- Kirk, "La forza dell'odio"

Su come funzioni complessivamente la società di Star Trek sono state fatte molte speculazioni: c'è chi l'ha definita fascista e militarista, e chi al contrario l'ha definita comunista, e chi infine l'ha definita come iper-liberal ed eccessivamente politically correct (e quindi autoritaria). Vorrei provare anch'io a fare la mia speculazione in proposito.
Innanzitutto: cosa sappiamo noi della società di Star Trek?
Stando a Star Trek, the Role Playing Game:
"la Federazione Unita dei Pianeti è un'alleanza politica interstellare composta da sistemi di governo planetario autonomi. In quanto organizzazione democratica rappresentativa, è governata dal Consiglio della Federazione, al quale ogni pianeta membro invia delegati. I due compiti principali della Federazione Unita dei Pianeti sono la protezione dei propri cittadini e l'esplorazione della galassia, entrambi intrapresi dalla Flotta Stellare".
Come si può vedere la Federazione ha un governo molto 'leggero'; in sostanza le è affidato il monopolio della violenza e l'esplorazione. Questa definizione però ci dice poco su come funzioni complessivamente la società della Federazione.
In una puntata, dopo un viaggio nel tempo, Deanna spiega a Mark Twain: "La povertà non esiste più sulla Terra da molti anni, ed insieme ad essa sono scomparse molte altre cose: lo sconforto, la disperazione".
Nel 21esimo secolo, dopo il Primo Contatto con i vulcaniani - e dopo le atroci guerre di quel secolo - i terrestri sembra abbiano cominciato a ricostruire la loro società su altre basi. Picard in "Primo Contatto" dice:
"I soldi non esistono più nel ventiquattresimo secolo. Il profitto e la ricchezza non sono più le forze conduttrici; lavoriamo per un'umanità migliore"
Quindi i soldi non esistono (almeno all'interno della Federazione), sappiamo che non è più il profitto a guidare l'economia, e che il miglioramento di se stessi è il fine ultimo di ogni essere umano e della società stessa.
Ma come vive un cittadino della Federazione? Quasi sempre vediamo piccole colonie rurali, centri di ricerca, laboratori etc. disseminati su vari pianeti. Le persone sembrano per lo più impegnate in attività intellettuali di vario tipo, o anche a lavori artistici o manuali in proprio. Che tipo di società è mai questa? Come è stato possibile realizzarla?
Lo sviluppo scientifico in Star Trek sembra aver  risolto i principali bisogni dell'homo tecnologicus: energia a volontà per alimentare macchine che fanno i lavori più umili, cibo e oggetti vari a volontà (grazie ai replicatori). Questo rende plausibile una modifica sostanziale del sistema economico. Quali bisogni infatti restano da soddisfare? Prevalentemente quelli culturali, che paiono essere le principali preoccupazioni di tutti i cittadini della Federazione. Se la famiglia di Picard coltiva le viti, lo fa per piacere personale, non certo per necessità.
Qualcuno sostiene che questa "mancanza di fantasia" in campo economico - il non aver immaginato megacorporazioni multiplanetarie etc., mega-trust e speculazioni al di là dell'immaginabile - sia una delle principali debolezza di Star Trek. Chi ha mai detto che in campo economico si debba andare verso una sempre maggiore complessità del sistema economico in cui adesso noi viviamo (il capitalismo)? Non si può ipotizzare invece che in futuro - grazie allo sviluppo tecnologico - si andrà vero una forma di economia più semplice, più sostenibile, più ecologica, e più ... 'umana'? Anche nell'ambito politico, perché mai dovremo essere per sempre vincolati ai sistemi politici esistenti, senza possibilità di metterli in discussione o di proporne di nuovi?
Io credo invece che Star Trek sia stato molto fantasioso nell'immaginarsi una società che, in fondo, è basata sulla semplicità.
"L'armonia di una tale società viene ottenuta, non dalla sottomissione ad una legge, né dall'obbedienza ad una autorità, ma dal libero accordo concluso fra vari gruppi [...] liberamente costituitisi [...] per la soddisfazione dell'infinità varietà di bisogni e aspirazioni di un essere civile."
Questa non è la definizione della Federazione Unita dei Pianeti, ma dell'anarchia, così come veniva data dall'Enciclopedia Britannica nel 1910. Io credo infatti che la forma della società di Star Trek sia essenzialmente ispirata al filone del socialismo utopistico libertario. Tale filone - messo da parte nel '900 da altre 'utopie' - prevedeva un modello di vita più semplice, più ecologico, uno sviluppo più sostenibile e ... più piacevole.
Noam Chomsky dice in proposito:
"un sistema decentralizzato di tipo federativo, formato da libere associazioni che incorporano istituzioni socio-economiche costituirebbe quello che io chiamo anarco-sindacalismo. Secondo me questa è la forma più appropriata di organizzazione sociale per una società tecnologicamente avanzata, in cui ormai non c'è più alcun bisogno, né ragione, che gli esseri umani siano degradati al livello di strumenti o di ingranaggi di una macchina."
E' interessante notare anche che, stando a quanto è possibile vedere, non sembra neanche che il sistema economico della Federazione sia centralizzato o pianificato, anche perché lo stato praticamente non esiste. Si potrebbe quindi anche ritenere che essa non sia altro che la 'normale' evoluzione della società liberista verso una società libertaria. D'altronde entrambe sono versioni dell'ideologia liberale, cioè l'ideologia parlamentare più vicina all'anarchia (e non a caso 'libertarian' per gli americani coincide con 'anarchico').
Da quel che si vede (che è poco, bisogna ammetterlo), è lecito pensare che la Federazione Unita dei Pianeti sia formata da tante piccole comunità federate fra loro e che si autogovernano (l'autogoverno è un altro principio anarchico). Grazie alla tecnologia avanzata, alla mancanza di denaro (la base del 'capitalismo') e alla mancanza della logica del profitto e del consumismo, gli abitanti di queste comuni sono così liberati dai noiosi lavori ripetitivi e, sfruttando al massimo le potenzialità positive dello sviluppo tecnologico, possono quindi impegnarsi in attività volte al miglioramento di se stessi e della società, come ad esempio attività di ricerca scientifiche, culturali, educative etc. Questa liberazione di energie creatrici a sua volta potenzia le capacità di sviluppo ulteriore dell'intera comunità, in un circolo virtuoso che non conosce crisi.
L'universo è grande e c'è spazio per tutti, e più volte infatti si parla di gruppi xenofobi e isolazionisti, che non vogliono interagire con gli altri gruppi. Vi è spazio anche per loro e la Prima Direttiva tutela pienamente le società organizzate in modo diverso dalla Federazione.
Una società di questo tipo può sembrare strana e desueta, ma in fondo è l'unica immaginabile se cerchiamo di immaginare un futuro veramente migliore: per chi ha a cuore la causa della libertà degli esseri umani, la diseguaglianza è il primo scoglio; quali modi potrebbe trovare una società futura, migliore della nostra, per porre fine a questo stato di cose? Non è forse la liberazione dal bisogno e dal lavoro il prossimo passo della liberazione dell'essere umano?

TOS

La Flotta Stellare: un modello autoritario in una società libertaria.

"Se questa fosse una democrazia, discuterei il suo consiglio,
ma questa non è una democrazia".
- Kirk a un guardiamarina, durante una battaglia.

Un anarchico libertario però rimarrebbe probabilmente inorridito dal sentir dire che Star Trek rappresenta l'anarchia, perché è del tutto evidente che la Flotta Stellare - soggetto del telefilm - è un'istituzione gerarchica, e quindi contraria alle più elementari regole dell'anarchia. Cerchiamo però di capire meglio cosa significa il 'militarismo di Star Trek'.
Alcuni si chiedono perché debba essere l'esercito ad esplorare l'universo? perché non lo fanno i civili?
Innanzitutto va detto che la Flotta non è un organismo militare, o almeno non soltanto, stando a Star Trek, the Role Playing Game, nel quale la Flotta viene descritta come un "corpo semi-militare, agisce per il mantenimento della pace, il rispetto della legge, il regolare svolgimento delle transazioni e l'esplorazione. La Flotta Stellare non intraprende azioni di conquista, ma assicura la pacifica coesistenza tra i cittadini della Federazione. L'utilizzo della forza non è consentito se non come ultima risorsa".
Picard, nell'episodio "una perfetta strategia" è ancora più drastico: "La Flotta non è un organo militare. Il suo scopo è l'esplorazione". L'esplorazione di un universo abitato da molte specie senzienti, non tutte amichevoli, è naturalmente una missione pericolosa ed è per questo motivo che viene affidata principalmente a quelli che ai nostri occhi appaiono come 'militari'. Eppure vi sono anche civili sull'Enterprise. Il significato di questa scelta è spiegato da Troi in una puntata: Picard, in vista di un grande pericolo che la nave sta per affrontare le chiede come mai vi siano civili sulla nave, quando l'Enterprise può in qualsiasi momento essere mandata nella Zona neutrale ad affrontare i Romulani; Troi gli risponde che è illusorio credere di poter garantire la salvezza delle persone tenendole sulla Terra. In un episodio del vecchio Star Trek ("Specchio, specchio", TOS) vi è un universo parallelo dove gli esseri umani hanno deciso di non esplorare lo spazio, restando al sicuro nel proprio pianeta; ma i romulani finiscono con lo scoprire la Terra indifesa e conquistarla. La morale è che non c'è sicurezza senza affrontare il pericolo. Quello che muove l'esplorazione nel XXIV secolo non è solo la curiosità scientifica, ma anche una questione di sicurezza. Per questo la missione è affidata ai militari. Ma qual è però il senso dell'essere un membro della Flotta Stellare? Com'è concepito l'esercito nel XXIV secolo?
Come abbiamo detto alla Flotta Stellare è il principale organismo della Federazione, e data la forma statate quasi inesistente, è normale che si finisca con l'identificarle. Poiché oltre all'esplorazione è affidata alla Flotta buona parte della ricerca scientifica di punta. È inutile negare che questo non abbia dei riflessi nell'intera struttura della società, dove sembra che la Flotta Stellare sia considerata come una delle istituzioni più importanti, soprattutto dal punto di vista scientifico, culturale e di prestigio. È per questo la Federazione una società gerarchica?
La Flotta Stellare è gerarchica, come negarlo, ma non esiste niente di simile a una leva obbligatoria; quindi la gerarchia cui sono sottoposti i membri di Flotta Stellare è pur sempre volontaria.
Per gli anarchici e gli antimilitaristi in genere, anche l'esercito professionista è una cosa negativa, perché lo Stato in questo modo addestra ad uccidere. Ma questo caso è, secondo me, diverso perché, come abbiamo visto, non esiste uno Stato così come il nostro, ma una Federazione assai simile a quella vagheggiata dagli anarchici. Tale Federazione è più che degna di essere difesa e non insegna certo ai suoi cittadini ad uccidere, dato che i suoi principi sono il rispetto per la vita e il rispetto per l'altro (Prima Direttiva e Ordini Generali 2 e 4).
Fra i membri della Flotta vi sono rapporti gerarchici, è vero, ma soltanto perché sono quelli più adatti al fine della Flotta, che è la difesa. Infine in questo esercito l'obbedienza non è una virtù, e disubbidire a ordini che si ritengono ingiusti è accettabile e in alcuni casi meritevole (vedi Significati Profondi della Kobayashi Maru).
Abbiamo quindi un esercito gerarchico, ma nel quale però l'obbedienza cieca non è certo una virtù, un esercito che fa di tutto per non uccidere, utilizzando essenzialmente mezzi non violenti, un esercito che non è emissario di un governo, ma ha come referente una società pluralista, libertaria e 'utopica', un esercito la cui Prima Direttiva è quella di non disturbare lo sviluppo delle altre società. Non è lecito pensare che, data la necessità della difesa, la Federazione abbia fatto una deroga ai suoi principi antiautoritari ed abbia perpetuato la forma 'esercito', sia pure smussandone le caratteristiche peggiori e non necessarie?
D'altronde vi sono esempi di eserciti anarchici in caso di necessità. Racconta George Orwell, che ha militato nelle milizie volontarie anarchiche del POUM nella Guerra di Spagna:
"In teoria, ad ogni grado, la milizia era democratica e non gerarchica. Era chiaro che si doveva obbedire agli ordini, ma era chiaro anche che quando davi un ordine, lo davi da compagno a compagno e non da superiore a inferiore. C'erano ufficiali, ma non c'erano ranghi militari nel senso classico: nessun distintivo, stelletta o saluto. [...] Naturalmente non vi era perfetta uguaglianza, ma non avevo mai visto una cosa che ci somigliasse altrettanto, o che sarebbe stato possibile dato i tempi." (George Orwell, "Homage to Catalonia", p. 26, traduzione mia).
In Star Trek, se pure notiamo una certa deferenza fra ufficiali di grado diverso, sembra più dovuta ad una sorta di rispetto reciproco, piuttosto che ai vincoli gerarchici (non ricordo di aver mai visto qualcuno punito perché si era comportato in modo non deferente verso i superiori). Gli ufficiali non sembrano avere particolari privilegi sui semplici membri della truppa, i gradi sono ridotti al limite minimo e non c'è alcun saluto. Non sarà proprio come la milizia del POUM, ma tanto meno somiglia ai nostri eserciti attuali!
Star Trek comunque non è mai manicheo e non è vero che la Flotta Stellare sia presentata come la migliore delle società possibili. Sia in TNG che nel Voyager vi sono personaggi che hanno avuto forti contrasti con il sistema gerarchico della Flotta (Wesley, Ro, Paris, B'eleanna), mostrando così i limiti e anche le potenziali ingiustizie di questo sistema, che essendo gerarchico è pur sempre oppressivo.

Kirk

Violenza e non violenza in Star Trek.

"Io sono disposto a morire per la libertà.
E nella migliore tradizione della sua civiltà,
sono disposto anche ad uccidere per questo"
- Finn ne "I terroristi di Rutia", TNG

Quale flotta può mai dedicare una delle sue navi più importanti alla persona che ha teorizzato per primo la non violenza, e cioè Gandhi? Soltanto una Flotta che accetti fra i suoi principi anche la non violenza.
L'Ahimsa di Gandhi (la non violenza) significa letteralmente: astensione dall'ingiuria. Gandhi stesso però ammetteva in casi estremi la violenza ("Credo che qualora si dovesse scegliere fra codardia e violenza, io consiglierei la violenza", Gandhi).
Da queste riflessioni si sono mossi alcuni teorici e pratici della non violenza i quali sono arrivati a teorizzare la "non collaborazione con il male" come arma suprema e l'astensione dall'ingiuria (la non violenza) come prassi auspicabile. Ad esempio Nelson Mandela ha utilizzato la non violenza come forma di lotta politica, ma non si è precluso l'utilizzo della violenza per rendere credibile il suo movimento.
Fra i teorici di questa linea di interpretazione pragmatica della non violenza prendiamo ad esempio Guenther Anders. Criticando l'atteggiamento pacifista, Anders rispondeva che anche il comandamento "Non uccidere" esigeva alcune eccezioni:
"E ciò nel caso in cui attraverso con quell'atto-eccezione vengano salvati più persone di quante ne muoiano a causa sua. Dobbiamo cioè accettare la guerra se siamo costretti. [...] Se vogliamo cercare seriamente di salvaguardare la nostra sopravvivenza, e quindi anche quella dei posteri, allora non ci resta niente altra da fare che intimorire davvero quei nostri contemporanei che veramente ci minacciano. Ciò significa [...] ogni tanto mettere in pratica queste minacce, affinché non si creda che continueremo a limitarci ad un puro teatro difensivo".
Tradotto in linguaggio trekker, questa è esattamente la seconda direttiva, cioè il secondo ordine generale ai capitani delle navi della Flotta Stellare - conosciuto in breve come: 'Preservare la vita':
"Nessun membro della Flotta Stellare farà uso non necessario della forza, sia collettivamente, sia individualmente contro membri della Federazione Unita dei Pianeti, contro i loro rappresentanti, portavoce, leader designati o contro qualsiasi membro di una specie senziente, per qualsivoglia ragione e in qualsiasi caso".
Già Kirk si basava su questo principio. Un esempio mirabile è "Gli schemi della forza" (TOS): quando Kirk viene a sapere che il pianeta Ekos ha lanciato l'assalto finale contro Zaon, uno degli abitanti del pianeta aggredito gli chiede di distruggere gli invasori e Kirk risponde: "Si, noi possiamo salvare Zaon, ma chi salverà Ekos?".
La ricerca di una terza via, che salvi entrambi i pianeti è l'unica possibile per un membro della Flotta Stellare perché qualsiasi soluzione deve rispettare il principio fondamentale del rispetto della vita. Soltanto quando tutte le vie saranno tentate è lecito l'uso della violenza, minimizzandone sempre gli effetti.
Nonostante l'evidente progresso etico della Federazione, Star Trek è sempre capace di rimettersi in discussione, un esempio ne è la puntata "Missione di Pace" (TOS): di fronte alla violenza dei Klingon, Kirk ritiene non solo necessario, ma anche moralmente corretto combattere contro di loro, e disprezza gli abitanti del pianeta Organia, a prima vista così passivi. In realtà questi innocui personaggi sono soltanto la proiezione fisica di esseri infinitamente più evoluti, disgustati sia dalla violenza 'difensiva' degli umani, sia da quella 'offensiva' Klingon.
Vi sono comunque altre puntate in cui il rispetto e la conoscenza delle teorie non violente è evidente, sia in TOS che in TNG. La non violenza di Gandhi infatti significa il rifiuto della logica della violenza. Ciò permette di trasformare la propria debolezza in un'arma. Essa è collegata a un altro importante principio gandhiano, quello della non collaborazione con il male.
In "Arena" (TOS) e in "Lo spettro di una pistola" (TOS), soltanto tenendo a freno la propria violenza si riesce a vincere. Stessa cosa in "Un arma dal passato" (TNG), quando Picard capisce che l'arma vulcaniana amplifica l'odio della persona verso cui è puntata, fino a distruggere la persona stessa. Queste possono essere definite parabole esemplificative della non violenza che probabilmente sarebbero piaciute a Gandhi stesso, il quale aveva detto: "L'odio può essere vinto soltanto con l'amore. Rispondere con la stessa moneta non fa che ampliare e acuire l'odio".

Regina Borg

Quando Star Trek non è all'altezza dei suoi principi: i rapporti con i Borg

"La Flotta Stellare non è un'organizzazione che rinnega
i suoi principi quando questi non le fanno comodo!"
- Picard "La Misura di un Uomo", TNG

I Borg sono forse il nemico più temibile che la Federazione abbia mai dovuto affrontare. Questo però non giustifica che nei loro confronti venga meno il rispetto dei principi fondanti della Federazione. Mi riferisco all'uccisione da parte di Picard della regina Borg moribonda in "Primo Contatto". Vedendo quella scena al cinema, rimasi colpita per la non chalance con cui tutto ciò avveniva: Picard vede che la regina giace al suolo, ferita probabilmente in modo mortale, e cosa fa? Le si avvicina e le stronca la colonna vertebrale!
Probabilmente ciò è dovuto al fatto che è un film, e i film sono sempre più 'spettacolari' (e si sa la violenza negli USA è considerata spettacolare). L'atto forse è più consono al personaggio indurito dall'esperienza con i Borg. Ciò non toglie che tale atto vada contro i più elementari principi di Star Trek.
La regina dei Borg era sconfitta, disarmata e ferita. Fin dai tempi della Convenzione di Ginevra i combattenti feriti e disarmati sono considerati al pari dei civili, e non possono essere uccisi. Picard inoltre ha violato l'Ordine Generale Numero 2 e l'Ordine Generale Numero 8, che impongono di preservare la vita e di porre attenzione per evitare perdite non necessarie.
Picard ha insomma ucciso in modo deliberato e arbitrario un essere senziente senza che ve ne fosse alcuna necessità, contravvenendo all'ordine supremo, allo spirito stesso della Federazione e della Flotta astrale: l'ordine di preservare la vita.
Il gesto di Picard è umanamente comprensibile, data la sua esperienza personale con i Borg, ma sarebbe stato più realistico se qualcuno almeno avesse notato che comunque era stato commesso un abuso. Pensate alla differenza con la puntata "Io Borg" (TNG), e agli scrupoli che i vari membri dell'equipaggio si fanno fino a decidere di rinunciare ad usare Tug come un'arma di distruzione contro i Borg.
Quando Star Trek fa una deroga ai suoi principi per essere spettacolare, riesce forse a raggiungere un pubblico più vasto, ma a quale prezzo? Vale la pena rinnegare anni di insegnamenti etici di così alto livello per raggiungere uno scopo che forse si poteva ottenere lo stesso con altri mezzi?

Appendice

Relativismo Trek

(Tratto da un mio articolo pubblicato su “STIM - Star Trek Italia Magazine” in risposta all’articolo di Chiara Salvioni, “Il trekker relativista”).

Il dibattito sul relativismo culturale può essere fatto risalire alla filosofia greca ed ha sempre affascinato filosofi e antropologi, che in tutti questi secoli non hanno - per fortuna! - trovato una risposta univoca. Dico "fortunatamente" perché non penso che esista una riposta univoca, ma che piuttosto il valore del dibattito non stia nella riposta, ma nel fatto stesso che ci poniamo simili questioni.
Nel XIV secolo gli equipaggi della Federazione sembrano essere vincolati da un principio relativista quale quello della "Prima direttiva". Però ad una più attenta osservazione, quando viene citata la Prima Direttiva in Star Trek, sappiamo tutti bene che nel proseguio della puntata questa "direttiva" sarà sicuramente violata! Allora qual è il valore che la Prima Direttiva assume in Star Trek? Forse proprio la necessità di doverla violare ogni tanto, per principi non scritti più importanti.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

Il dibattito sul relativismo culturale è tornato potentemente alla ribalta circa 50 anni fa, quando fu deciso di stendere il testo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. L'idea di fondo della Dichiarazione era che in ogni società, cultura, sistema legale, forme artistiche etc.  erano comunque rintracciabili alcuni principi fondamentali comuni che potevano essere ricondotti sotto il nome di "diritti umani", il cui significato ultimo non era altro che indicare che ogni essere umano ha un valore intrinseco in quanto persona.
Facciamo alcuni esempi. Nel testo fondamentale del bramanesimo, il Mahabrattah, si può leggere: "Non fare ad altri cioè che fatto a te provocherebbe dolore"; nel testo buddista Udana-Varga (5-18) si legge "Non fare male ad altri in un modo che farebbe male a te", nei dialoghi di Confucio (XV, 23) si legge: "Non fare ad altri qualcosa che non avresti voluto che altri facessero a te"; nel taoismo (T'ai Shan Kan Ying P'ien) "Considera il guadagno del tuo vicino come il tuo stesso guadagno e le perdite del vicino come le tue stesse"; nella religione zoroastra (Dadistan-i-dinik, 94:5) "Nella natura è buono soltanto ciò che si astiene dal fare ad altri qualcosa che non è buono per se stesso", nel Talmud (Shabbat 31°, si legge "Ciò che è odioso per te, non farlo ad altri", nel Testamento di Matteo diventa: "Non fare ad altri ciò che non vorresti fosse fatto a te"; e in una Sunnah musulmana "Nessuno fra voi è un credente finché non desidera per il suo fratello ciò che desidera per se stesso".
Alla stesura del testo parteciparono personalità di tutto il mondo, e non soltanto occidentali. Fra i più importanti fautori della Dichiarazione ricordo Eleanor Roosevelt (statunitense), Rene Cassin (francese), Charles Malik (libanese); il Dottor P.C. Chang, (cinese), e Vladimir M. Koretsky (russo). Anche intellettuali di alto profilo parteciparono alle discussioni preparatorie; fra i non occidentali mi limito a ricordare Gandhi (indiano).
Rispetto al testo iniziale si formarono diversi gruppi di pressione per introdurre cambiamenti e aggiunte più consone alle rispettive tradizioni. Faccio qualche esempio. L'articolo sul diritto alla proprietà fu modificato su richiesta dei sovietici in questo modo: "Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà privata sua personale o in comune con gli altri"; su richiesta delle comunità ebraiche fu introdotto questo comma, relativamente al diritto all'istruzione, "I genitori hanno diritto di priorità nella scelta di istruzione da impartire ai loro figli", perché in molti paesi le scuole confessionali avevano cercato di convertire i bambini ebrei alla religione maggioritaria, o "di stato". Altre pressioni da parte di stati che prevedevano pene corporali hanno impedito un esplicito divieto di queste pratiche, per arrivare al quale sono state necessarie ulteriori convenzioni e pareri giuridici. Il diritto alla vita inteso come diritto a non essere "giustiziato" è invece un esempio di diritto che non ha ancora trovato una definizione giuridica accettata a livello internazionale (tranne che in Europa).

Diritti umani e relativismo culturale

Già all'epoca della stesura della Dichiarazione, la discussione sul "relativismo culturale" fu particolarmente accesa e l'Associazione degli antropologi americani decise di rifiutare l'invito a partecipare alla discussione preparatoria "nella convinzione che una simile dichiarazione non sarebbe stata applicabile a tutti gli esseri umani".
Non si può infatti negare che i diritti umani siano nati come concetto in Europa e negli Stati Uniti nel XVII e XVIII secolo. Fra l'altro le Nazioni Unite che proclamarono all'unanimità la Dichiarazione erano però molto diverse da quelle attuali. Soltanto 58 stati ne facevano parte e molti fra gli stati africani e quelli asiatici non erano rappresentati perché erano ancora colonie. Era insomma inevitabile che i diritti umani fossero scritti essenzialmente secondo parametri "europei".
Negli anni '80 e '90 molti studiosi non occidentali hanno affrontato la questione. Va detto che nella stragrande maggioranza di essi vi è un accordo sostanziale sul fatto che esistano effettivamente dei valori universali e che la Dichiarazione sia un buon strumento per descriverli. Molti fanno notare che i "valori africani" o la "via asiatica ai diritti umani" spesso non siano altro che paraventi creati dai dittatori locali per giustificare le loro violazioni dei diritti umani e la loro repressione dell'opposizione e dei movimenti democratici. In ogni caso la visione dello Stato e della società che emerge dalla Dichiarazione risentono di alcune "pecche" tipicamente occidentali, e che sono state ben riassunte da Prakash Sinha: innanzitutto l'individuo viene ritenuto essere l'elemento base della società; vi è poi una preponderanza dei diritti sui doveri; ed infine è tutta occidentale l'idea che i diritti possano essere assicurati dalla legge e non dalla conciliazione o dall'educazione.

Uno standard legale minimo

Per la verità i diritti umani universali non cercano di imporre uno standard culturale, piuttosto si propongono come uno standard minimo legale per la protezione della dignità dell'essere umano. Per questo si propongono come uno strumento flessibile. Ad esempio il diritto all'istruzione può essere realizzato nei modi più adatti alla cultura del paese dove esso si applica. Ciononostante i diritti umani pongono delle limitazioni legali concrete a certe pratiche "culturali": nessuna società può arrogarsi il diritto di rendere legale la schiavitù giustificando questo come una necessità culturale; eppure la schiavitù è stata un tratto caratterizzante di molte culture e società.
Va anche ricordato che la Dichiarazione è soltanto il primo di una serie di strumenti che formano il diritto internazionale e modellano i diritti umani. Negli anni infatti si sono aggiunte una serie di convenzioni (legalmente più forti della Dichiarazione, che è appunto una dichiarazione di principio), varate con il consenso di tutti e 180 gli stati del mondo. Grazie a queste convenzioni i diritti umani si sono ampliati come concetto e sono diventati una realtà giuridica almeno in teoria accettata da tutti gli stati del mondo.
Alla fine anche gli antropologi hanno cambiato posizione rispetto al relativismo culturale assoluto. Si vedano in proposito gli scritti di David Bidney, Clyde Kluckhohn e Richard Beis. Quest'ultimo ha voluto cercare le similitudini morali fra le varie culture del mondo e ne ha identificate 22, fra cui: divieto dell'omicidio e della mutilazione senza giustificazioni forti, giustizia economica, reciprocità e restituzione, provvedimenti a favore dei poveri, il diritto alla proprietà, la priorità di alcuni beni immateriali (libertà).

I pericoli di un approccio relativista

Per vedere le possibili implicazioni negative di un approccio relativista, è sufficiente riflette sulla questione dei diritti delle donne. Nella Dichiarazione viene detto più volte che i diritti si applicano a tutti gli esseri umani, senza distinzioni di sesso, razza, religione, stato sociale etc. Ciononostante in gran parte del mondo le donne sono considerate esseri umani di serie B, alle quali non si applicano certi diritti umani. In molti paesi le donne sono una proprietà dei parenti maschi, che le comprano e le vendono e talvolta hanno addirittura diritto di vita o di morte su di loro - basti pensare ai "delitti di onore" praticamente impuniti in molti paesi, compreso il nostro fino a qualche decennio fa. Non è infatti solo la cultura tradizionale a discriminare le donne, spesso le leggi stesse pongono gravissime discriminazioni. È noto il caso dei Talebani in Afghanistan, ma anche in Arabia Saudita e Sudan vi sono delle leggi simili, che impongono loro un certo abbigliamento e che vietano alle donne di uscire non accompagnate dal marito, tanto da farne delle prigioniere nelle loro stesse case soltanto a causa del loro genere sessuale. Questi stati hanno invocato la differenza della loro cultura per giustificare queste loro leggi. Ma la cultura non è un'entità unica. Le donne che si ribellano a queste imposizione non fanno forse parte di quella cultura? Le donne persiane che l'anno scorso hanno manifestato per "il diritto di scelta" se mettersi il chador oppure no, l'hanno fatto invocando principi musulmani.
È difficile quindi sostenere che un'intera cultura non si accorda con i diritti umani. È più facile che alcuni suoi gruppi dominanti non si accordino con i diritti umani e cerchino di soffocare le voci dei loro stessi dissidenti che richiedono quei diritti.
Un approccio totalmente relativista impedirebbe agli attivisti per i diritti umani occidentali di occuparsi di simili questioni; un approccio pluralista invece permette alle donne che vivono sulla loro pelle la persecuzione di chiedere e magari ottenere l'intervento di attivisti occidentali per aiutarle in questa battaglia.
L'approccio pluralista riconosce l'esistenza di differenze, ma non vieta di dare giudizi su quelle moralmente inaccettabili e di far proprie richieste di aiuto provenienti da altre culture.
D'altronde l'applicazione estrema del principio relativista può trasformarsi in una forma di razzismo non dichiarato. Infatti ribadendo le differenze, si finisce con il vedere solo quelle, e minimizzare o addirittura negare le affinità culturali.

E Star Trek?

La Prima Direttiva - l'obbligo a non interferire con lo sviluppo delle società aliene non in possesso della velocità curvatura -  è chiaramente ispirata al principio del relativismo culturale. Nella sua formulazione classica, la prima direttiva fa riferimento un "diritto di ogni essere senziente [così sono chiamati di diritti umani nel mondo di Star Trek] a vivere secondo la sua naturale evoluzione". Tale diritto è considerato addirittura "sacro" - una parola usata raramente dalla Federazione!
La scelta di basare l'intera esplorazione sull'ideale di non interferenza è dovuta al profondo rispetto di Star Trek per tutto ciò che è 'altro' e sul rispetto verso il progresso evolutivo altrui. Se la Flotta stellare fosse impegnata in un'opera "missionaria" di "conversione" ai suoi principi di tutti i popoli che incontra, priverebbe la sua società pluralista di molti possibili apporti positivi. Per preservare il pluralismo è necessario rispettare le pluralità delle varie culture e permettere loro di svilupparsi senza interferenze. Forse allora sarebbe più corretto dire che la cultura di Star Trek è "pluralista", e come tale si avvale di un principio relativista, la Prima Direttiva, nei rapporti con le altre società.
Quando però guardiamo le puntate di Star Trek come spettatori sappiamo bene che se viene citata la prima direttiva, è segno che nel proseguio della puntata tale direttiva sarà violata. È noto che sia Kirk, sia Picard e altri comandanti hanno spesso violato la Prima direttiva e sempre per questioni di principio.
Ci sarebbero molte puntate di TOS che potrebbero essere citate, ma concentriamoci sulla serie The Next Generation visto che è andata in onda mentre si stava svolgendo il dibattito su universalità e relativismo culturale per quanto riguarda i diritti umani.
Nella puntata "Giustizia Sommaria" viene detto che Picard ha violato la Prima Direttiva ben nove volte. Si ritiene comunemente che questo sia accaduto nelle seguenti puntate: ne "Il giudizio" per salvare Wesley dalla condanna a morte; in "Missione di soccorso" per salvare i sopravvissuti di una nave caduti in un  mondo governato dalle donne e dove gli uomini sono cittadini di serie B; in "Amici per la pelle" quando Data ha fatto amicizia via onde radio con una ragazza di un pianeta che sta per distruggersi; ne "L'avventura del Mariposa" quando un popolo che aveva eliminato i rapporti sessuali riproducendosi per clonazione viene costretto a vivere con un altro popolo, i bringloidi, per poter sopravvivere; ne "Le insegne del comando" quando l'Enterprise impedisce a un vascello Sheliak di distruggere una colonia della Federazione insediatasi in un pianeta degli Sheliak; in "Prima direttiva" quando una missione di antropologi della Federazione viene scoperta dagli abitanti di un pianeta proto-Vulcaniani che finiscono con il credere che Picard sia un Dio; ne "I terroristi di Rutia" quando Picard e la Chrusher vengono salvati con un'azione di commando da un pianeta dilaniato da una guerra civile; in "Sorelle" quando un'azione di commando rischia di modificare gli equilibri di potere di un pianeta; e infine in "Primo contatto" dove la prima direttiva viene violata per salvare Riker che era in missione in un pianeta tendenzialmente isolazionista.
Come si può vedere in tutte queste puntate la Prima Direttiva è stata più volte violata quasi sempre per poter salvare la vita a qualcuno. Eppure in altre puntate la Prima direttiva viene rispettata fino in fondo, anche se questo comporta la morte di un intero pianeta, come in "Terra promessa" - dove però la direttiva viene fortunatamente violata dal fratello di Worf.
Com'è possibile questo duplice atteggiamento? Probabilmente puntate come "Terra Promessa" assolvono al compito di mostrare quanto possa essere disumana l'appplicazione integrale di un simile principio.
Analizziamo meglio la prima puntata in cui Picard viola la prima direttiva.
Nella puntata "Il giudizio" l'Enterprise approda in un paese idilliaco, dove gli abitanti, gli Edo, biondi e muscolosi (e un po' nazisti) sembrano vivere in perfetta armonia. Mentre gioca con altri ragazzi Wesley inavvertitamente … calpesta un'aiuola! Sgomento da parte degli Edo, che comunicano che la pena per l'aver infranto quella regola - qualsiasi regola - è la morte.
Picard non prende mai seriamente in considerazione l'ipotesi di permettere questa esecuzione ("Non è questo lo spirito della Prima Direttiva"). Ma una misteriosa e potentissima nave in orbita intorno al pianeta, ritenuta dagli Edo essere il loro Dio entra in contatto con Data e viene a sapere della Prima Direttiva. Come reagirà il Dio degli Edo di fronte a questa plateale violazione della loro stessa legge da parte dell'equipaggio dell'Enterprise? Il rischio è che la pena di morte sia applicata anche all'intero equipaggio …
Picard ovviamente salva Wesley, ma nel farlo ci tiene ad affermare che è necessario che capiscano perché impedirà l’esecuzione. Al Dio degli Edo Picard dice: "Sul concetto di giustizia ho riflettuto molto ultimamente. E perciò dico che non può esserci giustizia finché ci saranno regole assolute, perché la vita stessa non fa che proporci sempre nuove eccezioni" al che Riker commenta: "La giustizia è più che un insieme di regole scritte". Il "Dio" degli Edo concorda e li lascia andare via.
Anche la Prima Direttiva è qualcosa di più che una regola scritta.

 

Patrick Stewart sul progresso e la pena di morte.


copertina Estratti del discorso che Patrick Stewart ha tenuto il 14 maggio 1995 al Pomona College, in occasione del conferimento del titolo di 'dottore in Letteratura' Honoris Causas.

"Preside Stanley, onorevoli professori e assistenti, colleghi dottorati, signore e signori, ragazzi e ragazze [risate], e laureati della classe. Con questo non voglio dire che non siate 'signore e signori', e neanche che non siate 'ragazzi e ragazze'. Ecco, prima che l'emozione e l'agitazione per questo evento abbiano la meglio su di me, e come Calibano nel "La Tempesta", mi scordi quello che voglio dire e finisca con il balbettare, devo dire alcune parole specificatamente e direttamente a tutti voi che vi laureate, perché siete stati voi a proporre di invitarmi qui oggi. E mi rendo conto solo oggi che questo è stato il risultato di un'attiva campagna di raccolta firme. [...] Mi state dando - veramente - un giorno da ricordare, e un onore del quale sarò sempre fiero. Claremont e il Pomona College avranno sempre un posto nel mio cuore.
E adesso, data la solennità dell'occasione, devo essere onesto. Ho una confessione da fare. [...] Questa è soltanto la mia seconda cerimonia di laurea, e quando dico 'mia', non intendo dire 'mia', perché in realtà questa è l'unica di cui io sia stato il protagonista. E per quelli fra voi che in questo momento sono stupiti, lasciatemi ricordare che non sono mai stato all'Accademia della Flotta Stellare, che non mi sono mai seduto sotto l'olmo di Boothby, e non saprei riconoscere il continuum spazio-temporale o la velocità Warp se me le trovassi nel letto [risate].
La mia prima cerimonia di laurea è stata quando mio figlio si è laureato tre anni fa. [...] Mio figlio, come simbolo della trasformazione da alunno inglese in giacchetta a laureato californiano, si era vestito con una maglietta hawaiana e bermuda. [...]. È stato un giorno memorabile nella mia famiglia quando Daniel si è laureato. "Maestro d'Arte", è il primo membro della famiglia a ricevere un laurea. È stato per me così significativo come lo sarebbe, in altre circostanze, se fosse il stato il primo a imparare a leggere e scrivere. Ero terribilmente orgoglioso e un po' in soggezione. E non vi meravigliate se vi racconto che io, suo padre, ho completato la mia educazione scolastica all'età di quindici anni e due giorni, l'età minima richiesta in Inghilterra per poter smettere di studiare. Senza saperlo, io ero già un progresso nello sviluppo intellettuale della mia famiglia.
Anni dopo, quando ho cominciato ad interessarmi di genealogia e a cercare notizie dei miei antenati, ho scoperto all'anagrafe [...], il certificato di matrimonio dei miei bisnonni, e nella casella dove mia bisnonna Elizabeth Mountain doveva mettere la sua firma, c'era una croce, una X. Elizabeth Mountain era analfabeta e non sapeva fare neanche la propria firma. Sullo stesso documento c'era scritto il suo mestiere: 'lavoratrice domestica'. Ah si, posso già sentire i mormori alle mie spalle [riferendosi ai professori seduti dietro di lui]. Che storia è questa? Stiamo forse premiando una persona non qualificata? Forse non se lo merita? Be', in realtà avete ragione [Risate]. Conferendomi questo onore unico, mi state convincendo del fatto che io sono un minuscolo dettaglio nel progresso della civiltà. E lo siete anche voi.
Ma per voi è importante quello che farete da questo momento in avanti; sarà questo che farà progredire la nostra civiltà ancora, oppure, ignorando la maggior parte dei successi che abbiamo raggiunto, le farà iniziare la retrocessione. Ed è qui che io comincio a non sentirmi più a mio agio. Sono un attore. Sono una persona che di lavoro intrattiene le altre e voi mi avete invitato qui come intrattenitore in un'occasione che solo all'apparenza è il conferimento del laurea a Patrick Stewart. Io sono l'intrattenitore e voi il pubblico e c'è una certa aspettativa. Sbaglio forse? E se questa aspettativa non venisse soddisfatta, io, l'intrattenitore, comincerei ad accorgermene. Il pubblico spesso sottostima quanto noi, gli intrattenitori, ci accorgiamo di cosa accade in platea. [...] Recentemente un mio amico recitava il dramma scozzese "Macbeth" in un teatro di provincia il Mercoledì e - quando arrivò la scena in cui Macbeth viene a sapere che la moglie è morta e comincia il suo discorso "Avrebbe dovuto morire più in là, domani, domani e domani" - ha sentito una voce dagli spalti dire: "vediamo, così si andrebbe avanti fino a Sabato" [risate]. Confesso che durante le prove de "La Tempesta" di Shakespeare per il festival di New York, meglio noto come Shakespeare al parco, qualcuno degli attori più esperti mi aveva preparato per le reazioni imprevedibili che la platea poteva avere. È meraviglioso provare Shakespeare di nuovo. Erano dieci anni che non lo facevo. Cimentarsi in tale opera mancando di una formale educazione scolastica, ha significato per me cominciare un nuovo tipo di scuola il giorno stesso in cui sono entrato a far parte della Royal Shakespeare Company e ciò è continuato per 15 anni, insegnandomi saggezza, poesia e dandomi una visione del mondo che è entrata a far parte della mia vita. Vedete "La Tempesta" è soprattutto, ma non solo, una commedia della vendetta. Prospero passa la maggior parte dei quattro atti usando tutto il suo intelletto, energia e poteri magici per arrivare al momento in cui i suoi nemici [...] sono alla fine in suo potere e alla sua mercé. [...] Ma a quel punto Prospero replica [...]: "La più rara azione sta nella virtù, non nella vendetta".
Io ho vissuto e lavorato negli Stati Uniti per oltre 8 anni. Questo paese mi ha cambiato in molti modi. Ha trasformato la mia carriera, mi ha dato la sicurezza materiale, mi ha reso più sano, e penso migliore. Ma forse, ed è la cosa più importante, mi ha fatto divertire e ridere più che in tutti e 45 gli anni precedenti. [...] Io amo questo paese, gli Stati Uniti, e il suo popolo. Siete ammirevoli, ottimisti e suscettibili, divertenti e furiosi. E certe volte, per un europeo, sembrato così insicuri e abbastanza ... persi.
"La più rara azione sta nella virtù, non nella vendetta" e qui negli Stati Uniti durante questi ultimi 20 anni, non c'è mai stato un momento in cui i principi non abbiano avuto bisogno di essere proclamati di nuovo e di nuovo, finché c'è di mezzo un certo argomento. È una questione fondamentale con al quale le future generazioni ci giudicheranno come una società civile: il nostro rispetto per la sacralità della vita umana. Insieme con la povertà, la salute, l'educazione, le pari opportunità, l'ambiente e la tutela della legge per tutti, è l'esistenza o meno di esecuzioni capitali da parte dello stato che indicherà nel modo più evidente le basi profonde della nostra responsabilità, della nostra evoluzione e compassione.
Nel 1976, quando in tutta Europa la pena di morte veniva abolita, gli Stati Uniti l'hanno ripristinata, e vi sono al momento 38 stati in cui avvengono esecuzioni in varie forme. 38 stati, fra cui la California, in cui i cittadini americani, uomini e donne, vengono legalmente gassati, folgorati, avvelenati, impiccati o fucilati. Negli ultimi 19 anni, 272 vite sono state terminate in questo paese con uno di questi metodi barbarici e grotteschi. 272 volte gli stati, nel nostro nome, si sono presi l'autorità non soltanto del giudice, ma anche l'autorità di Dio. E perché? Perché la pena capitale è giusta? Una vita per una vita? Allora dovremo stuprare gli stupratori, picchiare i mariti violenti, castrare i pedofili, tagliare le mani ai ladri. Anche quello sarebbe giusto. Perché è un deterrente? In tutto il paese, ogni tipo di statistica, ogni prova conferma che la pena capitale non è un deterrente. E ora, nello stato di New York, assistiamo all'incomprensibile reintroduzione della pena di morte, proprio quando negli ultimi anni vari reati capitali, fra cui gli omicidi, erano in continua diminuzione. Perché? Forse perché eccita l'idea di uccidere? È vero: se la materia fosse messa vi voti, se fosse fatto un referendum nazionale, la maggioranza sarebbe a favore della pena capitale. Eccita anche noi questo? C'è forse un desiderio primitivo di annusare il sangue? Forse si. Ma se diamo seguito a questo desiderio animalesco, chi finiamo con l'essere e dove finiremo con l'andare? Certamente non verso il futuro. Se la vita umana è sacra, è sacra sempre. Non ci sono eccezioni o clausole. Non ci sono se o ma. Non ci sono casi speciali. Quando tutte le vite umane saranno sacre, cominceremo a capire e a rispettare veramente il suo valore, perché allora capiremo che non possiamo nasconderci dietro i voti, dietro i nostri ambiti istituzionali e chiedere agli altri, ai gassatori, ai folgoratori, agli avvelenatori, ai boia, di uccidere in nostro nome. Noi li degradiamo usandoli e siamo degradati dalle loro azioni, e il circolo della violenza continua ininterrotto. [applausi]
Ci sono altri argomenti. Innocenti a volte vengono uccisi, almeno 23 volte in questo secolo, e 40 altri sono stati rilasciati dal braccio della morte. Il costo: la pena di morte costa novanta milioni di dollari l'anno, oltre al costo ordinario del sistema giudiziario. Nel Texas, ogni caso di pena di morte costa in media 2,3 milioni di dollari, circa tre volte il costo di un detenuto in cella di altissima sicurezza per quaranta anni. A livello nazionale, a queste cifre va aggiunto il costo extra di mezzo bilione di dollari fin dal 1976. E poi c'è la questione delle esecuzioni pasticciate, troppe e troppo orribili per parlarne, ma che senza dubbio sono un reato costituendo una punizione crudele.
Circa un mese fa, una persona della vostra facoltà suggeriva che io potessi prendere come spunto per questo discorso le parole del Capitano Jean-Luc Picard nel recente film "Generazioni" riguardo a come fare la differenza nel mondo in cui viviamo. Il giorno dopo una bomba è esplosa a Oklahoma City. La domenica successiva, quando il paese era ancora scioccato per l'orrore incomprensibile di tale atto, il Presidente Clinton, durante una cerimonia di lutto nazionale, ha condannato la barbarie e la crudeltà dell'uccidere vite innocenti e ha promesso al contempo che i responsabili di tale crudeltà sarebbero stati catturati e che sarebbe stata richiesta la pena capitale. E nel sentire queste parole, un grido è nato nel mio petto: "No! Basta! Signor presidente, superi tutto questo!". Da qualche parte bisogna stabilire un confine, ma non fra la vita e la morte. La funzione del leader è quella di guidare, guidare verso il futuro, non verso il passato. So che ci sono molti fan di Star Trek qui. Alcuni di voi probabilmente conoscono la Prima Direttiva meglio di me. Anche se si tratta di una finzione, ritengo che sia un codice di condotta ammirevole per qualsiasi società. La Federazione dei Pianeti ha abolito la pena di morte. La visione di Gene Roddenberry del XXIV secolo non è soltanto utopistica. Può essere per noi come una indicazione, un progetto per come vorremmo vivere e per come dobbiamo vivere adesso. Domani voi comincerete la vostra vita, con un'educazione, una formazione, con esperienze e soprattutto facendo delle scelte. Fate la differenza! Vi ringrazio per avere invitato me e Wendy a condividere con voi questo giorno. Congratulazioni e buona fortuna."

Patrick Stewart

P.S. Patrick Stewart è un attivista di Amnesty International